>L’ultima vana Resistenza delle Due Sicilie

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Madre di tutte le “anomalie italiane” è l’irrisolta questione meridionale, generata negli anni immediatamente successivi alla creazione del nuovo Stato italiano. Ripercorrerò velocemente quei tragici anni, ma senza l’intenzione di scrivere l’ennesimo trattatello socio-economico su questa vergogna nazionale, e men che meno mi azzarderò a suggerire l’ennesima ricetta politica per lo sviluppo del Meridione.

Preferisco piuttosto rimanere su un campo prettamente culturale, e tributare in questo modo tutti gli onori possibili ad un Popolo e ai suoi eroi, che spontaneamente e per diversi anni combatterono valorosamente e ad armi impari contro il brutale esercito di uno Stato invasore, che senza aver dichiarato ufficialmente guerra, mosse una campagna di conquista verso il più prospero degli Stati della penisola (1), mascherando da allora il vero intento di quell’impresa dietro la retorica di vuoti ideali patriottici, peraltro bisogna dire ancora oggi poco avvertiti dalla popolazione.

Lo Stato italiano in seguito, invece di ravvedersi (già D’Azeglio si domandava se non fosse il caso di ritirarsi dalle province meridionali, perché “non ci vogliono”), utilizzò piuttosto tutti gli strumenti a sua disposizione, quelli politici (ad es. la sciagurata legge Pica del 1863), para-scientifici (ad es. le teorie dell’accademico Cesare Lombroso sulla criminalità innata della razza meridionale), culturali (ad es. la redazione di una filo-massonica e falsa storia risorgimentale, insegnata con zelo a tante generazioni di giovani italiani) ed economici (ad es. mantenendo da allora il baricentro politico-economico del Paese ben lontano da Napoli e Palermo), per evitare un doloroso ed imbarazzante processo di revisione, perpetuando così la colonizzazione interna.

Già qualche anno fa un piccolo gruppo di intellettuali onesti, sostenuti dall’entusiasmo dei ragazzi di Comunione e Liberazione, osarono sfidare la polverosa intelligentia italiana e la sua creatura più amata, il Risorgimento, mostrando agghiaccianti fotografie di “briganti” uccisi ed esposti con soddisfazione dai soldati piemontesi (come si vede la soldataglia americana a Guantanamo non ha inventato niente). E affondarono ancora il coltello nella piaga, rinvangando i numerosi lager sabaudi, sparsi qua e là all’interno del costituendo triangolo industriale (e nemmeno i nazisti hanno inventato niente). Ed infine alcuni si azzardarono perfino a coniare lo slogan “o briganti o emigranti”, per riassumere l’amaro destino che toccò al popolo napolitano e siciliano dal 1860 in poi.

Vergogna su quegli oscurantisti! Come osate confutare – fu detto loro – la nostra religione laica? Un cartello di (se non ricordo male) una ventina tra gli accademici nostrani di maggior fama mostrarono il petto, intimando dalle colonne de La Stampa di Torino che per revisionare il Risorgimento si sarebbe dovuto prima passare sui loro corpi.

Battaglia persa, quindi. E il tanto amato ex presidente Ciampi, perché fosse a tutti chiaro l’esito di quella dotta disputa, non perse occasione durante tutto il suo settennato di difendere l’intoccabile Storia patria e di citare ed elogiare ad ogni piè sospinto il brillante Mazzini, il senza-macchia Garibaldi, il lungimirante Cavour e così via, in un’orgia di Libertà, Unità ed Indipendenza (rigorosamente pronunciate in maiuscolo), gloriosa eredità dell’Ottocento e liturgicamente consegnate agli italiani di oggi.

Ciampi sa bene che quando non si seppelliscono i propri padri e non si rende loro giusta memoria, non si può costruire alcun futuro. Mentre questo, evidentemente, noi meridionali moderni non lo concepiamo se non a livello strettamente familiare, e per questo meritiamo senz’altro il nostro fosco presente.

I padri dei meridionali e dei settentrionali combatterono una tragica guerra civile, paragonabile per molti versi alla guerra civile americana tra nordisti e sudisti, al termine della quale però, a differenza di quanto accaduto negli States, da noi gli sconfitti non ebbero nemmeno l’onore delle armi e della memoria. Infangati già dal principio col termine sbrigativo ed infamante di “briganti”, diverse decine di migliaia di partigiani (appoggiati da gran parte della popolazione civile) combatterono dall’Abruzzo alla Puglia, da quello che oggi è il basso Lazio alla Calabria e in Sicilia, per riavere “o Rre nuosto”, il Re nostro, simbolo della Patria e delle loro secolari tradizioni, che la Modernità era pronta a travolgere. Re Francesco II, e suo padre Ferdinando II, erano amatissimi dal loro popolo, benché la propaganda straniera dell’epoca si accanisse: “l’odiato Borbone”, la “negazione di Dio”(2), “re Bomba” il secondo (3), Francischiello il primo, ma non più nel senso affettuoso con cui lo chiamavano la sua famiglia e i suoi cittadini.

L’esercito di Francischiello è persino diventato un efficace luogo comune, un modo per apostrofare soldati poco valorosi (4). Ma gli italiani fanno spesso fatica a capire il senso del detto napoletano: o pesce fete sempe d’a capa. Gli alti gradi dell’esercito borbonico, infatti, salvo rarissime eccezioni, si piegarono alla lunga opera di corruzione che il governo piemontese mise in atto, promettendo denaro e incarichi nell’esercito sabaudo. E lo svolgimento dell’impresa garibaldina sta lì a dimostrarlo: dal colpevole ritardo del telegrafista di Marsala, ai frequenti ed immotivati ordini di ritirata, al veloce passaggio degli ufficiali borbonici all’esercito sabaudo. Mentre i soldati, loro no, non tradirono! Furono l’estremo orgoglio di una nazione sette volte secolare: educati agli ideali di Cristo e della Patria, si batterono valorosamente sul Volturno e a Gaeta, patirono la fame ed il freddo a Fenestrelle e negli altri campi di concentramento piemontesi. Alcuni di coloro che tornarono, quelli meno umiliati nello spirito, si unirono infine ai “briganti” e ad altri eroici soldati legittimisti giunti da tutta Europa (come l’alsaziano Emile de Christen e lo spagnolo José Borjes) per combattere sotto il segno della bandiera gigliata dei Borbone delle Due Sicilie.

Francesco II e la sua coraggiosa moglie Maria Sofia, dopo la valorosa resistenza di Gaeta, seguivano gli eventi da Roma, confortati dal papa Pio IX (fatto recentemente santo da Giovanni Paolo II). Non potevano certo finanziare la resistenza, come furono accusati di fare, semplicemente perché lasciarono tutti i loro averi a Napoli: il pio monarca preferì evitare alla sua capitale dolorosi bombardamenti, memore probabilmente di quelli che le navi inglesi solo una ventina d’anni prima minacciarono, pretendendo (e infine ottenendo, per interessata intermediazione francese) un “prezzo politico” per lo zolfo siciliano, il petrolio dell’epoca. Francesco salvò così la città e le sue splendide regge, ma non l’oro delle casse del Banco delle Due Sicilie dall’avidità di Garibaldi e di Cavour, che per giunta, dopo aver arraffato i loro risparmi, si affrettarono a compatire l’estrema miseria di quelle povere genti meridionali.

Non bastarono l’appassionata difesa dello storico Giacinto De Sivo nella sua “Tragicommedia”, la competenza analitica di Giacomo Savarese nel suo “Finanze napoletane e piemontesi dal 1848 al 1860”, e persino le memorie dell’ultimo primo ministro borbonico Pietro Calà Ulloa. Niente da fare: lo Spirito della Storia, come lo chiamava Hegel, stava passando; vento gelido del nord, che portava con sé gli abomini che avrebbero afflitto l’Europa per tutto il secolo successivo: l’odio razziale e culturale mascherato da compassione, la miseria umana mascherata da ricchezza, l’Anticristo mascherato da Progresso.

La Provvidenza però non ci ha abbandonati, e un segno tangibile lo abbiamo proprio nelle martoriate terre del sud Italia. Da una umile famiglia di agricoltori di Pietrelcina, con ogni probabilità “complici” dei “briganti” del beneventano, è nato il più carismatico tra i santi del Novecento. Se noi meridionali fossimo solo un briciolo consapevoli della nostra storia, San Giovanni Rotondo non sarebbe per noi una facile (e squallida!) fonte di guadagno o una delle poche àncore a cui aggrapparci per evitare di emigrare: capiremmo che Dio ha indicato nei luoghi di Padre Pio il punto in cui italiani ed europei debbono finalmente riconciliarsi con Lui.

Note:
(1) Persino l’ex ministro Giulio Tremonti in un suo recente articolo del 2005 sul Corriere della Sera, nel presentare il suo progetto di una Banca del Sud, non lesinò lodi per l’amministrazione e le finanze borboniche, ma prudentemente condannandone ancora una volta la politica illiberale, rimanendo quindi tutto sommato nel politically correct.

(2) Involontariamente comico il risultato della propaganda inglese: il massone lord Palmerston inviò nel 1850 lord Gladstone, massone pure lui, da Londra a Napoli per trovare gli elementi giusti per screditare Ferdinando II agli occhi del mondo. Gladstone avrebbe potuto risparmiarsi il viaggio fino a Napoli, perché l’idea gli venne pensando alla sua Inghilterra e alla drammatica condizione dei carcerati. Su questa base costruì dunque la più assurda delle infamie: un massone che accusa un regnante cristiano di essere la negazione di Dio fatta sistema politico! Alcuni anni dopo l’unificazione della penisola, Gladstone tornò in Italia per ricevere i complimenti dei suoi amici liberali napoletani, i quali ben conoscendole per esservi stati rinchiusi, gli chiesero quali carceri avesse egli visitato, da provocargli un tale (immotivato) sdegno. E l’inglese li freddò, confessando che il suo racconto era del tutto inventato.

(3) Nel 1848 Ferdinando II comandò di bombardare Messina per sedare le sollevazioni. L’anno successivo Carlo Alberto, per lo stesso motivo, diede il medesimo ordine contro Genova. Il primo meritò in seguito l’affetto e la fedeltà dei messinesi, concretizzatosi in una valorosa resistenza durante l’invasione. Il secondo ottenne l’odio perpetuo dei genovesi verso la dinastia sabauda, ma l’onore eterno degli storiografi moderni.

(4) Altro celebre luogo comune coniato durante l’epopea risorgimentale è quello sulla “burocrazia borbonica”. Non intendo affannarmi in questo contesto per confutare, preferisco rimandare alla nota (1).

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One Comment su “>L’ultima vana Resistenza delle Due Sicilie”

  1. Jack_Walsh Says:

    >Devastazione, deportazioni, stragi, impoverimento sistematico, questo è stato ciò che i Piemontesi hanno portato nello Stato più civile della penisola.Occorre sviluppare e costruire una nuova fondamenta del vivere civile di questo Stato.Ben prima della Resistenza si deve risolvere e onorare la memoria dei vinti per arrivare a sintetizzare la nostra identita come Nazione.Non ci sarà futuro se non si fa chiarezza sul passato.NOn esisterà mai vera Unità, se continuerà l’ occupazione di una parte sull’ altra.


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