>Due domande ai giovani di Locri

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di Antonia Capria

A partire dall’assassinio del consigliere regionale Fortugno, i ragazzi di Locri sono accolti, anzi invocati, in tutte le città d’Italia, sante all’arte, alla civiltà specificatamente europea e al lucroso turismo. I miracoli, o meglio le grazie che tutti i ragazzi calabresi chiedono sono parecchie. La prima grazia impetrata è di essere riconosciuti italiani a pieno titolo. La seconda è quella di uno stipendio a fine mese, uno qualunque, ma meglio uno stipendio RAI, nelle prestigiosa sede cosentina del Tg3, che sprizza esaustiva informazione da tutti i microfoni. L’altro miracolo è che la ‘ndrangheta smetta di fare macelli, almeno a Locri.

Ora, la Repubblica italiana darebbe questo e altro, come fa altrove, solo che la mafia guasta tutte le sue proficue iniziative. Si dà, per altro, il caso che questa maledetta mafia sopravviva in forza della generale omertà. Cosicché bisogna combattere prima l’omertà e poi la mafia. C’è inoltre da sciogliere il brutto nodo che avvince i politici alla mafia. Cosa che si può fare soltanto sopprimendo la mafia e non certamente i politici. Insomma la Repubblica si troverebbe nelle bille balle, se qui non fossero arrivate le grandi banche del grande Nord, che assorbono a costo zero, anzi con profitto generale delle popolazioni meridionali, i surplus infetti.

Non sordi al grido di dolore che sale dall’intera Italia, che vuole salvare la Locride, i giovani viaggiano di qua e di là gridando “ammazzateci tutti”. Milano li riceve, Torino li abbraccia, Roma non vi dico. Soltanto a Palazzo Koch, prestigiosa sede della Banca d’Italia, dove potrebbero dare qualche utile contributo medico e chirurgico, non sono stati mai chiamati.

Quando i giovani sfilano in sede, dietro Loiero e la tonaca del Vescovo, le finestre socchiuse che si affacciano lungo il percorso, vecchie e meno vecchie madri, vecchi e meno vecchi padri sanno per esperienza che la piazza non distribuisce pane e stipendi. Il pane e lo stipendio si ottengono trovando un pertugio per entrare nelle stanze della politica nazionale, che conferisce i posti e gli stipendi.

Sanno quanto è costato e costa in termini di euro mantenere il figlio agli studi, dargli da mangiare, vestirlo, pagargli la benzina e la pizza serale, compragli un maglione griffato e le scarpe Valleverde. Sanno pure che il vero segretario particolare del deputato è sempre quel ceffo che gli ha raccolto, gli raccoglie e gli raccoglierà i voti e le preferenze.

Da quando e perché la Calabria vive un simile stato confusionale? Da quando e perché si lascia mungere il suo poco latte di vacca tisica? Forse qualcosa si può capire andando indietro nel tempo e cercando di identificare le forze profonde – storiche – che legano e contemporaneamente dividono la Calabria dall’Italia e dall’Europa. E non solo sul terreno economico e politico, ma anche e soprattutto su quello civile, religioso, famigliare e giuridico-sociale (nel senso del rapporto che vige tra chi paga il lavoro e chi lavora). D’altra parte qualche accenno alla vicenda storica potrà risultare persino gradito al lettore.

Diciamo che durante l’Alto Medioevo la regione fu un’importante trincea a difesa dei resti della civiltà romana d’Oriente e il ponte tra il civile Oriente e l’Europa barbarica. Il tracollo arrivò con le Crociate, che dobbiamo considerare non solo come la controffensiva militare, ideologica e sociale dei regni barbarici d’Europa contro l’espansionismo islamico, ma anche come il progetto di saccheggiare le ricchezze dell’Impero romano d’Oriente, ambite dalle Repubbliche marinare di Venezia e di Genova.

Con le Crociate, il Sud passò dall’assetto classico (mercato, proprietà privata della terra e dei prodotti dall’artigiano), al feudalesimo di origine franca e germanica (signoria politica del barone sulla terra, conferimento del lavoro e dei prodotti alla corte baronale, tramonto dell’artigianato e della grande marineria).

Anche peggiore fu il destino della Calabria che, a partire dall’occupazione normanna, divenne una regione di transito tra la Sicilia e Napoli, e tra la Sicilia e le Puglie. Una terra dimenticata persino da chi regnava a Napoli. Da testa di ponte dell’antica civiltà mediterranea verso l’Europa, essa divenne il confine del mondo, il luogo aspro e inaccessibile dove, secondo l’immaginario barbarico, si sarebbe rifugiato Orlando, l’epico paladino di Carlo Magno, quando impazzì.

La solitudine morale, civile, economica continuò con gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, gli Spagnoli, gli Austriaci. Ogni tentativo di rinascita fatto dalle popolazioni – per esempio l’arte della seta – fu stroncato dai baroni; i monaci basiliani, che tanto amore, sapere economico e civiltà diffondevano negli impoveriti villaggi, furono scacciati, dispersi, forse arsi vivi e crocefissi.

Passò così mezzo millennio. La Calabria tornò all’attenzione della vita europea dopo cinque secoli, allorché il vecchio continente si era civilizzato e arricchito. Fu in seguito al terremoto del 1783, che si abbatté sui centri dell’Aspromonte, sulla Piana, sulle Serre, sul Poro. Il nuovo re, Ferdinando IV, mobilitò il meglio dell’intellighenzia napoletana, considerata universalmente fra le più avanzate in Europa, e lo inviò in Calabria. L’intervento regio ebbe l’effetto di una rivoluzione sociale.

Furono costruire case e chiese, fondati ospedali e scuole, le popolazioni sopravvissute vennero spostate su terreni meno pericolosi. Nacquero decine di nuovi centri urbani – le Città Nuove – ed ebbe inizio la fondazione delle Marine Joniche. L’arte delle costruzioni rifiorì, e Serra San Bruno ne divenne un’innovativa centrale. Furono inaugurati scaricatoi a decine e numerose fonderie e officine meccaniche sia statali che private. Gli antichi porti vennero nuovamente attrezzati e resi agibili. Il risveglio borbonico si fondò, infatti, sull’olio, di cui la Piana e la Calabria restante divennero i secondi produttori mondiali, dopo le Puglie.

La marineria e i traffici commerciali incrinarono il secolare isolamento della regione. Ma l’avvicinamento della Calabria e dei calabresi nella vita europea si ebbe veramente per ragioni militari e politiche. Infatti i novant’anni circa, compresi tra il 1799 e l’avvio dell’emigrazione in America, nel 1883, furono, per i calabresi, un’interminabile stagione di guerre, a difesa della loro terra e della loro libertà.

Nel 1799, le bande contadine del Cardinale Ruffo misero in fuga l’esercito francese e liberarono Napoli occupata. Fu la prima volta, dopo sei anni di vittorie in ogni luogo d’Europa, che un esercito della Francia rivoluzionaria voltava le spalle al nemico. Sette anni dopo, nel 1806, i francesi furono nuovamente battuti nella zona di Maida da un’armata inglese e dai briganti calabresi. A Londra, una piazza, una via e una stazione della metropolitana portano il nome Maida.

Gli inglesi celebrano Maida come la loro prima (e unica vittoria, prima di Waterloo) contro Napoleone. Ma forse a vincere veramente l’esercito napoleonico furono i calabresi. Né i re francesi ebbero mai un vero possesso della Calabria nel corso dei dieci anni che – per le gioie massoniche – sedettero sul trono di Napoli. I cosiddetti briganti calabresi non gli concessero un solo giorno di tregua. I calabresi divennero un argomento di poesia, una razza mitica che non si piega a niente. Napoleone III, ancora un rivoluzionario che entrava e usciva dal carcere, e Mazzini e Garibaldi portavano “il cappello alla calabrese”, che voleva dire: “io sono un coraggioso, uno che non si arrende, uno che muore per la libertà”. Lo portava persino Giuseppe Verdi, per dire che lui era un patriota.

Durante la resistenza antipiemontese, tra il 1860 e 1874, i contadini meridionali fecero un vero miracolo di arte militare. L’esercito detto italiano e i Savoia hanno nascosto le carte delle innumerevoli sconfitte subite e ancor più segretamente quelle dell’infame repressione, tuttavia qualche barlume di verità viene a tratti fuori. Ma non è ciò che voglio sottolineare in questo articolo.

Culturalmente è significativo che il romanticismo del primo Ottocento, nella cui etica le virtù libertarie dei calabresi appaiono esaltanti, dopo l’unità cavourrista lasciano il posto a stravaganze non solo antropologiche ma anche logiche. Quella stessa logica per cui i militari americani che ammazzano gli iracheni fanno il loro dovere, mentre gli iracheni che ammazzano i militari americani sono dei terroristi.

Voglio dire che il passato militare calabrese, interamente fondato sulle bande contadine, fu rivisitato in chiave positivista, arrivando alla conclusione che i contadini erano dei primitivi, dei cannibali, dei mostri umani, perché non avevano una divisa quando ammazzavano i soldati francesi o piemontesi. I quali, in verità, anche loro ammazzavano, impiccavano, incendiavano, sterminavano e chiudevano i prigionieri nei lager 80 anni prima che Hitler li imitasse.
Ora, niente di nuovo in detto ribaltamento in negativo di valori considerati positivi qualche decennio prima. La massoneria è prima di ogni cosa una specie di Minculcop, un ministero per la cultura popolare. La cultura di cui la gente va indottrinata.

Chi vince ha sempre ragione, perché toglie la parola al vinto. Rovistando nei miei studi scolastici, solo il povero Ettore e la povera Clorinda ricevono la pietà dal poeta avverso. Ma solo dopo essere stati resi inoffensivi dalla morte, o meglio dalla spada di uno dei “nostri”.

E qui siamo al punto nodale. I “nostri”! Chi sono i nostri in Calabria, come in Sicilia, a Napoli, a Bari, a Cagliari, a Potenza, all’Aquila, a Isernia? Siamo noi o i piemontesi? Conquistato il Sud, Cavour, capo di un governo parlamentare, doveva necessariamente ottenere il consenso “parlamentare” di una consistente maggioranza di deputati e senatori meridionali.

Siccome era lui stesso a scegliere i senatori, al tempo di nomina regia, e siccome il diritto di partecipare alla elezione dei deputai era ristretto a poche centinaia di elettori in ogni collegio (circa il due per cento dei maschi maggiorenni), a scegliere i parlamentari era in pratica lui stesso.

Ovviamente i deputati eletti e i senatori regi non dovevano essere cannibali, come il resto della popolazione, ma italiani ed europei a pieno titolo, cioè fedeli e obbedienti partigiani degli interessi e della volontà piemontese. Inizia così una storia senza fine. Da una parte i meridionali che servono il governo, dall’altra i meridionali, tali per storia, tradizioni, interessi, antropologia (e antropofogia) individuale e sociale.

La filastrocca, in tal modo cominciata, continua con il voto universale, in quanto il ruolo che all’origine era stato di Cavour, in appresso viene assunto dai partiti, i quali selezionano il loro personale rappresentativo in modo da avere sempre italiani ed europei come loro espressione politica. I meridionali li votiamo, perché sarebbe inutile non votarli. Infatti manca un’alternativa al profondo distacco, che vige sin dal febbraio del 1861.

Votiamo la sinistra o la destra o il centro in base a scelte di campo di livello padano o europeo o mondiale, che non c’entrano niente con i guai nostri. Li votiamo perché a candidarsi è un amico, un protettore o sperato tale. Li votiamo perché hanno la faccia onesta o sono onesti effettivamente. Perché hanno promesso la terra a i contadini, la pensione sociale, il ponte sullo Stretto.

Li votiamo perché hanno già fatto queste cose. Eppure, nonostante le cose fatte, il ruolo del Sud in Italia, in Europa, nel mondo non è cambiato. O se è cambiato, è cambiato per merito o per colpa della mafia. La quale, se proprio non è nata con lo Stato italiano, si è sviluppata sicuramente in vigenza dello Stato italiano.

Quel che appare non dico certo, ma molto probabile, è che la mafia sia la continuazione contaminata del romantico brigante che difese la sua terra, o del contadino senza uniforme che assaliva a tradimento, con le roncole, un plotone di bersaglieri sabaudi.

L’antico detto “carne venduta”, che veniva affibbiato al contadino arruolatosi nei carabinieri o nella finanza, mi ronza qualche volta nelle orecchie. Qual era il livello antropologico dell’inimicizia tra popolo del Sud e Stato italiano? E perché il mafioso ripete fra i denti un detto ormai privo di senso? E’ lui il vindice di un’identità perduta? La mafia, al di là delle sue strategie economiche milanesi, è nel suo profondo la vera anima patriottica del Sud conquistato?

Le sfilate si vedono, e ancor prima si vedono i morti. Ciò che non si vede è la verità. I giovani di Locri, prima o dopo le sfilate, dovrebbero riunirsi come centro di ricerca, per porsi domande di questo tipo:
1) A quale titolo il politico XL ha ottenuto quasi tutti i voti della contrada Tal dei Tali?
2) Il contributo degli affari mafiosi al Prodotto Interno Lordo italiano ammonta a centinaia di migliaia di miliardi di vecchie lire. Dove sono tutti questi soldi? Sono qui o in altre regioni d’Italia?

(pubblicato su www.eleaml.altervista.org)

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