>I NUOVI BARBARI

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LEGGENDO OGGI ALCUNI ORGANI DI INFORMAZIONE MI E’ VENUTO IN MENTE L’ ARTICOLO CHE RIPORTO QUI DI SEGUITO.
RINGRAZIO IL MIO ACUME PER AVERMI FATTO SCENDERE IN TEMPO DA UN AUTOBUS PARTITO DA UNA GRANDE TRAGEDIA UMANA E DIRETTO VERSO IL NULLA DELLA VANITA’ E RICERCA DELLA GLORIA PERSONALE.

L’sms, le oche di Lorenz e i “nuovi barbari”
di Gianteo Bordero – 8 ottobre 2004

Il rapporto Censis del 2003, nella parte dedicata a “giovani e media”, ha messo in evidenza in maniera chiara come ormai il primo strumento di comunicazione usato dalle nuove generazioni sia, senza dubbio, il telefonino. Fin qui nessuna sorpresa: non ci sarebbe neppure bisogno di indagini e statistiche per rilevare quello che è sotto gli occhi di tutti. Basta guardarsi attorno per vedere che il cellulare è il principe della comunicazione in questo inizio di terzo millennio…

Ma il rapporto del Censis ci dice di più, ed è scorporando i dati che vengono fuori le sorprese ed emergono quelle dinamiche che possono aiutare a comprendere, molto più di tante astrazioni intellettualistiche, come gli adolescenti di oggi vivano, pensino e – soprattutto – come concepiscano se stessi e il loro rapporto col reale. Il 93,7% dei giovani tra i 14 e i 30 anni usa abitualmente il telefonino e dichiara di trovarsi a proprio agio con esso; a fare la differenza sono invece le fasce d’età singolarmente considerate: non tanto per il numero di utenti, quanto piuttosto – e in maniera significativa – per le modalità d’uso.

A servirsi del cellulare per stretta necessità (cioè per telefonare) sono soprattutto, come immaginabile, i giovani tra i 25 e i 30 anni: sono, tra gli utenti abituali, il 75,7%; percentuale che scende proporzionalmente alla diminuzione dell’età, fino ad arrivare al 54,7% degli adolescenti tra i 14 e i 18 anni. A che scopo, allora, i “più piccoli” usano il telefonino? In sostanza, per mandare “messaggini”. E’ su questo punto che si rileva la “forbice” più ampia tra adolescenti e giovani, non solo per il fatto che gli uni studiano e gli altri lavorano, ma soprattutto perché pare emergere un vero e proprio iato generazionale, una diversa modalità di comunicazione e di linguaggio, e quindi di aspettativa nei confronti delle relazioni e della realtà.

Tra gli adolescenti che fanno uso quotidiano del cellulare, il 79,7% dice di servirsene per inviare e ricevere sms; nei giovani tra i 25 e i 30 anni, invece, la percentuale ha una caduta verticale, e si assesta sul 45%. Una vera “rivoluzione”, insomma: si scopre che la nuova generazione comunica principalmente non attraverso il discorso strutturato, non attraverso la logica dei concetti. S’avanza, piuttosto, un modo di relazione che trova nel virtuale il suo sbocco ultimo, e nella destrutturazione del linguaggio un carattere che ormai si potrebbe definire “tipico”. Come nota lo stesso rapporto Censis: «In realtà i più giovani usano il cellulare come un prolungamento del proprio campo d’esperienza personale e sociale, per cui il successo dei messaggini deriva principalmente dalla opportunità che essi offrono di confermare con continuità l’esistenza stessa della rete di relazioni all’interno delle quali ciascuno di essi si colloca». E’, dunque, il virtuale che conferma e attesta il reale, il rapporto virtuale – perché tale è e rimane l’sms – che attesta e verifica il rapporto reale.

Ma c’è di più, e a nostro avviso sbaglia chi sottovaluta il fenomeno descritto, spesso dicendo che «intanto, nei messaggini, si scrivono le cavolate». Non è sempre così, anzi, quasi mai è così. Konrad Lorenz, il fondatore dell’etologia, passò lungo tempo a studiare il verso delle oche, per decifrare – in qualche modo – come esso fosse percepito tra le oche stesse. Ne concluse che, in realtà, il contenuto del verso era fondamentalmente un semplice attestato, un’estrinsecazione di esistenza, come a dire: «Io ci sono…e tu ci sei?». Qualcosa di simile sembra accadere con gli sms, in cui il termine primo che si ha di mira non sembra essere la relazione in sé, quanto se stessi, il proprio “io” all’interno della relazione. Sono i “mitici” 160 caratteri per dire «Io ci sono…e tu ci sei?». Il resto del contenuto viene dopo, ma sempre subordinato a questo richiamo “cifrato”.

E’ nei 160 caratteri dell’sms, dunque, che si svolge una buona parte della trama comunicativa degli adolescenti. Qualcosa che ricorda anche il famoso messaggio che il naufrago affidava al mare. Qui la distesa spaziale è annullata dalla potenza della tecnologia, e quasi al 100% si è sicuri che il messaggio giungerà a destinazione…ma forse lo spirito non cambia: una specie di SOS per non restare e non sentirsi soli.

Ancora più semplice – ma ancora più chiaro come essenza – dell’sms è l’altrettanto famoso “squillino”: un attestato di esistenza puro e semplice, che così viene descritto dal Censis: «Chiunque abbia a che fare con gli adolescenti, sa che il telefonino di ciascuno di loro spesso squilla solo perché qualcuno vuole fargli sapere che lo sta pensando: si controlla a chi appartiene il numero da cui è arrivata la “chiamata persa” e si è contenti per il pensiero». E se la persona a cui si fa lo squillo non fa altrettanto? «Allora subentra una specie di ansia da abbandono, che spinge l’adolescente a mandare ai suoi coetanei prima richieste di funzionamento del canale, poi appelli alla risposta».

Abbiamo parlato di oche di Lorenz e di statistiche, con la consapevolezza però che qui si ha a che fare con l’irriducibilità della singola persona, del singolo “io”, per cui le generalizzazioni valgono fino ad un certo punto. Eppure è innegabile che vi sia, oggi, una specie di cambio epocale, che magari non fa clamore e non è accompagnato da particolari casse di risonanza, ma che mostra la sua esistenza proprio nelle cose quotidiane, come appunto possono essere l’uso del telefonino e i “messaggini”, e come – per altri versi – mostrano gli attuali mutamenti all’interno del mercato del lavoro. E’ come, cioè, se la base di partenza in cui oggi un giovane, un adolescente entra nel mondo non fosse più costituita da particolari convinzioni ideali o ideologiche, da “sistemi” monolitici di pensiero; è come se fossimo in un’epoca di “nuovi barbari”. Non nel senso dispregiativo di “rozzo” e “violento”, ma nel senso etimologico tratto dell’onomatopeica “bar-bar”: “balbuziente”. Una generazione “balbuziente”, dove però il balbettare è il segno dell’incertezza più che della disperazione, della ricerca più che della negazione, dell’essere ai blocchi di partenza più che dell’esser definitivamente fermi. Un balbettare che è come il vagito di qualcosa che cerca un linguaggio attraverso cui esprimersi; e forse, spesso, non ne trova le parole e non ne trova la cultura, perché le stesse parole e la stessa cultura sembrano, dopo il Novecento, uno spazio da riempire piuttosto che un “depositum” da accettare in blocco.

Così oggi, nel tempo dei “nuovi barbari”, come nel tempo della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si ritorna alla grande questione e alla grande sfida, ossia alla ricerca di quello spazio e di quella modalità esistenziali in cui si possa aprire un cammino e quindi un linguaggio, in cui il balbettio possa farsi parola, cultura e civiltà; e in cui il presente e il mondano possano aprirsi al futuro e, infine, al Mistero e all’Eterno. Perché, come scrisse già nel V secolo Salviano da Marsiglia, «gesta Dei per barbaros».

Gianteo Bordero
bordero@ragionpolitica.it

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