>C’era una volta il Sud

>
(da “La storia del Sud vista da Sud” di Giuseppe Planelli, scaricabile gratuitamente qui: http://www.magisetplus.it/docs/PLANELLIstoria.pdf; l’immagine é una stampa di inizio Ottocento di Napoli, quartiere Monteoliveto)

Prefazione

Il Regno del Sud nacque, tanto per non discostarsi da quel sim­bolismo sacro così caro all’uomo della Cristianità, la notte di Natale del 1130 nella cattedrale di Palermo quando, subito do­po il canto solenne del Gloria e prima dell’orazione che annun­ciava la nascita di Cristo, il vescovo impose sulla testa del conte nor­manno Ruggero la corona alla quale si sottomettevano tutte le popo­lazioni che abitavano dalla Sicilia fino all’antico Sannio e all’Abruz­zo.

A quel tempo, la penisola italiana contava al massimo otto milioni d’abitanti, il Sud forse tre. Se pensiamo che oggi l’Italia ne conta quasi sessanta milioni e che anche allora la gran parte della popola­zione si raccoglieva nei centri maggiori, possiamo immaginarci come fossero deserte e desolate le campagne e quanto dura e aleatoria la vita di coloro che ne traevano il sostentamento.

Terra di nessuno perché periferia di tutti, quella che era stata la parte più bella, più ricca, più colta e più evoluta della grande koinè elleni­stica, la Magna Grecia, maestra intellettuale e poi granaio e luogo di delizie della Romanità, si era ritrovata a mezza strada fra quelle due parti dell ‘Impero che sempre più s’erano divaricate.

Per interessi, per costumi, per lingua, ma soprattutto per un diverso modo di porsi davanti a Dio e, di conseguenza, per un diverso modo d’affrontare il prossimo e la vita, Occidente ed Oriente, a quel tempo, erano già non più due punti cardinali ma due mondi che ancora per chissà quanti secoli non si sarebbero più rincontrati.

Tanto quello d’Occidente che quello d’Oriente, uno con la testa fra le brume della Germania, l’altro fra le brezze del Bosforo, i due grandi imperi si proclamavano Sacri ed ambedue Romani. Fratelli gemelli quindi ma talmente diversi e già in procinto di diventare così estranei che solo qualche secolo più tardi sarebbero stati pronti a scannarsi.

Troppo lontano quel Sud, oltre le terre del Papa, per gli austeri e pos­senti popoli del centro Europa, troppo lontano quel Sud, oltre il mare e troppo vicino al Papa, per i pigri e raffinati “romani ” dell ‘Asia. Ognuno dei due, talvolta, scendeva, chi con le proprie milizie fino alla Capitanata o ai Principati, chi sbarcando con le sue galeazze sulla costa adriatica o nel golfo delle Sirene, entrambi per rimettere un po ‘ d’ordine, riscuotere qualche decima e gabella arretrata e proclama­re: «L’Imperatore sono io». Poi ritornavano alle loro corti lontane lasciando qualche nuovo signore o qualche nuovo funzionario perché curasse i suoi interessi fino a quando l’avesse abbandonato la nostal­gia del suo paese e fosse diventato del tutto, anche lui, “meridionale “.

In una maniera o nell’altra nel Sud d’Italia c’erano arrivati un po’ tutti: greci europei e dell ‘Asia minore, goti, longobardi, ebrei e sara­ceni, e continuarono ad arrivarci normanni, provenzali, francesi, un­gheresi, albanesi, slavi, catalani, castigliani e chi più ne ha più ne metta. Tuttora visi, capelli, incarnati, stature e complessioni, oltre che i cognomi, rivelano le più disparate origini di quei popoli che, in bre­ve tempo, incantati da quel pontile in pieno Mediterraneo che fu sem­pre considerato il paradiso in terra di tutta l’Europa, di tutta l’Asia e di tutta l Africa affacciate sul mare, divennero, appunto, “meridiona­li”.

Mentre nel resto d’Italia, oltre le terre del Patrimonio di Pietro, si formavano stati e staterelli, molti non più grandi della loro cerchia di mura comunali, il Sud divenne una nazione, l’unica della penisola che potesse vantarsi di questo nome. Eppure vi si parlavano idiomi diver­si, si pregava con riti differenti, e differenti erano i caratteri e i modi di vivere fra popoli e popoli delle sue valli, delle sue montagne e delle sue isole.

Cosa mai unì così strettamente per settecento anni i forti e gentili abruzzesi abituati alla solitudine dei pascoli di montagna agli spensie­rati campani delle fertili pianure e a quelli intraprendenti delle marine? e come si legavano fra loro i destini dei ricchi levantini pugliesi da sempre abituati al viavai delle genti e quelli dei rudi calabresi ar­roccati fra i boschi e le serre a contendere aspramente la vita e il cibo ad una natura selvaggia? Senza contare la Sicilia, essa stessa una mi­scela di lingue, di razze e di temperamenti che, nonostante ben presto ebbe un destino tutto suo particolare, pure riuscì ad esser solidale con il resto del reame.

Qui ci limiteremo a narrare del Regno di Napoli, di quello che si ebbe la fama, per tanti secoli, di più bel regno del mondo, e quando diremo Napoletani intenderemo tutti coloro che, dal Tronto a Terracina fino alla punta di Scilla, per oltre settecento anni furono fieri di questo nome, finché la loro capitale fu ridotta ad «una carta sporca», come dice un suo cantautore, a immagine di tutto il degrado del Sud invaso, derubato, umiliato e beffeggiato.

Non parleremo delle bellezze che tutti conoscono, dei paesaggi da leggenda in cui i meridionali vivono da sempre, delle delizie della ter­ra, della clemenza del cielo, del suo mare e del suo sole: si sa che ognuno è affezionato alla sua terra e che per ciascuno il suo paese, quale che sia, è sempre il più bello del mondo. Non parleremo di san­gue, di razza, di particolari talenti dei meridionali né di un particola­re cuore meridionale, nemmeno di quel «core napulitano», grande sì purché straccione e sottomesso come nelle dolenti commedie di Eduardo, miserabile e pazziariello come nei gag di Totò, spudorato e osceno come nelle infami allegorie di Malaparte.

Non crediamo a popoli buoni o cattivi o a stirpi che, da Cristo in poi, abbiano particolari missioni di far luce sull ‘umanità. Vogliamo nar­rare invece di gente né più buona né più intelligente di altra che, sen­za sapere del futuro del mondo, si mise insieme per vivere in pace fino a quando Dio l’avesse voluto cercando, per quanto fosse possibile a uomini e donne di questa terra, di attendere con pazienza che si rea­lizzasse quel Regno promesso agli umili e ai pacifici di tutti i tempi.

E già: perché è inutile cercare di capire il Sud, come è inutile cercare di capire tutta la storia del mondo se si perde di vista ciò che la guida e dove si propone di arrivare, se si conquistano tutti i regni e poi si perde l’anima propria. Sui testi dottissimi degli storiografi, dei politologi, degli ideologi, dell ‘anima non se ne parla né mai venne in mente ad un ‘intellettuale di citare in bibliografia le Beatitudini.

Qui invece cercheremo di scrivere, noi del Sud, la nostra storia che è vicenda di un popolo che non si sognò mai di allargare i propri confi­ni, che non impose mai ad altri le proprie usanze, che non si ritenne mai modello per nessuno e che, quindi non tentò mai di scrivere la storia degli altri.

A dir la verità noi meridionali (quelli che non se ne sono mai vergo­gnati) non pensammo a raccontare mai neppure la nostra di storia, convinti che la vita è molto meglio viverla che scriverla. Ma ora che, ineluttabilmente, la vicenda del Sud appartiene ad altri tempi, bisogna che qualcuno si prenda la briga di metterne giù la memoria almeno per evitare che continuino a scriverci la storia addosso con lo stesso zelo di un carabiniere che stende il verbale di un pregiudicato.

Quando Napoleone si mise in mente di ridisegnare l’Europa a modo suo, non lo sfiorò nemmeno l’idea che il Regno di Napoli potesse far tutt’uno con il resto d’Italia. Eppure era uno che se n ‘infischiava del­la geografia, dei papi e delle dinastie: la storia era convinto che co­minciasse da lui ma, anche da imperatore, non se la sentì di cancella­re con un decreto quello che fra tutte le nazioni vecchie e nuove rima­neva «il Regno» per antonomasia.

Si scriveva e si diceva infatti proprio così, «il Regno», dentro e fuori d’Italia, come dire che fra tanti, più antichi, nobili e vasti, proprio quello incarnava l’idea di perfezione.
Vecchio “napoletano ” ormai per sempre espatriato e senza nessuna illusione che venga restaurato il bel reame, non temo l’accusa di campanilismo se ripeto, senza esagerazioni, che il Regno del Sud fu il ca­polavoro della Cristianità.

C’era una volta…, è proprio il caso di dire, anche se non si tratta d’una favola, in cui gli uomini erano convinti che non si vivesse di so­lo pane. Ma una volta assolti tutti gli altri doveri verso Dio, gli uomi­ni di quel sud di cui parliamo sapevano di avere il diritto, quel pane, di mangiarselo in pace.

C ‘era una volta in cui gli uomini avevano le idee semplici, fatte di pa­ne e vino, e quando pensavano a una comunità perfetta si riferivano a quel Regno che ogni domenica contemplavano nelle loro chiese.

Rozzi e cisposi, né più né meno di tutte le plebi d’Europa, dai loro tuguri di pietre, fango e paglia, lasciando per qualche ora il fumo della legna e i muggiti degli animali, i villani la domenica e le feste entra­vano nel silenzio splendente delle chiese, fossero pievi di campagna, abbazie o cattedrali, nella luce riverberante dei ceri, nel profumo ine­briante d’incenso, poggiavano i piedi scalzi abituati al fango e al le­tame sulle pietre lustre delle navate e s’immergevano, fra i marmi del­le colonne, nella luce filtrata dagli alabastri, si libravano col canto solenne dei chierici nei gesti calmi e precisi del sacerdote, adoravano stupefatti il segno che univa tempo ed eternità rendendo concreto l’in­visibile, mangiabile e bevibile lo spirito increato.

L’oro, l’argento, i tessuti ricamati, le tovaglie di bisso sulle quali si ripeteva il miracolo di quel qualcosa che diventava Qualcuno erano lussi favolosi anche per i rudi baroni devoti, nei loro panni di lana grossa, gente di mazza e spada, con fibbie di ferro e calzari di cuoio, abituata a dividere pasti non meno frugali di quelli dei villani insieme a cani, cavalli e gregari. Grossolani alla stessa maniera, nulla sape­vano di classi sociali se non che tra famigli (così si chiamavano fra loro gruppo per gruppo) ognuno aveva un compito con il quale servi­re Dio e fratelli perché la paglia e lo strame si tramutasse in oro, perché il tufo e il calcare si tramutasse in marmo e il fumo acre del cerro profumasse come incenso, il rude bofonchiare divenisse canto angelico e infine il grezzo desinare pane bianchissimo e vino preliba­to.

A quel tempo gli uomini vivevano in capanne e i più ricchi in rozzi ca­ste llacci ma nessuno si scandalizzava d’innalzare splendide cattedrali che svettavano come montagne ricamate nella pianura di piccoli tuguri. Tutti avevano chiaro in mente che anche la loro vita era una pe­renne liturgia.

A quel tempo gli uomini avevano poche idee ma chiare, solide e svet­tanti come le loro cattedrali né li sfiorava il sospetto che altri, tanti secoli dopo, li avrebbe chiamati medioevali per dire che vivevano un tempo di trapasso, secoli d’ignoranza, a cercare di raccapezzarsi fra una città scomparsa e un città da inventare. Loro, è vero, non sapeva­no nulla d’idee luminose e progressive che sarebbero venute in testa ad uomini speciali ma, incuranti di essere uomini normali, andavano dritti con il cuore e la testa alla luce del Creatore.

Principio d’analogia si chiamava quel modo di costruire il pensiero insegnato dai riti sobri e solenni che dall ‘elementarità dei sensi innal­zavano la creatura umana ai massimi sistemi, Dio, la sua Legge, la Trinità, l’Incarnazione, la Sacra Famiglia, l’uomoDio che moltiplica il pane e si fa pane: quanto bastava ai semplici di cuore per sapere quel che da sempre e per sempre sta nascosto ai sapienti di questo mondo.

Un altro napoletano ci avrebbe costruito, su quel principio d’analo­gia, il più grandioso monumento del pensiero umano. Ma anche se Tommaso d’Aquino non era ancora nato e non aveva ancora spiegato il come ed il perché della sapienza, quegli uomini, come tutti gli altri cristiani sparsi per l’Europa, anche se analfabeti, erano già filosofi e teologi. E grandi mistici anche, giacché, senza sognarsi di camminare sull ‘acqua e levitare sul selciato, sapevano vivere con i piedi in terra e la testa in cielo, sapevano contemplare cioè, con in mano la zappa o la mazza ferrata, l’universo, il tempo e i suoi misteri. Infine erano santi giacché, senza sognarsi un’umanità di buoni, s’industriavano d’accettarsi l’un l’altro, nobili e plebei, deboli e prepotenti, come figli d’Adamo e come figli di Dio. Soavemente o a muso duro non soffriva­no certo d’incomunicabilità.

Forse qualche ragione in più dovevano avercela i meridionali visto che abitavano quelle terre e quei cieli dove, come d’incanto, qualche millennio addietro, era nata la stessa filosofia. Ma noi, qui, non vo­gliamo neanche stare ad esplorare per quale disegno il Creatore se­minando semi di popoli e di sapienza per la terra aveva fatto crescere la pianta del vero, del giusto e del bello nel Mediterraneo, un pezzettino di mondo che sull ‘atlante scompare fra i grandi oceani e i conti­nenti. È azzardato dire che in certe cose, anche magari sull ‘attitudine a pensare, c’entrasse in qualche modo l’ereditarietà? non quella della biologia, s’intende, ma quei passaparola e passasilenzi che fanno la trama della religione e danno senso alla vita.

Analogia per analogia, sull ‘immagine divina della Chiesa e sulla le­zione sapiente degli antichi, si costruirono le famiglie dei popoli, gli imperi, i regni, i principati. La Chiesa di Roma, il Papato furono i modelli delle abbazie, delle diocesi, dei comuni, delle corti baronali, dello stesso focolare domestico.

Dopo lo sfacelo dell ‘Impero romano, dopo il rimescolarsi delle genti e delle lingue, gli uomini lasciarono i nascondigli nelle selve, gli ana­coreti scesero dalle montagne, i nomadi si scelsero un territorio dove seppellire i loro padri e chiamare patria, forti e meno forti si associa­rono in gruppi e si diedero leggi, regole, statuti, stabilirono patti ed alleanze. Spezzarono la spada che avevano alzato contro gli inermi e giurarono su quella che l’unico Maestro aveva detto poter bastare per difendere la vita, la proprietà e l’onore dei cristiani.

Vangelo e Legge, nell ‘alto medioevo, dopo l’apparente insanabile dis­sidio dei primi tempi dell’Incarnazione, seppero finalmente coniugarsi e, quando sugli altari furono deposte le armi consacrandole al Dio degli umili ma anche, l’abbiamo dimenticato? degli eserciti, fu chiaro a semplici e dotti, a irruenti e mansueti, a poveri e ricchi, che Croce e spada avevano la stessa forma, che l’una e V altra potevano dispensa­re morte e vita, giustizia e dannazione, abominio e gloria. Sulla Croce e sulla spada, sulla quale l’UomoDio sta in equilibrio fra morte e vi­ta, furono giurati allora tutti i patti con i quali nascevano i popoli e le nazioni. Nacque la grande alleanza della Cristianità.

Alla stessa maniera, buon ultimo, nacque il Regno del Sud. Ruggero, uomo straordinario per valore, figlio d’uomini straordinari, raccolse il consenso di migliaia di persone divise, di centinaia di piccole co­munità, di castelli, città, abbazie esposte ad ogni abuso dei più forti e ad ogni prepotenza dei più scaltri. Suo padre, suo nonno, i suoi zii non si sapeva nemmeno come nel Sud fossero capitati. Di avventura in avventura dal nord della Francia? di ritorno in Puglia dalla Terra Santa? a sciogliere un voto al Monte Sacro dell’Arcangelo Michele, re di tutti i guerrieri e dissipatore della tenebra diavolesca? Sembra che per sbarcare il lunario, Tancredi d’Altavilla e i suoi figli mettes­sero astuzia e spavalderia al servizio di piccoli signori. Gente intra­prendente questi normanni: nel giro di due generazioni da sconosciuti avventurieri dagli improbabili nomi, Tancredi, Guglielmo, Drogone, Umfredo, Roberto, diventati conti di Puglia, duchi di Puglia, duchi di Puglia e di Calabria, gran conti di Sicilia, sovrani di tutto.

«Maledetti normanni» avevano inveito i catapani bizantini contro quegli invincibili cavalieri che ormai tutti invocavano come capi, «Maledetti infedeli» li avevano apostrofati i visir di Sicilia, «Maledetti papisti» avevano mugugnato gli eparchi delle Calabrie. Li benedice­vano invece quelli di cui avevano preso le difese, cominciando a pro­vare il gusto di starsene in pace, come in terra promessa, sotto la vite e il fico.

Ci vollero dieci anni da quella notte di Natale a Palermo perché Ruggero, il messia normanno, avesse la meglio di tutti i riottosi e si rap­pacificasse col Papa legittimo: ad Ariano, a cavallo dell’Appennino guardando il Tirreno e l’Adriatico, quasi al centro geografico del Re­gno, si riunirono tutti i baroni, gli abati, i rappresentanti delle città «di qua e di là del faro» per
proclamare la costituzione del Regno. « Voi, uomini nobili dell ‘Italia meridionale e della Sicilia eravate qui prima di me, con le vostre leggi e le vostre consuetudini, disse Ruggero pressappoco. Giuro nel nome di Dio che mi ha dato la vittoria e mi ha consacrato vostro re, di difendere il vostro diritto, di raddrizzare i torti, di stroncare gli abusi». Le «Assise» di Ariano furono la costitu­zione di uno stato che si perpetuò per settecentotrenta anni e che fece dei meridionali una nazione.

Molti da allora vennero ancora a metter radici da ogni parte d’Euro­pa e i loro discendenti sono ancora fra noi, e null’altro vollero essere se non “Siciliani ” o “Napoletani “.

C’era una volta il Sud, c ‘era una volta un re. E già, perché è impossi­bile parlare dei meridionali senza dire dei loro re, ed anche delle loro regine. Per grazia di Dio e volontà della nazione, i re del Sud non sve­gliavano con un bacio le belle addormentate, spesso non eran biondi né belli e sui cavalli bianchi ci stavano a malapena. Ma, anche se i loro soprannomi non erano sacrali, anzi talvolta alquanto imper­tinenti, non furono mai simboli ma persone, con tutti i pregi e le debo­lezze dei loro sudditi e perciò da essi furono molto amati, come gente di famiglia. Anche quando si ebbero contro mezza Europa, seppero stare ai patti fino in fondo. Calunniati fino ad oggi con pervicace fu­rore come nessun altro di nessun ‘altra dinastia, anche presso chi non ebbe il tempo di conoscerli si sono conservati, dopo poco più d’un se­colo dalla morte in esilio dell’ultimo re, così, quasi a dispetto, un ‘istintiva nostalgia.

Un solo popolo, d’uno staterello raccogliticcio e provinciale, dopo settecento anni, mandato senza nemmeno sapere perché, in un paese che il loro sovrano non aveva visto mai, venne, conquistò, devastò e mai si mescolò coi «cafoni» di cui non capiva una parola.

I sudditi del più grande e più antico regno d’Italia, dei sedicenti libe­ratori che abitavano di là dell’Appennino toscoemiliano non conob­bero che gli editti autoritari dei generali con la erre francese, gli or­dini di requisizione, di confisca e di repressione armata, le condanne a morte dei resistenti, i mandati di cattura dei renitenti alla leva e l’ordine di distruzione d’interi paesi sospetti di simpatie per il vecchio Stato. Non conobbero che i decreti di un parlamento che, da Torino, da Firenze o da Roma, decideva un destino che non passava per il Sud se non attraverso le ordinanze dei prefetti e le manette dei carabinieri.

Del più bel regno d’Europa fu maledetta la memoria. Della più bella e vivace capitale del mondo non rimase che il peggior folclore e lo sberleffo. Dalla più bella reggia del mondo furon portate via anche le pentole della cucina.

Al cognato Granduca che gli magnificava i progressi del suo stato, Re Ferdinando, un secolo prima, faceva notare che pure, se di toscani se ne trovava in tutt ‘Italia, di napoletani non se n ‘era mai visti cercar la felicità fuori dal Regno. Nel 1861, dai porti di Napoli e di Palermo, partirono 6000 emigranti, 6800 emigranti nel 1862, 7000 emigranti nel 1863, 9000 emigranti nel 1864, 11.000 emigranti nel 1865, 18.000 emigranti nel 1866, 21.000 emigranti nel 1867, 26.000 emigranti nel 1868, 32.000 emigranti nel 1869, 40.000 emigranti nel 1870. Prima di essere invaso, il Sud aveva 12 milioni di abitanti. Fino ad oggi gli emigrati meridionali nel mondo sono 20 milioni senza contare quelli sparsi nel resto d’Italia.

«Partene ‘e bastimente pe ‘ terre assai luntane, cantene a bordo, sò napulitane»: oggi i meridionali non cantano nemmeno più. Gli è ri­masta solo la malinconia di non conoscere neanche il perché una vol­ta lo facessero tanto volentieri e il sospetto che per un misterioso complotto qualcuno gli abbia taciuto un profondo sopruso. Eppure, dopo molte generazioni di sradicati, ovunque nel mondo, anche par­lando lingue nuove, i meridionali si riconoscono ancora fra di loro. Basta un’inflessione dialettale, un nome, un santo familiare perché si dichiarino «Paisà!»: sono ancora, a scorno della storia, anche in mezzo ad altri italiani, una nazione.

C’era una volta un paese felice e sembra una favola. Gli uomini meri­dionali, dicevano i viaggiatori, senza capire, son fieri, generosi, cor­diali, contenti della loro vita. Le donne avevano vestiti dai colori sgargianti, pendagli d’argento e collanine di corallo. Rancore, diffi­denza, omertà sono rimasti nei paesi desolati. Le nostre donne da più d’un secolo non vestono che di nero.

È su queste premesse che vogliamo raccontare, noi, la nostra storia. Una storia che giunge da quell’Italia che tutti conoscono come de­pressa e clientelare, terremotata e mafiosa, disoccupata e camorrista, abusivista e criminale, superstiziosa e sfaticata, dove civili sono solo i procuratori antimafia venuti dal Nord, e della quale si dice: «È sem­pre stata così». Della quale, molti, di là da quell’Appennino, ormai farebbero volentieri a meno, senza neppur sapere che ciò che vantano come progresso, per buona parte, viene dalle casse rapinate del Sud e dalla fatica e dalle lacrime degli emigrati meridionali.

Dice: ma le lacrime non si trovano nei fondi d’archivio, una storia così non è roba scientifica. È vero, ma nessuno si sogna di invadere il campo dei professori, le cattedre della scienza dove si costruiscono, ognuno con la sua regola, i tasselli del grande mosaico della vita. Ci mancherebbe altro. Noi, senza credenziali, proprio perché ci ritro­viamo qui ad essere analfabeti come i nostri antenati, ci limiteremo solo a metterci nella giusta prospettiva, alla distanza giusta, non così vicini, per guardare tutto questo quadro che effetto fa. E per capirne il senso ci allontaneremo ancora perché, se siamo convinti che quelle piccole, splendenti, raffinatissime, pur sempre utili ma sempre picco­le, tessere di vetro da sole non rappresentano nulla, siamo altrettanto convinti che la nostra storia ha un significato solo se la si guarda con tutto il panorama.

Questa storia non è quindi per gli “addetti ai lavori ” ma è dedicata ai meridionali, soprattutto a quelli giovani, che forse non hanno mai pianto ma che talvolta sono stati costretti a nascondere i loro nomi così sfacciatamente paesani e a correggere la loro cadenza dialettale per far finta di non essere del Sud. Ma anche a quegli adulti che sono abbastanza giovani da stare a sentire una storia senza pretese di scientificità, soprattutto a quelli che son stufi di considerare la loro dignità di meridionali quasi un abuso. Ed anche qui non parlo solo dei meridionali nati né di quelli che dal Sud se ne sono andati ma di tutti coloro, di qualsiasi parte del mondo, che per qualche ragione, poveri come loro, non si vergognano di considerarsi nonostante tutto, e proprio per questo, dei beati.

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