>Un interessante caso antropologico: il politico meridionale

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A metà strada tra il cameriere e il capobanda, il politico meridionale si insedia nella sua nuova nazione italiana con baldanzosa convinzione: dopo essersi dichiarato “fiero anti-borbonico” ed aver consegnato il bel Regno delle Due Sicilie ai liberali Savoia, si appresta a curare i propri interessi lobbistici nel nuovo Parlamento torinese, facendo in modo che “tutto cambi perchè non cambi nulla” (anzi, perché no, magari migliori pure qualcosa).
Il patto nazionale é molto chiaro e da tutti condiviso: il Settentrione sarà industrializzato, anche a scapito delle industrie napoletane, e il Meridione manterrà il suo primato agricolo sotto il “controllo” appunto della nuova classe dirigente meridionale ed anti-borbonica. Peraltro sarebbe un errore sottovalutare l’apporto del politico meridionale, soprattutto in quel frangente, sia perché dovrà trasformare (con l’aiuto di Dio!) i popoli napolitani e siciliani filo-borbonici in popoli italiani e filo-sabaudi, e sia perché nei primi decenni dall’Unità saranno proprio le esportazioni meridionali che dovranno garantire il risorgimento del fragile Settentrione. Compito assai delicato, quindi.
Ma, bisogna dire, svolto con pazienza, solerzia e passione.
Certo, almeno nei primi anni qualche senatore meridionale più sensibile degli altri non é rimasto indifferente alla strage che si stava compiendo sotto il nome di “repressione del brigantaggio”, e dagli archivi storici del parlamento savoiardo si legge persino qualche parola dissonante di qualche barone meridionale di fronte allo strangolamento delle attività industriali a sud di Roma.

Ma si sa, per un politico meridionale sensibile, ve ne sono almeno altri dieci forniti della quantità di pelo sullo stomaco sufficiente per traghettare il Paese fuori da imbarazzanti impaludamenti. Ed ecco infatti Giuseppe Pica, avvocato abruzzese già definito dalla giustizia borbonica “inquieto e amatore di novità politiche”, che prontamente fornisce nel 1863 lo strumento più efficace per sedare la resistenza dei suoi poco docili connazionali.
La legge Pica è solo un esempio, per quanto assai notevole, del tipico atteggiamento del politico meridionale di fronte al consesso italiano e internazionale: denigrare con decisione la truce bassezza del popolo (che egli dovrebbe rappresentare), aggrapparsi ad illuminate teorie politiche che puntualmente hanno origine e attuazione in ambienti oltremodo lontani dalle martoriate terre post-borboniche, e in definitiva servire come luogotenenti, come vicerè potremmo dire, nelle loro contrade.
Vicerè, per la verità, Napoli e Sicilia ne hanno avuti, e per ben due secoli (la Sicilia anche di più); seppure da Madrid, a differenza di Torino e Roma, si amasse incondizionatamente il regno napoletano, comunque le storture di un governo “per delega” avevano corrotto la già scarsa attitudine dell’élite napoletana a scegliere da sè il proprio miglior destino.

Ma torniamo all’Italia unita. Se si eccettuano rare e, tutto sommato, poco efficaci eccezioni (Salvemini, Fortunato, Sturzo, Dorso), il vero politico meridionale é granitico e si organizza su diversi livelli: quello che arriva ai vertici della politica italiana, quello che “fa numero” nelle varie sedi della iperburocratica macchina politico-amministrativa ereditata dal Piemonte, e quello che controlla il territorio dal basso, non raramente in tacito accordo con le fiorenti organizzazioni mafiose.

(Consiglio a tutti la lettura della piéce teatrale “L’onorevole” di Sciascia, che tratteggia piacevolmente la vicenda di un politico meridionale democristiano, che pur provenendo da un’esperienza come povero ma dignitoso insegnante di liceo, rimane intrappolato in logiche più grandi di lui. E abbandonata qualsiasi rettitudine morale, si dedica con convinzione alla pratica del potere, scendendo a compromessi sempre più bassi e, alla fine, non portando altro beneficio se non a se stesso.)

Non intelligente ma furbo, non lungimirante ma abile nelle emergenze (soprattutto quando si tratta di far sparire i fondi), disinteressato al bene comune ma molto attento a restituire i favori, soprattutto quando il creditore é utile o pericoloso.
Una classe politica formata da un esercito di tanti vota-Antonio-La-Trippa deve essere tornata assai utile ai poteri forti padani, banchieri ed imprenditori. Mi sembra di sentirli i loro discorsi: quel Sud lì l’è proprio un bel limone da sprémere!, ridacchiando soddisfatti di come gli incentivi per il Mezzogiorno di quell’anno siano stati facilmente dirottati verso le imprese al Nord, a patto certo di qualche bustarella ai “politici di laggiù” perché non rompessero le scatole. E poi, grazie ad abbondanti dosi di droga assistenzialista, tutto sommato i meridionali costituiscono ancora un gran bel mercato per le merci settentrionali. E se proprio non riescono a vivere laggiù, di manodopera a basso prezzo qui al Nord c’é sempre bisogno. D’altra parte Milan l’é un grand Milan!

Il debito pubblico aumenta? Niente paura: si prende un politico meridionale, il più furbo e abile di tutti nel tirare a campare, lo si mette a capo del Ministero del Tesoro per qualche anno, e si prosegue senza troppi fastidi.

Fino a quando, in un modo o nell’altro, il palloncino scoppia.
Si entra in Europa, a patto di “fare le persone serie”. Che tradotto, significa due cose: basta assistenzialismi e trucchetti finanziari da quattro soldi (se proprio bisogna truccare i conti bisogna farlo in grande, con l’appoggio dei poteri forti internazionali), e via libera al mercato più selvaggio, dove si sopravvive solo se si è più svelti a mangiare l’avversario, anzi il nemico.
In questa nuova prospettiva, il povero politico meridionale si è sentito dire: caro signore, il tuo limone l’ho già spremuto per bene, ora per far uscire altro succo dovrei spendere dei soldi che al momento non ho. Dunque, non avertela a male, ma ognuno va per la sua strada; anche perchè ormai la “questione settentrionale” è diventata insostenibile (!).
Che cosa riuscirà ad escogitare stavolta il nostro bravo politico meridionale? Ecco qualche idea: intanto uniamoci più forti a coorte, come dice Mameli, e può darsi che la barchetta italiana regga ancora; e poi (s)vendendo alle multinazionali i porti attraverso i quali passeranno le merci dall’oriente, qualche annetto ancora si dovrebbe riuscire a tirare avanti.
Per il resto si vedrà.

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One Comment su “>Un interessante caso antropologico: il politico meridionale”

  1. Jack_Walsh Says:

    >Un post che non fa una grinza.I miei complimenti!


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