>"Scrive ovunque contro chiuque senza un dunque!!

>
Recentemente ho avuto modo di leggere queste parole in un certo contesto ad opera di una certa persona ….

Uno dei libri piu’ importanti per il mio processo di formazione e’

Siddharta

di Herman Hesse

Sant’Agostino disse che il cercare è già di per sé un trovare e Siddharta è proprio “uno che cerca” un cercatore, un uomo inquieto, bisognoso di trovare una certezza tra le tante incertezze della vita, l’Assoluto nella relatività dell’esistenza e dei rapporti, che tenta di vivere in profondità la propria esistenza, attraversando tutte le esperienze possibili, la sensualità, il misticismo, la meditazione filosofica, ricercando il tutto nel particolare, forte della convinzione che nessuna acquisizione è definitiva, e che la conoscenza ha sempre innumerevoli aspetti da scoprire.
Figlio di un sacerdote bramino, Siddharta si dimostra presto uno spirito diverso e superiore; apprende le dottrine sull’Atman, quelle che parlano di unità tra individuo e anima universale, è benvoluto da amici e parenti, in particolare dal suo coetaneo Govinda che è convinto che gli dei abbiano in serbo per il suo compagno un destino superiore, eppure il giovane non è soddisfatto di sé e della sua vita.
Un giorno Siddharta incontra i Samana, gli asceti vagabondi che praticano il digiuno e il disprezzo del mondo; di fronte alla loro passione che li spinge alla rinuncia e all’annientamento della personalità decide di seguirli insieme a Govinda.
Cominciano così a praticare assiduamente gli esercizi e i digiuni della vita ascetica, soprattutto Siddharta, che impara a distaccarsi completamente dall’Io, riuscendo a divenire pietra, avvoltoio o scheletro, però ben presto lo assalgono i dubbi, perché riesce a distaccarsi ma al suo Io poi deve sempre fare ritorno, la liberazione non è mai completa, ed è perplesso anche perché riflette sul fatto che il suo maestro, il più anziano dei Samana, non ha ancora raggiunto il Nirvana, la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti, né mai lo raggiungerà.
Siddharta è convinto che nella ricerca della beatitudine non si può imparare niente che non si trovi già all’interno della propria vita, e questa convinzione si rafforza maggiormente dopo aver incontrato il Buddha, un uomo liberatosi dalla ruota delle reincarnazioni, che gira per il paese predicando, col quale ha un lungo colloquio in cui gli espone le proprie perplessità, ma che non segue, al contrario di Govinda, perché deve trovare da solo una via personale.
Ora Siddharta è consapevole che nel cammino della conoscenza gli è mancato un elemento fondamentale: se stesso. Non è più tempo di pensare al passato, adesso lo aspetta la vita.
Il sole, l’aria, gli uccelli, le notti, gli animali, tutto ciò che aveva considerato illusione, il mondo intero, ora gli appare bello, e così riconfortato prosegue la sua ricerca, che solo a questo punto comincia veramente, e che lo porterà ad attraversare esperienze diverse, dalla sensualità (l’amore per Kamala), al materialismo (il commercio), allo scoramento (l’idea del suicidio), al misticismo (l’illuminazione).
L’Oriente ha sempre significato per Hesse il simbolo assoluto dell’altra patria, quella vera, staccata dal mondo fisico, patria del cuore, luogo dove dubbi e fedi si ricompongono in una superiore unità, e “Siddharta” è appunto la storia della ricerca di questa dimensione, un viaggio spirituale, nel cui protagonista, come nel poema dantesco, si cela lo stesso autore.
Nucleo centrale del libro è la storia del rapporto tra l’ascetico Siddharta e la raffinata prostituta Kamala che lo inizia all’arte dell’amore, che mette in risalto la concezione dell’eros salvifico, forza di liberazione e tappa illuminante sulla via che conduce al Divino, nei suoi aspetti luminosi e in quelli in ombra, come forze contrapposte che si completano, proprio come il simbolo del Tao che unisce il principio maschile e quello femminile. E tra luci ed ombre, Siddharta arriverà all’illuminazione finale, alla conquista della verità che trascende le fedi stesse che l’hanno originata, e ci arriverà personalmente, perché ogni uomo deve cercare senza sterili imitazioni il suo modo di vivere la verità.
Profondo fu il suo sonno, e libero da sogni, da lungo tempo non aveva più conosciuto un sonno tale. Quando si svegliò dopo parecchie ore, fu come se dieci anni fossero trascorsi…Ed il passato gli apparve come avvolto in un velo, infinitamente lontano, infinitamente superiore, infinitamente indifferente.
Alla fine del suo percorso Siddharta confida a Govinda ciò che ha appreso: che la saggezza non è comunicabile, che ogni cosa appartiene all’unità, che ciò che va cercato è il tutto, il misterioso tutto che si cela dietro aspetti mutevoli, che le cose sensibili hanno valore sia per se stesse sia perché appartengono ad un ciclo che può ritrasformarle (la pietra in uomo, il fiore in Buddha), e soprattutto che le parole non fanno altro che mascherare e confondere, l’essenziale è l’amore, accogliere in sé il mondo e tutto ciò che contiene, senza nulla disprezzare.
E il sorriso finale che Govinda vede sul volto dell’amico, tranquillo, imperturbabile, dolce e benevolo, lo stesso sorriso che ha visto infinite volte sul volto del Buddha, il Risvegliato, simboleggia proprio l’acquisito stato della consapevolezza che rifluisce dietro il volto di Siddharta: l’Illuminazione.

tratto da

http://www.letteraturaalfemminile.it/siddharta.htm

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