>MONONGAH

>

Un gruppo di minatori della miniera di Monongah, nel West Virginia, teatro, la mattina del 6 dicembre 1907, del pi¿ grave disastro della storia mineraria degli Stati Uniti, in cui persero la vita 171 italiani su 362 morti, secondo i dati ufficiali

L’ITALIA E’ UN PAESE STRANO! DEVO ARRIVARE A 34 ANNI, PER PURO CASO A SCOPRIRE UNA TRAGEDIA CHE HA COINVOLTO TANTI ITALIANI CHE INSEGUIVANO IL SOGNO DI UNA VITA MIGLIORE, CHE NON POTEVANO REALIZZARE IN PATRIA PERCHE’ NELLA GUERRA CIVILE ITALIANA UNA PARTE HA SUCCHIATO TUTTA LA LINFA VITALE DELL’ALTRA LASCIANDOLA MORENTE AL SUOLO.
QUALE CIVILTA’ ESPRIME UNA NAZIONE CHE DIMENTICA I SUOI MARTIRI ( E GLI ESEMPI SONO NUMEROSI)?
IL MIO PENSIERO VA AI MORTI NELLA TRAGEDIA DI MONONGAH.

”A proposito di italiani … si dice ci sia un paese, qui negli Stati Uniti, dove in una sciagura mineraria sarebbero morti piu’ di 200 italiani … Credo si chiami Minonga, Manonghi, non so …”. E’ cominciato tutto cosi’, da quattro chiacchere scambiate con un collega giornalista italo-americano in una fredda serata dello scorso febbraio a New York. Quattro chiacchere che hanno pero’ risvegliato la curiosita’ del cronista. E cosi’ qualche anno fa Domenico Porpiglia, direttore del quotidiano ‘Gente d’Italia – cronache degli italiani dal mondo’, ha deciso di andare fino in fondo.

Una storia che, all’inizio, poteva avere l’aria di una leggenda ma che, alla fine, si e’ rivelata nella sua inimmaginabile tragicita’: quel paese dal nome strano esiste davvero, e’ Monongah nella West Virginia, ed anche quei minatori morti ci sono stati davvero. Ma per arrivare a scoprire questa verita’, Porpiglia ed i suoi redattori hanno lavorato per mesi.

”Il collega – racconta Porpiglia – non sapeva dirmi nulla di piu’, le sue erano informazioni vaghe, a partire dal nome del paese di questa ipotetica tragedia. Una storia che mi lasciava allibito, una tragedia piu’ grande di quella di Marcinelle in Belgio, eppure non se ne e’ mai saputo niente. Sentivo di dover verificare quel racconto e cosi’ ho cominciato a cercare e scavare nel passato, tra mille difficolta”’.

Per prima cosa, il direttore affida l’incarico di avviare delle ricerche su Internet a due suoi giornalisti: ”Uscirete dalla redazione solo dopo che sarete riusciti a trovare qualcosa”. E in effetti, dopo sei ore di navigazione, qualcosa, anche se poco, dalla Rete emerge. Poche righe vengono fuori da Internet utilizzando le parole chiave ”miniera – americano – disastro”.

Si riesce a risalire al nome esatto del paese, Monongah, e a sapere che dista 185 miglia da Washington e che oggi ci abitano circa 445 famiglie, per un totale di 1018 persone distribuite su un’area di 1227 chilometri quadrati. Anche della tragedia c’e’ qualche traccia in Internet: in 19 righe e’ racchiusa la morte di 361 emigranti, rimasti sepolti nella miniera, la storia di 250 vedove e oltre 1000 orfani. Quanto basta per decidere di andare fino in fondo.

Dopo pochi giorni, quattro cronisti del ‘Gente d’Italia’ arrivano a Monongah. Il paese e’ sperduto tra le montagne: per raggiungerlo impiegano dieci ore di auto da New York; non ci arrivano i treni e neppure altri mezzi pubblici di trasporto. Porpiglia li raggiunge poco dopo. Comincia una ricerca frenetica. I cronisti consultano archivi, giornali dell’epoca, e le indagini si spingono fino a Washington e Philadelphia. Si mettono insieme i pezzi del puzzle e la storia tragica di Monongah inizia a mostrare contorni piu’ chiari


Tre minatori all’ interno della miniera

La mattina del 6 dicembre 1907, giorno di San Nicola, 478 minatori e 100 uomini addetti ad attivita’ accessorie entrano nei pozzi 6 e 8 della miniera di carbone di Monongah, nome indiano che significa lupo, West Virginia, USA ,gestita dalla compagnia Fairmont Coal Company .
Alle 10.25 si registro’una serie di potenti esplosioni causate dal gas. In pochi minuti centinaia di minatori vennero travolti, schiacciati nel crollo dei tunnel, bruciati dalle fiamme, soffocati dal fumo. Non ci furono superstiti: questa e’ l’unica cosa certa, mentre, a distanza di un secolo, non e’ ancora possibile stabilire il numero esatto delle vittime. Dapprima si parlo’ di 361, poi di oltre 500; di 620 (un addetto alle sepolture del Municipio di Monongah), e, addirittura, di 956 (un giornale del 9 marzo 1908).
Si tratta della ”piu’ grande sciagura della storia mineraria statunitense”.

I morti italiani ufficialmente sono 171, ma in realta’ sarebbero molti di piu’, La maggior parte era originaria della Campania, del Molise e della Calabria. E’ stato ”toccante – racconta ancora il direttore – arrivare al cimitero di Monongah, che secondo un antico fonema pellerossa vuol dire ‘lupo’: un’intera sezione e’ di sepolture senza nome, e’ li’ che si trovano i minatori deceduti”.

Man mano che i fatti emergevano, prosegue, ”diventava sempre piu’ appassionante il tentativo di risalire ai nomi e alle origini dei minatori italiani”. Si risali’ cosi’ a localita’ sconosciute ai piu’: Duronia, Pietracatella, Santacroce del Sannio, S.Giovanni in Fiore. I cronisti raggiunsero i 25 comuni dai quali era partita la maggioranza dei minatori. Della tragedia era rimasto qualche lontano ricordo, se non nella memoria delle persone nei detti popolari.

A S.Giovanni in Fiore ad esempio, da dove provenivano numerosi minatori, racconta Porpiglia, ”per dire che non si ha intenzione di far perdere le proprie tracce, il detto e’, non a caso, ‘non vado mica a Milonga’, con un chiaro riferimento al paese della tragedia statunitense”. Ma come mai ci sono voluti oltre 90 anni per riportare a galla una tragedia di tali proporzioni? ”Un motivo – afferma Porpiglia – e’ che Monongah e’ un paese nascosto, lontano dagli occhi del resto del mondo; della tragedia si sono presto perse le tracce, bisognava andare li’ per ritrovarle. Inoltre, il disastro era stato causato dai proprietari della miniera, La Fairmont Coal Company, che non avevano attivato l’impianto di aerazione, c’era dunque tutto l’interesse ad insabbiare l’accaduto”.

Il tempo dell’oblio per le vittime di Monongah e’ finito. Il 14 novembre 2004, i sindaci dei comuni italiani dai quali partirono i minatori e un inviato del Vaticano sono andati nella cittadina, per piantare una croce nel cimitero in memoria di quei morti senza nome. Anche il presidente della Repubblica Ciampi, in viaggio in Usa, ha rievocato la tragedia e il 6 dicembre, 97/o anniversario della sciagura, su iniziativa di ‘Gente d’Italia’, nei comuni d’origine dei minatori e’ stata celebrata una messa in suffragio.

Per ora, a ricordare i minatori scomparsi, a Monongah c’e’ solo un enorme ‘monumento di carbone’, grande quanto un campo di calcio: una montagna di oro nero trasportata nel giardino di casa, negli anni, da una delle vedove. Aveva perso la ragione e, ogni giorno da quell’anno, ha trasportato a casa 4 sacche di carbone. Era convinta che in quel carbone avrebbe trovato i resti del marito.

La sciagura di Monongah, piccolo centro nel West Virginia, e’ rimasta pressoche’ ignorata per oltre un secolo, nota solo ai parenti delle vittime. Poi Domenico Porpiglia, direttore di ‘Gente d’Italia, sulla base di una semplice indicazione, comincio’ a investigare facendo di quella tragedia il tema di una ricerca storico-giornalistica che consenti’ di dare il giusto risalto a una sciagura mineraria che determino’ il maggior numero di vittime italiane, piu’ ancora di quella belga di Marcinelle (8 agosto 1956, 262 vittime di cui 136 italiane).


Monongah – West Virginia, 6 dicembre 1907: l’ingresso del pozzo n°8 dopo l’esplosione

Le vittime rimarranno sempre dal numero imprecisato perchè neanche un terzo dei minatori era registrato; fra le vittime decine di abitanti di San Giovannni in Fiore emigrati in cerca di fortuna in America… alcuni di loro erano appena dei ragazzi.
La grave crisi socio-economica che il paese di San Giovanni in Fiore viveva sul finire dell’Ottocento e gli inizi del Novecento era delle più disastrose e, l’unica soluzione possibile, per porvi rimedio, sembrava essere quella di emigrare negli Stati Uniti d’America.

Già sul finire, dell’Ottocento era iniziato il grande esodo migratorio transoceanico. Il nuovo continente rappresentava, per l’intera popolazione del nostro paese, la terra della speranza, della libertà e del benessere che, attraverso il lavoro, poteva far raggiungere quella tanto agognata agiatezza economica.
L’America simboleggiava dunque, in quel periodo ciò che a partire dal 1950, poi avrebbero rappresentato paesi europei come la Germania, la Francia e la Svizzera.
I risultati ottenuti in termini economici dai primi emigrati sangiovannesi, una volta rientrati a San Giovanni in Fiore dopo una breve permanenza in America furono di stimolo per tutti i concittadini che erano rimasti in paese. Difatti, al loro ritorno, questi potevano realizzare una casa dignitosa e comprare un pezzo di terra da coltivare. Ma la cosa più importante era quella di non dover lavorare più sotto padrone.
Così il sogno nel cassetto per tutti i giovani di San Giovanni in Fiore, divenne quello di poter raggiungere a tutti i costi, la mitica terra d’America.
Oltre cinquemila unità di forza lavoro, partirono a cavallo dei due secoli e, proprio in quel periodo, il 70% delle famiglie del nostro paese contava almeno un congiunto emigrato in Usa. La stragrande maggioranza di questi era composta da braccianti e da contadini, di conseguenza per la maggior parte di loro, non avendo un mestiere alle spalle, la destinazione era quella delle miniere del West Virginia.

In paese si creò un fermento tale che ogni lavoratore scriveva al parente o all’amico emigrato per ottenere anche lui un contratto di lavoro.
I pochi commercianti del paese iniziarono a riempire i propri magazzini di viveri, poiché cominciavano ad affluire le rimesse dei cosiddetti “Mericani”.
Giovanni De Paola, aprì la prima agenzia di viaggi in paese, rappresentando la Compagnia di navigazione “Italia” e spesso anticipava lui stesso il denaro per il viaggio a qualche emigrante amico; ma anche le famiglie benestanti di San Giovanni si prodigarono in tal senso. Addirittura molti di questi benestanti gestivano per alcuni di loro il denaro che gli emigrati una volta oltreoceano inviavano depositandolo presso le “Regie Poste” o in Banca o facendo affari concordati con gli interessati per corrispondenza. La vita, però, ci ha insegnato che non tutti abbiamo lo stesso destino e che possiamo sognare quanto vogliamo, ma non è detto che ciò che si sogna si realizza.

Il 6 dicembre 1907 iI sogno americano fu infranto velocemente, in un boato, nella più grande sciagura mai capitata a cittadini di San Giovanni in Fiore.
La catastrofe sconvolse l’intera America. I giornali “La voce del Popolo” e “Il Bollettino della Sera” riportano la notizia a caratteri cubitali, seguita dall’elenco dei morti e da una elencazione di iniziative mirate a fornire assistenza ai familiari delle vittime, attraverso un comitato appositamente istituito.

Bollettino della Sera: New York 28 dicembre 1907

–La Fairmount Coal Company fece in modo che le famiglie dei caduti potessero continuare ad abitare – gratuitamente – nelle case della Compagnia fino a quando non si trovavano nuove destinazioni.

–Il Comitato cercò di coinvolgere le comunità italiane sull’intero continente americano, al fine di raccogliere fondi da destinare alle famiglie delle vittime della miniera.
L’intento era di donare 300 dollari ad ogni vedova e 100 dollari ad ogni orfano al di sottoo dei sedici anni di età. Il Comitato che era presieduto dal sindaco di Monongah si proponeva anche di provvedere ai genitori anziani delle vittime celibi. Molte delle famiglie ivi residenti chiesero di ritornare in Italia; altre di trovare una comunità dove potersi guadagnare da vivere.

–Soprattutto San Giovanni in Fiore venne sconvolto dalla sciagura, provocata dall’immane catastrofe, al punto tale che per un certo periodo non si emigrò più e gli Stati Uniti d’America venivano visti come la terra della morte proprio come era stata definita Monongah in un titolo del giornale italo-americano “Il Bollettino della Sera”.


Un momento del trasporto delle salme dei minatori della miniera di Monongah

–Non si sa quante di quelle famiglie siano rimaste in America dopo l’esplosione della miniera e quante, invece, fecero ritorno in Patria. Sappiamo solo che quei lavoratori, partiti da San Giovanni in Fiore ed imbarcatisi a Napoli, per quaranta giorni attraversarono l’Oceano Atlantico su navi fatiscenti, per approdare al porto di New York, portandosi dietro solo la forza della braccia ed in tasca un sogno da realizzare, un sogno che avrebbe dato loro e ai propri familiari la felicità, non sapendo però quello che gli sarebbe accaduto di li a poco…e, “nel momento stesso in cui lo seppero, cessarono di saperlo”.

Le bare allineate con le salme dei minatori della miniera di Monongah

Elenco approssimativo delle Vittime italiane di MONONGAH

Elenco delle trenta vittime accertate di origine Florense

Abbruzzino Francesco
Basile Antonio
Basile Giovanni
Basile Saverio
Belcastro Giuseppe
Belcastro Serafino
Bitonti Antonio
Bitonti Rosario
Bonasso Giovanni
Ferrari Giuseppe
Gallo Salvatore
Girimonte Raffaele
Guarascio Francesco
Iaconis Giovanni
laconis Francesco
Lavigna Pasquale
Leonetti Giovambattista
Lopez Salvatore
Marra Salvatore
Oliverio Giovanni
Perri Tommaso
Pignanelli Saverio
Provenzale Pietro
Scalise Luigi
Silletta Antonio
Urso Gennaro
Veglia Antonio
Veltri Leonardo
Veltri Leonardo

–Una singolare storia legata al disastro di Monongah è quella di Frank Oliverio. Nato a San Giovanni in Fiore nel 1885, a quattordici anni emigra negli USA e lavora come minatore a Monongah. Il giorno prima della tragedia decide che sarebbe andato a cercare lavoro a Clarksburg. La mattina dopo mentre era in viaggio per Clarksburg molti suoi amici persero la vita nelle esplosioni dei bracci n°6 e n°8 delle miniere di Monongah.

la Calabria non ha mai dimenticato i suoi morti di Monongah: San Giovanni in Fiore, ‘capitale’ della Sila, con 34 morti, ha pagato il tributo piu’ alto per la tragedia accaduta nel 1907 nella miniera della citta’ del West Virginia ma tra gli italiani che persero la vita in quell’esplosione ci furono tantissimi calabresi partiti anche da Carfizzi, Falerna, Guardia Piemontese, Strangoli, Castrovillari, Caccuri, Gioiosa Ionica e San Nicola dell’Alto.

La tragedia di Monongah e’ cosi’ presente nella memoria degli abitanti di San Giovanni che nel dialetto locale, quando si vuole rappresentare la drammaticita’ di un evento, si usa ancora oggi l’ espressione ”e’ una Minonga”.

il film “Monongah, Marcinelle americana”, scritto e diretto da Silvano Console e realizzato dalla FILEF con il contributo del CREI (Consiglio regionale per l’emigrazione e l’immigrazione) d’Abruzzo. Il film realizzato in un ottimo bianco e nero che centra perfettamente l’atmosfera narrante, si avvale della fotografia Giovanni Fato e della voce di Claudio Capone, nonché delle musiche di Simone Palmieri, e attinge alle immagini storiche fornite dal Museo dell’Immigrazione di Ellis Island di New York, e da materiale fornito dal Museo dell’Emigrazione di Gualdo Tadino, dall’Istituto storico Ferruccio Parri di Bologna e dal Museo etnografico di Bomba.

Il film ricorda, traendo spunto dalla tragedia di Monongah, le vicende dell’emigrazione italiana di inizio Novecento e descrive l’amara realtà che indusse molti italiani delle regioni meridionali e del Nordest a scegliere il Nuovo Continente per trovarvi un riscatto sociale. Degli 880 mila italiani che emigrarono negli Stati Uniti dal 1891 al 1910, 450mila erano contadini che nel paese d’accoglienza si trasformarono in braccia utili alle miniere. Dei 956 morti presunti accertati dall’inchiesta, molti erano bambini. Grazie al “buddy sistem” – legge americana che consentiva a chiunque dei minatori titolari di portarsi uno o più aiutanti con cui dividere il proprio salario – molti minatori portavano i loro figli, bambini di 8-12 anni chiamati raccoglitori di ardesia o ragazzi dell’interruttore, quasi sempre clandestini costretti a vivere giornate infernali nei cunicoli delle miniere.
“Monongah, la Marcinelle americana”, ripercorre attraverso la storia della famiglia Basile, partita dall’Abruzzo, lo sradicamento e il difficile travaso nella società americana, permettendo agli spettatori di riflettere sulle tante croci che ancora oggi aspettano un nome e un volto e sulle quali vi è scritto: “qui giace un eroe”…. eroe del sogno americano che molti hanno vissuto nel buio delle miniere e in condizioni di sfruttamento impressionante. Ed è impossibile, vedendo questo film che narra tra l’altro l’epopea del viaggio dei nostri migranti attraverso l’oceano atlantico, non ritornare alle immagini quotidiane delle migliaia di nuovi immigrati morti cento anni più tardi nel nostro mediterraneo alla ricerca del “sogno italiano”.

fonti http://www.ansa.it
http://www.emigrati.it
http://www.didanet.net

Annunci
Explore posts in the same categories: Senza categoria

One Comment su “>MONONGAH”


  1. >L’ACCADUTA VITA..tutto ciò che vive resteràintenso nei poemi,inciso da una societàed incensoal sopravvenire.. Vita La propria storiaCome se fosse per lei…Una vita.ViteLe più immutabiliDi notti espugnabili E di mille storie…LancinantiEntusiasteFantasmagoricheMa per esse girevoli.Sera dopo seraL’accaduta vita cadutaE tante storie restituiteGiornateRelazioniChe facevano per noi…Quel che serve Di una vita.Da “Il cuore degli Angeli”di Maurizio Spagnawww.ilrotoversi.cominfo@ilrotoversi.comL’ideatore paroliere, scrittore e poeta al leggìo-


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: