>Quel vascello in fondo al mare

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Secondo lo storico Arillotta ci sarebbero relitti seicenteschi nell’area di Cannitello

Con riferimento ad una notizia diffusa nei giorni scorsi, circa il ritrovamento, da parte di pescatori villesi, di un antico cannone ‘pescato’ dalle loro reti al largo di Cannitello di Villa San Giovanni, può interessare sapere che già, oltre un secolo fa, c’era stato un evento analogo, di portata, però, molto più ampia.
Nel fondo prefettizio esistente presso l’Archivio di Stato di Reggio Calabria, è contenuto, infatti, un carteggio, che inizia con una lettera del Comandante la Stazione Reali Carabinieri di Villa San Giovanni dell’11 agosto 1902, indirizzata al Prefetto, circa la individuazione di una nave spagnola affondata nelle acque di Cannitello, nel tratto denominato ‘Cannone’.
Nella relazione è detto che, da qualche giorno prima, si trovavano sul posto, per pescare spugne, i velieri greci ‘Pancria’, comandato dal cap. Emanuele Giozos, da Idra, con diciassette uomini a bordo, e ‘San Giovanni’, comandato dal cap. Giorgio Moscovi, da Io, con diciannove marinai.
In una delle discese sott’acqua, quei palombari avevano notato, a sessanta metri di profondità, la presenza di un relitto, che reggeva ancora numerose bocche da fuoco.
I Greci si erano messi d’accordo con i commercianti messinesi Giuseppe Romeo e Nicola Petrina, e con l’agente marittimo di Malta, Luigi Enriquez, nato a Malta e suddito inglese, ma residente anch’egli a Messina, per la compravendita dei cannoni; e per la bisogna avevano quindi portato sul posto attrezzi e personale necessario al particolare recuperoŠ
Ma l’intervento dei Carabinieri aveva impedito la realizzazione del programma!
La notizia dovette suscitare molto interesse fra le autorità competenti perché, dalla documentazione, si evince che, in virtù di un contratto fatto dalla Prefettura reggina, molto probabilmente con gli stessi Greci, fra il 7 agosto e il 26 settembre 1902, si rese possibile il recupero di 17 cannoni di bronzo, 8 di ferro, 16 proiettili, un fucile ad una canna e una casseruola di rame; i proiettili risultarono mediamente del peso di kg. 2,00 circa.
I primi dieci cannoni furono trasportati il 13 agosto, per disposizione della Capitaneria di Porto di Messina, in quella città sopra una zattera.
Il Comandante la Stazione RR. CC. di Villa fornisce anche alcune notizie storiche, secondo le quali, nel 1675, una flotta spagnola, comandata dall’ammiraglio Andrea d’Avalos, principe di Montesarchio, composta da quindici vascelli, nove galere e tre brulotti, partì da Napoli, con l’intento di entrare nel porto di Messina, occupato dalla flotta francese di Luigi XIV, che appoggiava i Messinesi rivoltatisi contro la Spagna.
Il 4 novembre, il naviglio spagnolo fu sorpreso davanti alla spiaggia di Mortelle, al Faro, da un temporale di ponente e libeccio.
I vascelli andavano solo a vela, le galere anche a remi.
Le galere, avanzando, appunto, a remi, riuscirono a rifugiarsi a Reggio, ma sei vascelli, trascinati dal vento, affondarono sulla costa calabra, fra Scilla e Gioia.
Il Montesarchio, con il restante naviglio, ancorò sotto il castello di Scilla, aspettando il ritorno della calma per dirigersi su Reggio.
E il 5 novembre avvenne lo scontro.
Il gruppo navale francese, uscito rapidamente dal porto di Messina, era forte di nove vascelli, otto galere e due brulotti.
Durante il tentativo fatto dal d’Avalos, di entrare nuovamente nello Stretto, un brulotto francese fu lanciato contro il vascello spagnolo ‘San Felipe’, incendiandolo; le due navi affondarono insieme.
Questi dovrebbero quindi essere i due scafi ritrovati centoquattro anni orsono davanti Cannitello.
Dico due, perché è attestato che i cannoni recuperati erano spagnoli e francesi.
Infatti, come riferisce l’ufficiale dei Reali Carabinieri, un cannone di bronzo ad avancarica, calibro 12, lungo circa 2 metri, con data 1632, portava uno stemma con legenda ‘Don Phelipe III [ma doveva essere più esattamente Filippo IV] Re de Spaña’; mentre, invece, su un cannone di ferro c’era lo stemma e la dicitura del Cardinale Richelieu.
Un altro cannone aveva la legenda ‘Don Diego Phelipe de Cuzman Marcos de Lacmas General del artilleria’ che dovrebbe essere il Diego Felipe de Guzman, marchese di Leganès, già comandante, tra il 1618 e il 1648, delle truppe spagnole durante la Guerra dei Trent’Anni; un quarto recava uno stemma con due leoni coricati e la data del 1638.
Nella relazione si ipotizza la presenza di altri ben settanta cannoni (!) e di casse contenenti armi.
I lavori di recupero furono ripresi nel 1903 e affidati, sempre dalla Prefettura di Reggio, ai citati Enriquez e Petrina, che si erano evidentemente uniti in impresa; questi iniziarono a lavorare nell’agosto e finirono il successivo tre settembre, portando a galla tre cannoni di bronzo, di cui uno con lo stemma di Spagna e con la croce di Malta; anche questi furono trasportati a Messina.
In totale, furono recuperati ventotto cannoni, che sarebbero stati depositati presso la sede della Capitaneria di Porto di Messina.
La cosa stranissima è, però, che di tutti questi oggetti, notevoli per numero e certamente importantissimi per la storia navale dello Stretto, si sono completamente perse le tracce!
Forse a seguito del terremoto del 1908? Mah!
Comunque, se le valutazioni dei pescatori greci e dell’Ufficiale dei RR.CC. fossero esatte, in quel fondale ci dovrebbero essere i resti delle due navi, con una quarantina di cannoni ancora a bordo, oltre a tutto l’armamento civile e militare precipuo di un grande vascello spagnolo del XVII secoloŠ!
L’inopinato ritrovamento odierno conferma che, sotto l’azzurra superficie, le acque di Cannitello conservano ancora rilevanti testimonianze del nostro passato!
Altro particolare interessante: da quanto precede, emerge anche che in quella zona di mare, quanto meno all’epoca, ci si poteva dedicare alla pesca delle ricercatissime spugneŠ

Francesco Arillotta

fonte
http://www.ilquotidianodellacalabria.it

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