>COME AL FRONTE

>di

Piero Ostellino

Se ne è andata come era vissuta negli ultimi vent’anni, una volta lasciato il giornalismo attivo. In solitudine, avendo il mondo in gran dispetto, analogamente a un’altra grande protagonista del Novecento, Greta Garbo. Mal’ossessiva, maniacale difesa della propria privatezza non era, per lei, un vezzo. Nascondeva sentimenti più profondi. Sembrava sfrontata, ed era timidissima. Appariva aggressiva, ed era vulnerabile. Risultava apodittica, ed era insicura. Nelle rare e sempre più sporadiche amicizie—come, credo, in amore— aveva cercato un rifugio alla timidezza, una protezione alla vulnerabilità, un sostegno all’insicurezza. Dava, con controllata pudicizia, molto più di quanto ci si potesse aspettare da una personalità così complessa e da un Ego manifestamente ipertrofico. Ma pretendeva moltissimo, con goloso esclusivismo, restando costantemente sul crinale della rottura.
Che era per lei la misura ultima della propria indipendenza, la via di fuga dal compromesso che comporta l’accettazione dell’altro. Rigorosa fino all’ossessione, non c’è articolo, libro, conferenza che non abbia scritto e riscritto più e più volte, alla ricerca, lei così profondamente toscana, delle parole e delle espressioni più fedeli alla nostra (la sua) bella lingua. Mai dichiarandosene soddisfatta. Neppure per la stesura finale. Che, rompendo una prassi di totale, impenetrabile riservatezza sul proprio lavoro, leggeva, con trepidazione, solo ai pochi, pochissimi del cui giudizio riteneva di potersi fidare e sentirsi rassicurata. È stata, nell’arco di una vita professionale ricca di riconoscimenti e di soddisfazioni, una grande, grandissima giornalista, insuperabile cronista di guerre e disincantata intervistatrice di uomini e donne celebri; un’autrice di libri prolifica e intensa, testimone attenta della Storia, ma anche, con sincerità, della propria stessa vita intima e dei propri sentimenti più profondi; infine, dopo l’11 settembre, da polemista, si era gettata in quello che riteneva un insanabile «conflitto di civiltà», ma anche la sua ultima battaglia, con radicale passionalità. Siamo stati amici per trent’anni.
C’eravamo conosciuti lungo i corridoi del Corriere della Sera negli anni in cui ero corrispondente da Mosca. Fra un’imprecazione e l’altra contro l’amministratore delegato che aveva appena incontrato e che non le era palesemente piaciuto, mi aveva detto, con simpatia, di apprezzare i miei articoli. Poi ci eravamo rivisti a Pechino dove, nel frattempo, mi ero trasferito e lei era arrivata per intervistare Deng Xiaoping. Questa volta, le era piaciuto che, a differenza di quanto accade spesso nel nostro mestiere, io non mi fossi lamentato della sua intrusione nella mia «sfera di influenza» di corrispondente locale. Anzi. Infine, da direttore, le avevo chiesto di riprendere la sua collaborazione al Corriere. E la nostra amicizia si era ulteriormente consolidata negli anni successivi. Abituata a prendere la vita di petto, mal sopportava, però, la mia inclinazione a ironizzare su tutto. Ciò che per meè disincanto, per lei era disimpegno.
Quando aveva scoperto che, fidandomi dei bravi redattori della Rizzoli, non avevo neppure letto le bozze del mio ultimo libro (dal quale era malauguratamente «saltato» un passo che la riguardava) e avevo replicato alla sua scenataccia di non essere portato a prendermi troppo sul serio, si era sentita tradita e aveva troncato ogni rapporto. Cara Oriana, so già che, da dove sei, mi manderai al diavolo. Ma questo ricordo della nostra amicizia e del tuo caratteraccio te lo dovevo. Con tanto magone. E la solita, maledettissima ironia.

fonte
http://www.corriere.it

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