>Ma il Sud non era sempre stato arretratissimo?

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Ma che stranezza: da un po’ di tempo a questa parte, uno dei dogmi centrali di tutta la favoletta risorgimentale, ovvero che alla vigilia dell’unità d’Italia il Regno delle Due Sicilie arrivava dopo secoli di profonda arretratezza, e che fu finalmente liberato ed emancipato dai premurosi fratelli del nord, sta visibilmente vacillando…

Dopo mister Tremonti, che ammette candidamente che il Regno a sud di Roma era nell’Ottocento economicamente e finanziariamente avanzatissimo, ci si mette pure il leghista Bobo Maroni, che l’altra sera da Santoro afferma che “Napoli era molto più avanzata di Milano”, citando la nota (e secondaria… ci sono mille altri primati ancora da ricordare!) realizzazione della prima ferrovia della penisola.

Probabilmente, di rivelazione in rivelazione, gli italiani arriveranno finalmente a sapere la verità, e cioè che l’Italia Meridionale era talmente avanzata ed indipendente, da diventare troppo scomoda per le superpotenze dell’epoca (Inghilterra e Francia), le quali hanno dunque appoggiato di nascosto il piano dei massoni italiani di unire le Due Sicilie e gli altri staterelli della penisola sotto la guida “utile ed inoffensiva” dei Savoia torinesi.

Diamo tempo al tempo…
Per non essere superficiali e ipocriti però, ci sarà poi da chiedersi quale apocalisse ha potuto distruggere e capovolgere quella situazione preunitaria. E da quella storia, trarre insegnamento e pazientemente ricostruire.

Intanto, per dare l’idea dell’elevatissimo livello culturale che gli intellettuali napolitani e siciliani hanno sempre avuto in Europa, incollo qui una breve biografia.
Si tratta di un monsignore molto particolare, che nella prima metà del Settecento, ovvero nel momento in cui le Due Sicilie tornano libere ed indipendenti da condizionamenti imperialistici, stupisce l’Italia ed il mondo con la sua erudizione e la sua liberalità.
Fu anche lo zio di uno dei maggiori economisti italiani, Ferdinando Galiani (altro importantissimo economista di quell’epoca fu Antonio Genovesi, di cui avevo già pubblicato su questo blog una breve biografia).

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MONS. CELESTINO GALIANI nacque il 27 ottobre 1681 a San Giovanni Rotondo (paese natio della madre) e gli fu dato il nome di Nicola, Simone ed Agostino. Il padre Domenico, foggiano, apparteneva ad una ricca famiglia, originaria di Montoro (Avellino) che si era trasferita a Foggia verso la fine del ‘500 per svolgere un ben avviato commercio di pelli e di lana e che costruì il palazzo di piazza XX settembre (detto anche Palazzo Filiasi).

Nicola Galiani ricevette a Foggia i primi rudimenti di latino e di italiano da alcuni monaci della regola Benedettina, i Celestini, che avevano un loro Convento ed una Chiesa, entrambi dedicati a S. Caterina di Alessandria. Chiesa, che, in seguito, fu dedicata a San Giovanni di Dio e la cui facciata ancora oggi, risulta compresa tra i fabbricati del vecchio ospedale di via Arpi.

All’età di 16 anni (1697) indossò il saio celestino e cambiò il suo nome da Nicola in Celestino. Dopo brevi periodi trascorsi al Convento della Trinità di San Severo (oggi sede municipale) si stabilì al Monastero di Santa Croce di Lecce, dove ebbe (1698) la sua ordinazione sacerdotale. All’età di 20 anni, in considerazione della sua straordinaria capacità di apprendimento e della sua versatilità in qualsivoglia disciplina, gli fu conferita la nomina triennale di “studente” presso il Monastero dei Celestini di Sant’Eusebio in Roma. Gli anni trascorsi al Sant’Eusebio furono (i due trienni di “studentato” e quelli poi di “teologia morale”) anni di duro lavoro sui testi scientifici come “Gli elementi di geometria” di Euclide; la “Diottrica” di Cartesio; il “Trattato sulle sezioni coniche” di Isacco Barrow; la “Geometria” cartesiana; il “Traité de la grandeur en general” di Barnard Lamy per arrivare, infine, ai grossi temi di algebra e al calcolo differenziale ed integrale.

Anche quando era semplice lettore di Sant’Eusebio era considerato da colleghi e discepoli tra i più illustri studiosi italiani non soltanto in materia di Sacra Scrittura (che aveva avuto modo di approfondire direttamente dall’ebraico, in quanto aveva un raro possesso di quella lingua) ma anche e soprattutto di scienze, tanto che molti illustri personaggi ambivano intrattenere relazioni o prendere parte alle discussioni che un monaco dotato di tanta dottrina scientifica amava promuovere e dirigere.

Lungo sarebbe accennare ai gidizi che i migliori cervelli del secolo dei lumi hanno espresso su Celestino Galiani, basti citare quello che Eustachio Manfredi di Verona, poeta e scienziato, docente di Scienze all’Università di Bologna e direttore dell’Osservatorio Astronomico di quella città che così si espresse: “La disciplina meno conosciuta da Mons. Celestino Galiani erano le matematiche, ma intanto che non vedeva in Italia un matematico che gli stesse a paro”. Ma non era un puro teorico: nella Roma papale del suo tempo egli rappresentò una rarità alla sua apertura alla discussione, la sua liberalità e tolleranza verso le idee anche le più controverse, fanno di lui il rappresentante più significativo di quei “cattolici illuminati” che tanto merito avevano acquisito nella Roma e nella Napoli della prima metà del ‘700, con la creazione di cenacoli, accademia e che dettero in campo cattolico il segno di una grande disponibilità verso la scienza moderna, senza preconcetto alcuno e senza riserve di carattere dogmatico.

Dunque Celestino Galiani fu uomo enciclopedico, erudito, filosofo, storico della Chiesa, ma soprattutto matematico. Egli anche al giorno d’oggi é ritenuto dagli storici delle scienze come il più grande diffusore del Newtonianesimo in Italia. Gli fu assegnata la cattedra di matematica all’Università della Sapienza di Roma (1718). L’anno successivo fu nominato Abate dei monasteri Celestini di Aversa e Sant’Angelo a Celano. E nel 1728 veniva eletto Abate Generale dell’Ordine dei Celestini. Nel 1731 mentre si recava a Foggia per aiutare e soccorrere i suoi concittadini scampati al tremendo terremoto del 20/03 ebbe la notizia della sua nomina ad Arcivescovo di Taranto, dove stette per meno di un anno, perché il Re di Napoli lo nominò “Cappellano Maggiore del Regno di Napoli”, carica importantissima che comprendeva il comando dell’istruzione, la carica di rettore dell’Università, Prefetto dei Regi Studi.
La Cappellania la resse fino alla morte. Presso di lui si recavano i migliori cervelli del tempo tra i quali Bartolomeo Intieri, Alessandro Rinuccini, Giambattista Vico, Antonio Genovesi ed anche il nipote Ferdinando Galiani, della cui istruzione ed educazione egli si era occupato.

Il nipote Ferdinando il 26 luglio 1753 pronunciò l’elogio funebre per lo zio Celestino nella Chiesa dell’Ascensione a Napoli, presente il Cardinale Valenti Gonzaga, e lesse il messaggio di cordoglio del suo grande amico e protettore, Papa Benedetto XIV. Erano presenti nella piccola Chiesa dell’Ascensione uno stuolo di amici, discepoli ed estimatori, i migliori ingegni della Napoli e della Roma dell’epoca.
La salma fu sepolta nella chiesetta dei Celestini.

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