>Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei

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Chi come me è credente, riesce a scorgere una costante attenzione della Madonna nei confronti del martoriato popolo delle Due Sicilie: prima a La Salette in Francia, poi a Gaeta in territorio napoletano (dove nel 1848 suggerisce al papa il dogma dell’Immacolata Concezione), poi a Lourdes un paio d’anni prima della drammatica invasione garibaldina e piemontese, ed ancora a Pompei fino alle recenti apparizioni a fratel Cosimo, in Calabria.
Di Pompei vorrei parlare qui, intanto perché è la mia città natale, ma soprattutto perché la Madonna del Rosario è la mia protettrice.
Questa che ho copiato e incollato qui, è la storia del fondatore del Santuario, il beato Bartolo Longo.
A prescindere da qualsiasi considerazione spirituale, è una storia molto bella e avvincente. E noi meridionali siamo da sempre molto sensibili alle storie belle, a partire da Eschilo e i drammaturghi greci, che 2500 anni fa emozionavano ed educavano alla bellezza e alla morale i nostri pro-pro-progenitori, fino ad arrivare a Pirandello e a De Filippo, passando per tutte le infinite tradizioni popolari di ogni paese, villaggio e piccola contrada.
E’ grazie a questo “atavico allenamento” che riconosciamo facilmente, devo dire più facilmente degli altri, se un racconto è pieno di bellezza e verità, oppure se è invece un inganno brutto come la morte.

(da www.reginadegliultimitempi.com)


UN PUGLIESE TRAPIANTATO A NAPOLI
Crisi di identità.
L’universitario Bartolo Longo, proveniente da Latiano (Br), dove era nato nel 1841, si trovava a Napoli per riprendere gli studi di giurisprudenza interrotti a Lecce a causa del nuovo clima politico creatosi dopo la raggiunta unità d’Italia. L’Università di Napoli fu per il giovane Bartolo Longo un banco di prova, non per gli studi, nei quali sempre primeggiò fino ad una brillante laurea e ai successi del foro, ma per la sua fede e la pratica della vita cristiana.
Il contatto con Professori assai rinomati, anche perché patrioti finalmente liberi da persecuzioni politiche ma avversi ad ogni idea di cristianesimo, gli fu fatale. La goliardia fu anche sinonimo di scristianizzazione. Non che abbandonasse completamente la preghiera e un sia pure esile respiro di fede, ma il Bartolino degli anni di prima giovinezza era irriconoscibile. In questa crisi, ciò che maggiormente lo disorientò fu la lettura di un libro: la vita di Cristo di Rénan, razionalista e perciò in aperta opposizione a tutto ciò che sapesse di soprannaturale. Nel dubbio sulla divinità di Gesù Cristo, un altro abisso si aprì davanti ai suoi passi: un amico lo avvio alla pratica dello spiritismo. Qui egli pensò di trovare le risposte ai suoi dubbi, e vi si tuffò con tanto fascino da diventare sacerdote dello spiritismo. Ma gli costò caro: non solo si annebbiò la mentalità cristiana, ma anche la salute restò danneggiata, in quanto i prolungati digiuni cui veniva assoggettato per acquistare sempre nuova sensibilità nelle oscure trame dello spiritismo, gli fiaccarono irrimediabilmente l’apparato digerente, in particolare l’intestino.
VIE UMANE TRACCIATE DA DIO
Vegliava però la Provvidenza Divina su di lui, e, come fu un amico ad aprirgli la strada dello spiritismo, così un amico, il suo conterraneo Prof. Vincenzo Pepe, uomo di santa vita, con la preghiera sua e di altre sante persone, lo trasse dall’errore. Il 29 maggio 1865, nella chiesa di S. Domenico Maggiore in Napoli, Bartolo Longo gettava ai piedi del confessore, il P. Alberto Radente domenicano, il carico delle sue colpe. E, dopo un mese di colloqui giornalieri, – narra egli stesso – rifece la sua Prima Comunione. Era il 23 giugno 1865. La forza del mistero pasquale appare immediatamente nell’esperienza di questo giovane che torna alla vita cristiana come un naufrago alla riva. Tutto è nuovo per lui e tutto dev’essere rinnovato intorno a lui. Gli stessi ambienti che lo hanno visto ribelle egli intende evangelizzare radicalmente. E piovono i frizzi degli ex amici su questo “sprovveduto e improvvisato profeta.. .”. Egli accetta con umiltà e con spirito penitenziale: deve riparare. La conoscenza di persone eminenti nell’impegno cristiano, tra cui la Ven. Caterina Volpicelli, apostola del S. Cuore, lo collocò in un ambiente di intenso fervore. Qui conobbe la Contessa Marianna Farnararo, pugliese anche lei, vedova del Conte Albenzio De Fusco, proprietaria di terreni in Valle di Pompei. La distanza dei suoi fondi, l’inesperienza in materia di affari e il numero notevole dei figli, impedivano alla signora di amministrare oculatamente e con profitto i suoi beni. L’Avvocato si offre gratuitamente a fare da amministratore. Questa circostanza lo conduce a Valle di Pompei ai principi di ottobre 1872.
A VALLE DI POMPEI
Valle di Pompei, men che un villaggio, si estendeva nella plaga vesuviana, a pochi passi dalla antica città romana, divisa in vari comuni e con una piccola chiesa che faceva da parrocchia: stinta, con ragnatele e un altare di legno dissestato. Non un vigile urbano, non una scuola: nulla che potesse indicare presenza dell’autorità civile. Di fronte alla parrocchia sita al lato Nord della strada nazionale delle Calabrie, esisteva una taverna che, divenuta proprietà del Conte De Fusco, era stata ampliata e resa abitabile. Qui dimorava nelle sue visite a Pompei, l’Avv. Bartolo Longo. Da pochi giorni egli è a Valle, quando una tempesta gli scoppia nell’animo: il ricordo del tempo passato nella colpa e l’incertezza del perdono del Signore. Egli stesso narra che, in preda alla disperazione, si pose in cammino per una strada polverosa in un giorno quanto mai grigio. Camminava frettolosamente senza sapere dove andasse, fin quando, entrato in un vicoletto chiamato Arpaia, udì una voce, che nell’animo gli sussurrava: “Se vuoi la salvezza, propaga il Rosario. E’ promessa di Maria: chi propaga il Rosario si salva”. Sorpreso, si sente rianimato, e, nella solitudine e nel silenzio della campagna, grida: “Se è vero che tu hai promesso a S. Domenico che chi propaga il Rosario si salva, io mi salverò, perché non uscirò da questa terra di Pompei senza aver propagato il tuo Rosario”. L’eco lontana di una campana che suonava l’Angelus di mezzogiorno lo piegò in ginocchio sulla nuda terra a pregare. Alzatosi, si accorse che una lacrima gli grondava dagli occhi, ma soprattutto provava una insolita, mai gustata pace. Egli stesso ritenne che gli assalti del male contro di lui erano vinti definitivamente. Bisognava darsi all’opera; ed eccolo catechista, collaboratore parrocchiale, animatore di un popolo, organizzatore di feste popolari a sfondo religioso. Una fiamma gli brucia nell’animo. Un’idea geniale è l’organizzazione di una Missione Popolare affidata a tre Sacerdoti secolari della Diocesi di Castellammare di Stabia, nella prima metà del novembre 1875.
Egli narra: “… Udivi la sera, dopo la predica, per queste campagne, innanzi mute e solitarie, risuonare il dolce saluto a Maria, mentre che gli abitatori, tornandosi a casa in vari capannelli, cantando il Rosario, si disperdevano per le vicine terre…”. Questo fervore sembrò il clima adatto per lanciare finalmente la campagna del Rosario quale impegno personale e comunitario dei Valpompeiani.
LA LOGORA TELA
Occorreva un’immagine della Madonna del Rosario. Non la si poteva trovare che a Napoli; e qui si reca il 13 novembre 1875 pensando di acquistare un quadro già visto altre volte in un negozio di Via Toledo (ora Via Roma). Un incontro provvidenziale col suo confessore, Alberto Radente, gli evita inutili patteggiamenti di prezzo. Il P. Radente aveva acquistato, molti anni prima un quadro della Madonna del Rosario da un rigattiere per sole L. 3,40, allo scopo di sottrarlo a quella profanazione fra tanto ciarpame. Dopo averlo tenuto per alcuni anni nella sua cella, aveva dovuto liberarsene perché scacciato dal Convento a seguito delle leggi eversive che incameravano i beni della Chiesa in Italia dopo la raggiunta unità. Aveva prudentemente consegnato il quadro ad una Suora del Rosariello di Porta Medina, Sr. M. Concetta De Litala, che, nella sua pietà delicata, lo custodiva gelosamente. Il P. Radente propone a B. Longo di accettare quel quadro: pur non presentando alcun valore, poteva servire per una chiesa di campagna. La Suora poi l’avrebbe ceduto volentieri. L’impressione di Bartolo Longo di fronte a quel quadro è tutt’altro che favorevole: “…Provai una stretta al cuore al primo vederlo… Chi mai dipinse questo quadro? Misericordia!… Deformità e spiacevolezza del viso… manto screpolato e roso dal tempo e bucherellato dalla tignola… screpolature… distaccati e caduti qua e là brani di colore… bruttezza degli altri personaggi: S. Domenico e S. Rosa… una S. Rosa con una faccia grossa, ruvida e volgare…”. Ma non c’era da discutere: o prendere o lasciare. La suora lo incoraggiò con parole assai suadenti . C’era poi una difficoltà: il quadro doveva essere a Pompei la sera di quel sabato 13 novembre, e l’Avvocato, date le dimensioni piuttosto notevoli, non si sentiva di portarlo con sé in ferrovia viaggiando in quarta classe. Gli balena nella mente un’idea: è a Napoli Angelo Tortora, un contadino di Valle di Pompei che fa trasporti di materiali vari. Non c’è che da chiamarlo, perché non si rifiuterà. E infatti non si rifiutò: accolse il quadro avvolto in un lenzuolo e, assicurando che in serata sarebbe stato a Pompei, si accomiatò. Il brav’uomo aveva caricato il suo carretto del letame delle stalle dei signori di Napoli da distribuire ai contadini di Valle per la concimazione dei campi. Su quel carico adagiò, con molta semplicità, il quadro della Madonna, che arrivò così a Valle di Pompei sull’imbrunire del 13 novembre 1875, trasportato da un carro di letame. Pare di trovarci di fronte ad una favola. No, è storia vera, che, per di più, in un certo senso, richiama la nascita del Redentore nella stalla di Betlemme. Non fu possibile esporre quel quadro; lo si dovette ritoccare. Vi pose mano un pittore, Guglielmo Galella, che era solito riprodurre le immagini dipinte negli Scavi dell’antica Pompei. Intanto è a Pompei il Vescovo di Nola (Valle di Pompei faceva parte di quella Diocesi). Egli non può non rallegrarsi del nuovo fermento di fede e dell’opera di quell’avvocato. Ma, da saggio pastore, guardando lontano, invita alla costruzione di una chiesa nuova; e indica quale dev’essere il terreno da acquistare, aggiungendo, per prevenire ogni possibile illusione: “… Ma siete disposto ad essere chiamati ladri, briganti e trascinati per le vie di Napoli quasi facinorosi e malfattori? Se siete a ciò disposti, voi compirete l’opera di Dio, …altrimenti non concluderete nulla”.
IRROMPE IL SOPRANNATURALE
Cominciano così le peregrinazioni di questo sant’uomo per i casolari di Valle e dovunque potesse sperare di trovare offerenti per un soldo al mese. Anche la Contessa De Fusco, sulle prime restia a stendere la mano, si incoraggiò a chiedere. E a lei toccò essere testimone del primo prodigio operato dalla Madonna sotto il titolo del Rosario di Pompei. Il 3 febbraio 1876 lei, recatasi in casa Lucarelli a Via Tribunali n. 62 (Napoli), chiedeva la sottoscrizione di un soldo al mese per la costruzione di una chiesa a favore dei poveri contadini di Valle. La signorina Anna, sensibilissima alla carità, fu pronta a dare il suo contributo, non certo limitato a un soldo, ma parlò alla Contessa De Fusco di una sua nipotina dodicenne, Clorinda, affetta da epilessia assai grave con crisi più che giornaliere, giudicata inguaribile dal celebre Prof. Cardarelli. Il 13 febbraio, giorno in cui l’immagine della Madonna, restaurata alla meglio, veniva esposta in Pompei alla pubblica venerazione e il popolo si impegnava nella recita del Rosario, Clorinda guariva perfettamente: non più neanche un accenno ad una benché minima convulsione. Era il primo di una lunga serie di miracoli, che costelleranno la storia del Santuario di Pompei. Il fervore derivante dall’incalzare dei prodigi spinge il Vescovo a porre immediatamente la Prima Pietra del futuro tempio nel terreno da lui indicato, e, per la verità storica, comprato a caro prezzo. La data che Bartolo Longo propone è l’8 maggio, festa, allora, di S. Michele Arcangelo, venerato al Monte Gargano. Egli voleva, per profonda devozione verso l’Arcangelo, porre la nuova chiesa sotto la sua protezione particolarissima. I sistemi piuttosto semplicistici nel progettare la nuova chiesa senza ricorrere ad architetti per timore di spendere troppo, ritardarono i ritmi di costruzione, ma la Provvidenza Divina apriva ben presto una strada: l’Architetto Antonio Cua, uomo di santa vita, si offriva a rifare di sana pianta il progetto e dirigere gratuitamente i lavori.
IL RESTAURO DEL QUADRO
La tela della Madonna, restaurata dal pittore Galella, appariva ancora assai dozzinale. Occorreva una mano di vero artista. E venne l’artista, offertosi anch’egli gratuitamente: il Prof. Federico Maldarelli dell’Accademia di Napoli. Con l’aiuto del Signor Francesco Chiariello, che mise in atto la sua vasta esperienza in materia di restauro, egli rese alla tela un aspetto tutto nuovo; per di più l’immagine di S. Rosa fu mutata, per volere di Bartolo Longo, in quella di S. Caterina da Siena, che egli era solito chiamare sua sorella e figlia primogenita di S. Domenico. Ma, nonostante la perfezione artistica, il volto della Madonna mancava di qualcosa. Narra Bartolo Longo che il giorno 8 dicembre 1881, quando il Quadro “venne tolto dalla vecchia e crollante parrocchia del SS. Salvatore e fu posto in una cappella nuova… da quel giorno cominciò nella fisionomia della celeste Regina a ravvisarsi una bellezza, una maestà ed una confidenziale dolcezza, che non vi si ravvisavano innanzi… E’ raggio di bellezza, di dolcezza e di maestà insieme che piove da quel ciglio e che fa piegare il ginocchio e battere il cuore a quanti con fede si accostano in questo Santuario a quella vecchia tela. Io sono convinto che con un visibile portento la Vergine abbia abbellito la sua figura…”.
IL TEMPIO E LE OPERE SOCIALI
Una tappa importante è segnata all’8 maggio 1887. E’ consacrato il nuovo altare ed è inaugurato il trono della Madonna. In quel giorno nasce anche la prima Opera sociale di Pompei, l’Orfanotrofio Femminile ad esclusivo carico del Fondatore unitamente alla Contessa Marianna De Fusco, divenuta, dal 1 aprile 1885, sua consorte. La prima bambina, orfana di ambo i genitori, è di Venezia e si chiama Maria. Ben presto saranno cinque, poi quindici, poi cominciano a non contarsi più. 1891, 6 maggio: Consacrazione della nuova chiesa. 1891, 24 maggio: Appello di Bartolo Longo ai devoti della Madonna e agli uomini di buona volontà di tutto il mondo per la fondazione di un’Opera per i Figli dei Carcerati. Era un grido che il Fondatore aveva compresso nell’animo per molti anni, mentre difficoltà su difficoltà e pareri contrastanti vi si opponevano. La fiamma della carità prevalse su tutto; e nel 1892 veniva accolto il primo figlio di carcerato, un calabrese, che poi fu Sacerdote. Un’opera gloriosa, ma combattuta dalla cultura, dalla scienza positivista del tempo, che non riconosceva la educabilità del figlio del delinquente. Con i fatti e con gli scritti, egli dimostrò il contrario, anzi, attraverso la carità offerta ai figli, riuscì a riscattare i genitori colpevoli.
IL CALVARIO
Ma sul fulgido meriggio cala d’improvviso la notte: una penna assai forbita ed astuta tesse ingiuriose calunnie sull’apostolo di Pompei e, abilmente rivestite di verosimiglianza, riesce a farle giungere sul tavolo del Papa Pio X. Sono anni di buio dolorosissimo che però provvidenzialmente servono a consolidare l’Opera di Pompei. Infatti, Bartolo Longo e la Contessa De Fusco, attuando un saggio consiglio del sempre rimpianto P. Ludovico da Casoria, con atto notarile del 12 settembre 1906, donano tutto al Papa. Da quel giorno l’Opera di Pompei, divenuta Pontificia, acquista ufficialmente il carisma dell’universalità. La strategia divina non si smentiva. Già il Papa Leone XIII aveva chiamato il Santuario di Pompei “parrocchia del mondo” e vi aveva avviato personalmente i pellegrini venuti a Roma. Il Papa Pio X, venuto finalmente a conoscenza della verità, mostrò grande stima per il Fondatore della nuova Pompei. In una delle udienze concessegli, alla domanda di Bartolo Longo “Santo Padre, ora posso morire in pace?”, il Papa rispose: “No, voi non dovete morire, dovete lavorare, Bartolo nostro!”. Tra l’altre approvò la Pia Unione Universale per la recita del Rosario in comune e nelle famiglie, proposta da Bartolo Longo; anzi, volle essere il primo iscritto, e spontaneamente offrì per l’iscrizione la somma di L. 500.
BILANCIO DI UNA VITA
Bartolo Longo, all’età di 80 anni, nel 1921, riuscì a completare la sua opera di redenzione, aprendo l’Istituto per le Figlie dei Carcerati . Era “l’ultimo voto del cuore”. Ma di voti ne aveva formulati e realizzati non pochi. Vogliamo elencarne qualcuno: Il Santuario iniziato con la raccolta di un soldo al mese, diventato Basilica Pontificia di fama mondiale. Il culto del Rosario diffuso nel mondo. La preghiera universale simultanea: la Supplica alla B.V. del Rosario l’8 Maggio e la Prima Domenica di Ottobre. La promozione del Movimento Assunzionista per ottenere la definizione del domma dell’Assunzione di Maria. Furono raccolte milioni di firme. Tre Opere sociali: l’Orfanotrofio Femminile, l’Istituto per i Figli dei Carcerati, l’Istituto per le Figlie dei Carcerati. Una Congregazione femminile: le Suore Domenicane Figlie del S. Rosario di Pompei, con lo scopo primario di assistenza e di educazione dei bambini e delle ragazze delle Opere. Il monumento alla Pace Universale, costituito dalla facciata del Santuario, frutto di un plebiscito mondiale. Doveva essere la consegna del secolo che tramontava, il 1800, al secolo che nasceva, il 1900. E’ datata infatti 1901. Nella sua grandiosa linea architettonica reca una folla acclamante alla pace. La previsione si avverò il 21 ottobre 1979 con la venuta di Giovanni Paolo II.
Le Case Operaie per i dipendenti. Una tipografia con annessa legatoria anche artistica. Officine varie. Scuola di arti e mestieri. Oggi queste attività sono cessate, per dare spazio alle scuole: Elementare, divisa in 3 grandi plessi; Media (n. 2 Scuole); Magistrale (femminile); Professionale (maschile). Funziona anche una banda musicale formata da ragazzi e giovani. Bartolo Longo fu anche ottimo scrittore. Facciamo solo un cenno alla sua produzione letteraria: Il bollettino “Il Rosario e la Nuova Pompei” fondato nel 1884. Il volume “I Quindici Sabati”. Vite di santi. La storia del Santuario. Vie meravigliose della Provvidenza (le origini intime dell’Opera dei figli dei carcerati). San Domenico e l’Inquisizione. Come si deve pregare. “Piccole letture” in numero di 72. Altri numerosi testi ed opuscoli, tra cui la Novena di impetrazione e quella di ringraziamento.
IL SEGRETO DEL SUCCESSO
Bartolo Longo tutto realizzò con la fede e la preghiera. La carità gli fiorì nelle mani mediante i miracoli della Madonna invocata sotto il titolo del Rosario di Pompei. La sua vita fu una immolazione totale di sé nelle mani della Divina Provvidenza. Le sue parole – testamento sono queste: “… Per le mie mani sono passati fiumi di denaro… ma io nulla più posseggo; sono povero. Mi restano solo le insegne cavalleresche, a testimonianza di benevolenza dei Sommi Pontefici; e queste pure voglio donare. .. Sulla lapide che coprirà la mia modesta tomba, siano scritte queste parole: “Qui giace l’Avvocato Bartolo Longo, Fondatore di questo Santuario. Implorate pace””. Moriva il 5 ottobre 1926. Il 26 ottobre 1980, il Papa Giovanni Paolo II, già pellegrino a Pompei, lo proclamava Beato. E’ conclusa così l’avventura di Pompei e del suo protagonista umano, Bartolo Longo? Nel 1939 il Santuario fu ampliato di cinque volte, ma ora non riesce a contenere le folle. E la carità ancor oggi – la sola carità – sostiene la vita di queste grandi Istituzioni. E’ il miracolo di ogni giorno. Giacciono inerti le spoglie mortali del Fondatore nella cripta del Santuario, all’altare appositamente preparato, ma il suo spirito, più che mai libero, veglia solerte e ispiratore.
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