>I manager italiani, le guide spirituali dei mafiosi nostrani

>In principio, gli “imprenditori” e i “dirigenti” dell’Italia appena unificata (usando pesantemente l’arma della corruzione e grazie al determinante appoggio “poliziesco” della criminalità del Regno delle Due Sicilie), si stizzirono subito dei modi oltremodo rozzi e violenti di questi loro bizzarri compatrioti mafiosi.
Si dovette scomodare persino un celebre scienziato positivista dell’epoca, che rassicurando tutti “dimostrò” che per essere criminali (lui, in particolare, si concentrò sui “briganti”, ovvero i guerriglieri resistenti) BISOGNAVA ASSOMIGLIARE FISICAMENTE ai terroni.
Amici del Nord, non preoccupatevi: – disse – visto che noi abbiamo lineamenti piuttosto diversi, non v’è alcun dubbio che la nostra natura non sia cattiva come la loro!…

Ma poi il fenomeno mafioso si consolidò, si allargò, fu pure esportato a New York, nel Nuovo Mondo.
Dopo un iniziale periodo di perplessità, tutti però si accorsero che come dirigenti, i mafiosi ci sapevano fare: erano davvero bravi a comandare! Non solo, ma con il consolidamento dell’idea del mondo come enorme mercato, i mafiosi si dimostrarono anche eccellenti imprenditori. Sporcandosi le mani, certo, e rimanendo formalmente al di fuori della società civile; ma il loro contributo alla vita politico-economica (prima nazionale, poi internazionale) era considerevole, sempre più irrinunciabile.

Quindi, riassumendo: i moderni dirigenti occidentali (quelli davvero potenti, quelli che contano) pur affermando il contrario fino a mostrarsi scandalizzati, in verità stimano le “mafie”, se non buone, comunque non cattive e in ogni caso indispensabili e da tutelare. E i moderni dirigenti mafiosi si sdebitano, ispirandosi sempre più allo stile dei manager “puliti” (e strapagati).

Premesso tutto questo… Buona lettura!

(da repubblica.it del 1/12/2006)
Anche i vertici delle aziende pubbliche hanno preso parte alla “cuccagna”
Dopo il boom delle stock option, raddoppiano i guadagni
Sempre più d’oro
i manager italiani
In tre anni +80% i compensi degli ad delle società quotate

MILANO – L’inflazione resta al palo. Il potere d’acquisto degli italiani è in calo costante. Ma gli stipendi dei manager di casa nostra – pubblici o privati non fa differenza – continuano a sfidare la forza di gravità. In tre anni (dal 2002 al 2005) gli amministratori delegati delle principali società quotate a Piazza Affari hanno visto crescere le loro buste paga in media dell’80%. Molto di più dell’inflazione (7% circa) e ben più dei loro colleghi americani, fermi a un misero +54%.

L’escalation è stata inarrestabile e raramente proporzionale ai risultati di bilancio o a quelli sul listino. Sono decollati i compensi in banca. Hanno allargato i cordoni della borsa persino le aziende familiari, tradizionale trincea della parsimonia retributiva nazionale. E a questa “Cuccagna” milionaria hanno partecipato in prima fila persino i vertici delle aziende pubbliche. Che tra compensi da favola (l’ad Alitalia Giancarlo Cimoli prende il doppio del numero uno Lufthansa) e buonuscite d’oro come i 7 milioni girati a Elio Catania per il suo addio alle Fs non rimpiangono di sicuro i bei tempi in cui guidavano società private. Almeno finora, visto che il governo (facendo qualcosa di sinistra, direbbe Nanni Moretti – illusione del giornalista di Repubblica n.d.b.) ha imposto un tetto di 500mila euro ai manager delle realtà pubbliche non quotate.

Il boom in banca. Il mondo della finanza è l’esempio più eclatante del fenomeno. In Italia quasi tutti gli ad bancari hanno più che raddoppiato la loro busta paga in tre anni. Una bella soddisfazione che per molti si è sommata alle plusvalenze (in qualche caso di decine di milioni) incassate con le stock option. Questo Eldorado – tra l’altro – non conosce confini: un dipendente (non un manager) di una finanziaria di Wall Street guadagna in media 289mila dollari l’anno, cinque volte più della media degli altri lavoratori di New York. Le grandi banche d’affari pagheranno ai top-manager il prossimo Natale bonus per 36 miliardi, il doppio del Pil dell’Islanda.

L’anomalia pubblica. L’Oscar della generosità retributiva – fino all’intervento del governo Prodi – toccava però allo Stato. Tanto che la Procura di Roma ha aperto un dossier sul caso “Stipendiopoli”. Paolo Scaroni – per rimanere in area Piazza Affari – è uscito dall’Enel con una busta paga (comprensiva di buonentrata e stock option varie) di oltre 10 milioni. Ma anche togliendo le voci straordinarie, in tre anni i suoi compensi sono cresciuti del 50%. Bene (11 milioni) è andata anche a Vittorio Mincato, ex ad dell’Eni mentre Pierfrancesco Guarguaglini (Finmeccanica) ha più che raddoppiato i suoi emolumenti dal 2002.

Un record europeo. Il boom degli anni scorsi ha regalato all’Italia anche un ruolo da protagonista nella Champion’s League degli stipendi. La performance azionaria non proprio brillantissima di Telecom Italia, ad esempio, non ha impedito a Marco Tronchetti Provera di regalarsi un aumento del 76% dei compensi a quota 5,2 milioni l’anno. Più del numero uno di Vodafone Aurun Sarin e il doppio di Kai Uwe Ricke di Deutsche Telekom. L’ad di Generali Giovanni Perissinotto con un bel colpo di reni retributivo (+138% a 3,22 milioni) ha staccato di quasi un milione Michael Dickmann, suo omologo in Allianz. Un po’ di terreno l’ha recuperato anche Piersilvio Berlusconi: tre anni fa guadagnava 350mila euro l’anno. Poi si è guardato attorno, ha capito l’antifona e si è adeguato: nel 2005 il suo 740 è salito a due milioni di euro.

Inarrivabili Usa. In Europa, insomma, il Belpaese si batte bene. Il Mondiale, però, resta ancora un sogno. Gli ad delle 500 maggiori aziende di Wall Street hanno incassato in media nel 2005 oltre 13,5 milioni di dollari. Certo l’economia americana negli ultimi anni ha fatto boom. Ma il boom non è stato uguale per tutti. La busta paga di un amministratore delegato Usa nel 1990 era pari a 107 volte quella dei suoi dipendenti. Oggi la forbice si è moltiplicata per quattro: per arrivare a un compenso da ad occorre sommare lo stipendio di 411 impiegati e operai.

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