>Italo Falcomatà: per chi non sapesse chi fosse.

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Parlando con Gaetano Filangieri e Giulio Salvarenato ho appurato che la figura di Italo Falcomatà troppo presto è stata avvolta dall’oblio sia in casa che fuori. E’ bene ricordarlo e riflettere sul fatto che non parliamo di secoli , ma solo di qualche anno fa. Publius ha riportato un articolo di “Calabria Ora” e io lo riporto qui.

In ricordo di Italo Falcomatà

Il mite professore non aveva amici nei Palazzi, li aveva però tra le persone comune. Il lungomare di Reggio porta il suo nome. Ed anche una scuola elementare è intitolata a Lui. Così come la sezione dei Democratici di sinistra dove ha sempre lavorato e discusso e dove si “annidavano ” i suoi amici più veri. E porta il suo nome l’Aula magna della Facoltà d’Ingegneria dell’Università Mediterranea. Al “professore” è intestata anche una cattedra dell’Università per stranieri e con i soldi raccolti dal Dopolavoro ferroviario hanno costruito una scuola in un villaggio indiano e l’hanno dedicata a Lui. In suo onore opera una Fondazione che si occupa di studenti talentuosi e di giovani bisognosi. Persino una stella, individuata dai suoi amici dell’Associazione astronomi, si chiama Italo Falcomatà. In questi cinque anni, molti ed in vario modo hanno lavorato a tener vivo il ricordo di quel mite professore dalla insospettabile tenacia. Di quell’uomo buono che parlava con il sorriso e non rinunciava mai al confronto, anche quando aveva davanti il più ipocrita e prevenuto degli uomini. Il sindaco della Primavera di Reggio, si è detto. Non saprei dire se avrebbe gradito. Certamente il sindaco che ha condotto Reggio fuori da quella rancorosa palude in cui la città era stata cacciata da anni di politica malaccorta, di assoluto dominio mafioso, di poteri illegali elevati a sistema di governo alternativo. E per farlo ha pagato un prezzo altissimo. Certamente con il modello rappresentato da quel Sindaco sono condannati a confrontarsi tutti: chi governa e chi fa opposizione; chi siede a destra e chi si dichiara di sinistra. Non è più accettato il modello del sindaco-imbonitore che ti offre le cose che non ti servono e ti nega quelle che danno dignità e qualità alla vita di tutti i giorni. Non è più accettato il modello del sindaco che compra e vende notizie, disegnandoti, con l’ausilio di giornalisti poco avveduti ma accuratamente selezionati, “l’isola che non c’è”. E poi c’è il distacco e l’arroganza del potere, cose che Italo Falcomatà aveva bandito da Reggio. L’arroganza degli insulti in pubblico a chiunque non si fosse allineato, la ritorsione su quei pochi imprenditori “non riconoscenti”, il tentativo non di dialogare con le altre realtà istituzionali ma di soggiogarle con l’infiltrazione di uomini propri. E’ per queste ragioni che ci strappa un amaro sorriso leggere di presunti eredi politici di Italo’Falcòmatà. Magari fosse vero. Purtroppo è vero esattamente il contrario: quel modello non ha fatto scuola. Quel testimone ideale non é stato raccolto, né a destra e né a sinistra. E’ il pessimismo di chi ha troppo amato quella figura politica? Può darsi, ma se allineiamo un po’ di fatti ci pare difficile sostenere che il solco tracciato da Falcomatà sia stato seguito da altri. Intanto perché Italo di alleati nei Palazzi ne ha avuti ben pochi. La sua forza era il popolo ed il consenso trasversale che raccoglieva attorno a sè. Era la sua forza ed anche la sua debolezza perché un avversario che non puoi vincere con le armi della democrazia devi necessariamente tentare di abbatterlo con le tragedie, con gli agguati giudiziari, con le calunnie, con la costante diffamazione, con un quotidiano ordito di trabocchetti e sabotaggi. Aveva raccolto attorno a se un buon manipolo di professionisti, contava sugli onesti, reclutava .. Ma dai Palazzi che circondano Piazza Italia aiuto non gli è mai arrivato. Anzi. La memoria fa gran difetto agli italiani, figuriamoci ai calabresi. Ma Italo Falcomatà non amava solo le buone letture, sapeva far ricorso anche ad una scrittura lieve ma franca e diretta. E se qualcuno volesse veramente rendere omaggio alla Sua memoria non dovrebbe fare altro che mettere mano al carteggio, robusto fino a diventare asfissiante, tra il Sindaco e la Prefettura. E quello, ancora più robusto e più asfissiante, tra il Sindaco ed il palazzo di Giustizia a partire da quella Procura della Repubblica che gli confezionò addosso ben 36 procedimenti penali. Gli venne contestato di tutto, alla fine sequestrarono anche il carteggio relativo al restauro di Piazza del Popolo. Era la piazza delle adunanze al tempo del fascio, Falcomatà non si accontentava di restituirla alla città sgombrando il mercato che la occupava, volle anche rimetterne a posto l’architettura. Recuperò la vecchia aquila littoria e la fece restaurare. Mal gliene colse la Gigos che sequestro la delibera e avviò indagini: ipotesi di reato, apologia del fascismo. Non è una storiella, ci sono prove e documenti. Ricordo che alla vigilia di un Natale, penso fosse quello del 1999; arrivarono a casa sua una manata di avvisi di garanzia. Falcomatà tentò di rasserenare la sua famiglia e disse alla moglie, che ormai trepidava oltre misura, “Rosetta, vieni, quest’anno vuol dire che addobberemo l’albero con queste cartuccelle giudiziarie”. Ma l’ironia non lo aiutava certo a star meglio, stretto com’era tra gli attentati mafiosi, i proiettili di kalashnikov recapitatigli fino a casa (all’epoca a Reggio se la prendevano con la casa del sindaco e non con quella municipale), la necessità di girare con una scorta armata e, per sopraggiunta, le continue convocazioni giudiziarie. Un intero squadrone di investigatori, fatto convergere appositamente su Reggio da mezza Italia, si occupò di processarlo per il “Decreto Reggio”. Un solo avviso di garanzia, seguito da un mandato di comparizione… a puntate, gli contestava qualcosa come una trentina di capi d’imputazione: tutti rigorosamente “aggravati dall’articolo sette”. Già, “1’articolo 7”: servirà per spostare la competenza dalla Procura ordinaria a quella antimafia ma serviva anche a sostenere che Falcomatà aveva abusato dei suoi poteri di sindaco per aiutare gli interessi delle cosche mafiose: le stesse cosche che gli bruciavano il portone di casa. Ed un altro processo per la discarica di Pietrastorta: era lì da trentadue anni ma la Procura la scoprì solo con l’arrivo di Falcomatà. Ed un altro processo per quella di Longhi Bovetto: l’unica discarica a memoria d’uomo che a Reggio sia stata dismessa nei tempi stabiliti e bonificata secondo gli impegni assunti. Ed un processo per l’informatizzazione dei servizi. Ed un altro per il centro agro-alimentare. E la lista si allunga a dismisura proporzionalmente con il crescere della figura e del consenso di questo professore diventato sindaco “per caso”. Ma che fine hanno fatto tutti questi processi? Nessun cronista si è mai curato di dare ai calabresi questa risposta. Sappiamo che per il Decreto Reggio, dopo sei anni di indagini, circa un miliardo di lire spesi in perizie tecniche, quasi diecimila intercettazioni ambientali e telefoniche, sono stati tutti assolti. Addirittura per i presunti mafiosi è stata la stessa procura a chiedere il proscioglimento. Morto Italo non servivano più. E che fine hanno fatto le trivellazioni allo stadio comunale? Non lo sappiamo. Sappiamo che per quello stadio, ristrutturato in tempi da record, a Falcomatà vennero intestati tre diversi processi. Un giorno sono arrivati dei tecnici da Palenno con delle sonde ed hanno cominciato a scavare. Quanto? Tantissimo a giudicare dalle parcelle milionarie pagate dall’Amministrazione giudiziaria. E poi? Poi è morto il sindaco e non ne sappiamo più nulla. La Prefettura fece di peggio: non intese mai collaudare lo stadio comunale che porta il nome di Oreste Granillo. Alla fine disse che non poteva proceder al collaudo perché mancava la prova da “carico di neve”. Ossia mancava un certificato che garantisse che se sulla tribuna coperta cadeva e si depositava neve per uno spessore di trentacinque centimetri questa avrebbe ugualmente retto. E chi li troverà mai trentacinque centimetri di neve a Reggio Calabria? Ed infatti non si trovavano e non si collaudava. Ovviamente morto Falcomatà lo stadio è stato collaudato, senza alcuna nuova opera di miglioramento, regolarmente. Per ogni partita che la Reggina giocava in casa, Falcomatà doveva firmare un’autorizzazione con la quale concedeva lo stadio assumendosene “ogni responsabilità”. Per ogni firma arrivava un nuovo avviso di garanzia dalla Procura. I magistrati inquirenti il giorno prima firmavano l’avviso al sindaco e il giorno dopo andavano allo stadio a vedersi la partita. Il teatro Cilea era ridotto ad un cinema fatiscente. Falcomatà decise di ricondurlo alla gestione comunale togliendolo ai privati che già sognavano il prorogarsi di decennali speculazioni. Allora e solo allora la prefettura scoprì che il sipario non era “tagliafuoco” ed il teatro venne sequestrato con nuovo avviso di garanzia al sindaco. No. Non aveva amici nei palazzi il sindaco Falcomatà. E qualcuno occorre che prima o dopo si assuma l’impegno di testimoniarlo. Ma li aveva al rione ferrovieri, dove conosceva tutti e dove andava casa per casa. Li aveva nel mondo della scuola (“quanto mi mancano i miei ragazzi”). Li aveva negli ordini professionali: (“questa città può e deve farcela da sola, con i suoi uomini e con le sue intelligenze”). Li aveva tra gli zingari: considerava la sua vera conquista aver portato al diploma Romina, una ragazza Rom, ed aver dato vita ad una cooperativa rom per la raccolta dei rifiuti ingombranti. Li aveva nella società civile. In quel popolo che a Reggio è stato sempre di gran lunga migliore della borghesia locale. Ma dai Palazzi era guerra furibonda. Poteva non cedere allo sconforto? Ed infatti cedette. Alla vigilia delle Comunali del 2000 mi regalò una intervista amara. Nel suo salottino rosso a Palazzo San Giorgio, imbottito di microspie piazzate dai superman dell’antimafia (che a Reggio avevano deciso che non erano i De Stefano o i Libri o i Labate i capi della ‘ndrangheta ma il re del male era Italo Falcomatà), mi disse: “Io mollo”. Si sentiva terribilmente solo. Non perdonava al suo partito il chiamarsi fuori dagli attacchi che quotidianamente subiva. Il massimo che sapevano dargli era un cantílenante ritornello: “Abbiamo fiducia che la magistratura in tempi brevi e bla, bla, bla,”. Stava in maniche di camicia con le bretelle rosse in grande evidenza. Non volle un registratore: non ne avevamo bisogno nessuno dei due. Mi chiese solo di appuntarmi una frase: “Una mosca non può fermare un cavallo ma cento e mille mosche…” Quell’ intervista ebbe un risalto nazionale. La “Gazzetta” la mise in prima pagina e con ottima impaginazione. Il giorno dopo la ripresero tutti e tutti calarono a Reggio. Arrivarono anche i maggiorenti del Partito. Volevano che smentisse (“tanto più che non c’è una registrazione”. Ma Italo non smentì mai. Alla fine cedette alle pressioni: non a quelle del partito ma a quelle dei concittadini. E si ricandidò. Stravinse, come era naturale che fosse. Ma non ebbe tempo di gioirne. I nemici dei Palazzi avevano trovato un alleato invincibile. Forse avevano creato le condizioni perché quell’alleato potesse scendere in campo. Arrivò la leucemia. E le lacrime. Trovò modo di impartirci una ultima lezione di vita anche da quel lettino del Reparto di ematologia. Se ne andò nel pomeriggio di una serata piovigginosa. Lasciando (posso dire lasciandoci?) spezzati in due. Andai a casa sua e vi rimasi tutta quella notte. I palazzi dichiararono il lutto cittadino. Tutti gli Uffici giudiziari sospesero le udienze per il lutto. Non andai ai suoi funerali.

PUBLIUS_________________
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One Comment su “>Italo Falcomatà: per chi non sapesse chi fosse.”

  1. Anonymous Says:

    >Italo il migliore di tutti


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