>Immigrazione di alto livello nel Sud borbonico

>Non solo prima di Galibbardo nelle nostre terre non c’era emigrazione, ma c’era anche un flusso ben ordinato di immigrazione di alta professionalità.
Grazie a Giulio Salvarenato, che ha scovato questa notizia sul swissinfo.org, un importante sito informativo della Confederazione Elvetica: presenta un numero monografico della rivista ticinese “Arte & Storia” dedicato alla storia della presenza svizzera a Napoli.

(da www.swissinfo.org del 4/1/2007)
Napoletana? Quando mai? La pasta Voiello è svizzera
di Françoise Gehring


Che la pizza rimandi a Napoli, è ormai tradizione consolidata. Ma che in una della marche di pasta più note e apprezzate, e non solo a Napoli, ci fossero antenati elvetici, pochi lo sapevano.
La presenza degli svizzeri a Napoli va ben oltre, tuttavia, il dato aneddotico: è una storia di fitte ed intense relazioni che si snodano dal Quattrocento fino ai nostri giorni.

Partire dalla pasta, così strettamente legata alla cultura mediterranea e alle abitudini alimentari della latinità, è in fondo come prendere posto sul treno del presente per un viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che ci fa scoprire l’aria antica di Berna nella più napoletana delle paste.
Lasciato il canton Berna alla volta di Napoli, il tecnico ferroviario Theodor von Wittel sposa la figlia di un pastaio, Rosetta Inzerillo. Theodor entra nell’azienda pieno di intrapendenza e la orienta in modo marcato nella produzione dei maccheroni. Naturalizzando il suo nome in Voiello nel 1879, non si rese probabilmente conto della felice intuizione di marketing.
C’è da scommettere, infatti, che i maccheroni von Wittel non avrebbero conosciuto, con grande probabilità, un futuro prospero e longevo. La pasta Voiello, invece, oltre ad essere uno dei simboli della cucina napoletana, è una marca apprezzata oltre i confini del Bel Paese.

Dalle grandi città svizzere verso Sud
Se agli inizi degli anni Sessanta tanti cittadini dell’Italia del sud lasciano la propria terra spinti in Svizzera dalla speranza di una vita economicamente migliore, nel secolo precedente il Meridione d’Italia, e in particolare Napoli, rappresenta un vero e proprio Eden per tanti svizzeri. Sono le città svizzere più importanti, come Ginevra, Neuchâtel, Zurigo e Friborgo ad alimentare il flusso migratorio verso il Mezzogiorno, dimostrando peraltro la grande capacità attrattiva della capitale borbonica tanto nei confronti dei germanofoni, quanto dei francofoni.
Gli svizzeri emigrano con diversi obiettivi personali, ma tutti mossi dalle prospettive di lavoro offerte dalla dinamica realtà partenopea. E emigrano numerosi, a tal punto che, verso la metà dell’Ottocento, nella capitale del Regno delle Due Sicilie quella svizzera era tra le più numerose comunità straniere presenti a Napoli.

Militari, industriali e banchieri
La prima ondata migratoria dalla Svizzera verso Napoli avviene tra la seconda metà del Settecento e gli inizi dell’Ottocento ed è di estrazione sociale piuttosto variegata.
Molti partono con le famiglie e si trasferiscono nel Regno delle Due Sicilie come imprenditori, banchieri, ma anche come forza lavoro, dando forte impulso ad interi comparti economici delle aree maggiormente produttive, dalle industrie (soprattutto tessili e cotonfici) alle banche, dagli alberghi al commercio.
Il mare di Napoli, come scrive il ricercatore Nicola Forte, si ingrossa con gocce di storie di famiglie che si possono definire storiche per avere svolto attività per più generazioni: Meuricoffre, Egg, Caflish, Schlaepfer, Vonwiller, Meyer, Corradini, Zollinger, Wenner, von Arx, tanto per citare le più rappresentative.
Delle famiglie svizzere rimane vivo il ricordo in città dei banchieri Meuricoffre: la loro discendenza, vissuta a Napoli per duecento anni, si è ormai estinta. Di fede evangelica e di spirito cosmopolita, il loro straordinario merito è di aver rivestito un importante ruolo nella storia napoletana anche per le autorevoli funzioni diplomatiche svolte per generazioni.

Cotone e cioccolato
Un’impronta importante e durevole anche da parte della famiglia Wenner, originaria di San Gallo e la più celebre nel settore tessile svizzero-napoletano. Nei primi decenni dell’Ottocento, infatti, la famiglia Wenner avvia nel Salernitano l’industria cotoniera. Un’attività che conoscerà uno sviluppo incessante dando lavoro a moltissime persone.
Che dire, inoltre del dolce segno lasciato dal grigionese Durisch Caflish, originario della parte romancia del cantone, che a Napoli crea l’omonima e davvero mitica pasticcieria e cioccolateria, una tappa piacevolmente obbligatoria per i golosi del mondo intero da quasi due secoli. E’ anche opera di uno svizzero – Aurelio Item, figlio di un albergatore – uno dei più importanti ritrovamenti negli scavi di Pompei, ossia la Villa dei Misteri, famosa per i suoi affreschi.
L’altra componente significativa della comunità elvetica, almeno fino al 1861, è rappresentata dai reggimenti svizzeri al servizio dei Borboni, che vanno a costituire le milizie scelte dei sovrani del Regno, a loro fedeli fino alla fine.

Ticinese un “pezzo” del Maschio Angioino
A Napoli è fra i monumenti più amati, importanti e visitati: il Maschio Angioino, noto come il Castel Nuovo, porta anche una piccola firma ticinese, quella di Domenico Gagini da Bissone, giunto nella capitale partenopea nel 1457. Lo scultore dà il suo contributo artistico nella realizzazione dell’Arco di Trionfo scolpendo, in particolare, la statua della Temperanza.
Ticinese anche il maggiore ingegnere del Regno. Se Napoli ha il Palazzo reale inserito in uno splendido contesto urbanistico, è grazie all’architetto ticinese Domenico Fontana, nato a Melide nel 1543. A Napoli nel 1593, riceve dal vicerè il compito “di cambiare il volto di Napoli”. Mano ticinese, da parte dell’architetto Pietro Bianchi, anche per la chiesa di San Francesco di Paola.
Oggi la colonia svizzera presente a Napoli è costituita soprattutto da discendenti delle famiglie che decisero di restare. Molti hanno studiato in Svizzera ma, contrariamente ai loro antenati, i giovani sono perfettamente inseriti nella realtà napoletana. E svolgono lavori “normali”: impiegati statali, bancari, liberi professionisti. E le donne bionde non sono più identificate come “le svizzere”.

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