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Nel 1851 un terzo dell’Italia, il Sud (con qualche eccezione per la Sicilia, che “anelava” ad un’indipendenza assoluta che mai ha avuto e, ragionevolmente, mai potrà ottenere, data la sua straordinaria posizione strategica), aveva la rara fortuna di avere un governo politico eccellente, tutto orientato al bene del proprio popolo, apprezzato all’estero dai galantuomini (leggi il post precedente: “uno dei migliori governi d’Europa”) e ferocemente odiato dai prepotenti che si stavano preparando il terreno per dominare il mondo.

(Sugli “idealisti romantici”, di cui si sono riempite pagine e pagine di libri di storia, preferisco invece pietosamente sorvolare…)

Da Vittorio Emanuele II re d’Italia in poi, credo si possa dire senza temere serie smentite, che situazioni tanto fortunate non si siano mai più verificate: da Cavour a Giolitti, da Mussolini a De Gasperi, da Andreotti a Craxi, da Berlusconi a Prodi.

Non sto “guardando con nostalgia” ai Borbone, ed ai loro discendenti…

Ma sto guardando e cercando ispirazione nei princìpi e nei metodi che guidarono quei governi borbonici.

Governi stabili e sensibili alle legittime richieste della nazione, fortemente orientati al progresso ma senza rinnegare e svendere nemmeno una virgola dell’irripetibile tradizione culturale ricevuta in eredità, uomini di potere consapevoli di costituire essi stessi un faro di civiltà anche per altri popoli e però umili al punto tale che spesso, ritirandosi in pensione, non si ritrovavano arricchiti e le loro famiglie non miglioravano parassitariamente il loro consueto tenore di vita.

Sto sognando? Mi bevo cose palesemente assurde?

No, è davvero così: per quanto possa sembrare contrario a quanto dettato dal “buon senso”, a Napoli nella prima metà dell’Ottocento normalmente succedeva questo…

A Torino, Roma e Milano, nei decenni a seguire, ahimè, ciò non si è mai più ripetuto: però in compenso, il nuovo grande “popolo italiano” è stato imbottito di solenni promesse, di discorsi seri, di gravi richieste di sacrifici, di inviti all’ottimismo; una parte ha vissuto fame ed emigrazione e contemporaneamente l’altra si è arricchita, insieme le due parti sono state massacrate al fronte, e poi di nuovo una parte ha vissuto la sensazione di non avere un futuro ed essere costretta ad emigrare e contemporaneamente l’altra è stata pasciuta e un po’ spremuta.
E oggi, con “due Italie economicamente già separate”, la maggioranza dei cittadini (compresi i “più bravi” settentrionali) ha la sensazione che il futuro non sarà affatto così semplice come l’avanzato progresso scientifico e tecnologico dovrebbe garantire.

E all’estero, dal 1860 ad oggi senza soluzione di continuità, e quasi sempre a ragione, a volte palesemente a volte di nascosto, sorridono di noi…
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