>Avevano ragione i familiari scettici dei GIOVANI DI LOCRI. Anzi no.

>

L’onda della spontanea protesta dei giovani della Locride e della Calabria grecanica, seguita all’efferato omicidio di Francesco Fortugno più di un anno fa, si è spenta.

O meglio: il movimento, anzi i movimenti creati più o meno spontaneamente dall’aggregazione di tanti giovani di età dai 16 ai 35 anni, che in questi mesi hanno creato e/o promosso mille attività, con notevole attenzione da parte dei media, si sono in larga parte esauriti.

Laddove è stato possibile strumentalizzare e manipolare, è stato fatto.

E il naturale entusiasmo di quei ragazzi (straordinari!, per come la vedo io i giovani più promettenti che l’Italia è capace di produrre oggi), che credevano davvero di agire da antidoto ad una criminalità mortifera come quella costituita dalla ‘ndrangheta (vero e proprio Stato parallelo, più autorevole sul territorio di quello “istituzionale”, e che di fatto produce quanto una grande e vincente multinazionale del crimine) è stato abusato e sciupato.

Lo scetticismo dei parenti più anziani verso le grandi manifestazioni di piazza, gli slogan, i concerti, era dunque lungimirante?

Atavicamente memori delle impietose batoste subite per dieci anni dai “patrioti briganti” da parte degli arroganti ed ipocriti “fratelli d’Italia” a partire dal 1861, la società calabrese più profonda è da lungo tempo rassegnata a non avere mai più né giustizia né futuro.
I vinti – dicono loro – tutt’al più possono chiedere l’elemosina!
E l’elemosina non si chiede urlando dalle piazze e lanciando slogan giustizialisti dalla televisione o sui giornali: l’elemosina si chiede lamentandosi e allungando la mano!

Al limite, sfilando dalla tasca ed alleggerendo un po’ il portafoglio dei “fratelli ricchi” del Nord, ma in fondo a fin di bene: mica per arricchirsi, ma per tirare a campare decentemente.

E se – dicono ancora – ogni tanto i fratelli ricchi sbraitano contro di noi parassiti e omertosi, e vabbé: ci entra da un orecchio e ce lo facciamo uscire dall’altro.

Tanto, questa situazione l’hanno voluta e l’hanno creata loro, no?!

I giovani calabresi sono stati strumentalizzati e la loro azione incanalata verso i già predisposti rivoli partitocratici e clientelari.

Avevano dunque ragione “gli altri calabresi”, quelli rassegnati a rimanere al proprio posto, senza troppi strepiti, nell’ordine costituito dell’Italia post-risorgimentale?

A me pare proprio di no…

I calabresi cinicamente piegati ai ricatti devono rendere conto alle proprie coscienze della loro ignavia e del futuro desertificato che preparano ai loro figli e nipoti.

I loro avi ottocenteschi almeno, prima di rassegnarsi (ed emigrare), combatterono fieramente!

Ma, bisogna ammettere, la bassa alfabetizzazione certo non li aiutò: i numerosi gruppi di guerriglieri, sostenuti dalla larga maggioranza della popolazione, sapevano al limite scribacchiare su un foglietto qualche primitivo comunicato informativo, che poi veniva letto (con altrettanta estrema difficoltà) nelle piazze dei vari paesi del Sud.

Oddio, non che i soldati dell’esercito piemontese sapessero fare di meglio: il livello di alfabetizzazione era piuttosto basso ed abbastanza omogeneo in tutta la penisola.

E poi, nel 1880, dopo vent’anni dalla cacciata dei gesuiti e dalla chiusura di quasi tutte le scuole dell’ex Regno delle Due Sicilie, le impietose statistiche assegnavano ai meridionali il primato di peggiori analfabi del nuovo analfabeta Regno d’Italia.

La (scarsità di) cultura popolare ha contribuito a condannare “il Mezzogiorno” a 146 anni di squallido trattamento coloniale.
Solo la riconquista da parte della gente comune della Cultura, e in particolare della consapevolezza della Conoscenza Storica Negata, può invece restituire alle Due Sicilie dignità e futuro.

Chi è disposto a scommetterci?
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