>Calabresi nei lager

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Le storie di Gaetano Mellino da Crotone e del reggino Giovanni Scilipoti, internati a Mauthausen e Dachau

GAETANO MELLINO

Aveva lasciato la sua Crotone emigrando a Genova per ragioni di lavoro, ma anche per sfuggire al fascismo locale. A Genova svolge intraprende l’attività di commerciante di tessuti e il lavoro lo porta frequentemente nel biellese, zona di produzione dei filati. Dopo l’8 settembre 1943 entrato a far parte della Brigata partigiana “Fratelli Bandieraî” nella zona a cavallo tra l’Appennino ligure e quello piemontese utilizza presunti spostamenti di lavoro per l’organizzazione delle formazioni partigiane e per collegare tra loro le formazioni della costa con l’entroterra.
Il 7 dicembre 1943 viene sorpreso e arrestato, complice un’infiltrazione nelle fila antifasciste, insieme al cittanovese Ettore Carlino, a Mario Mainelli, un invalido di guerra fervente attivista comunista biellese, durante un’operazione della Gestapo in casa del professor Angelo Cova a Biella.
I quattro, che avevano costituito da poco il Cln, dopo un periodo di detenzione, furono avviati al campo di concentramento di Mauthausen. A Mellino giunto il 14 gennaio 1944, gli è assegnato il n. 42292 di matricola.
Nel lager si consuma la tragedia del gruppo: Mario Mainelli troverà la morte il 15 luglio 1944 al Castello di Hartheim, Gaetano Mellino trasferito a Ebensèe, probabilmente il 28 gennaio 1944, è morto il 29 marzo 1944 mentre Angelo Cova, rientrato in fin di vita, morirà a Biella il 16 luglio 1945. Ettore Carlino, unico sopravvissuto del gruppo degli antifascisti arrestati, svolse intensa attività sindacale e politica nelle fila del Pci di Biella. A lui e al fratello Domenico Carlino – che sarà l’uomo di punta della Cgil della provincia di Biella fino agli anni Settanta – si deve la stipula del primo accordo sindacale tra imprese e lavoratori in Italia dopo l’8 settembre 1943 noto come “contratto della montagna”.

GIOVANNI SCILIPOTI (nella foto)

A Dachau, città nella Baviera, in Germania, nel campo di concentramento allestito a marzo del 1933 dalla costruzione al giorno della liberazione furono eliminati circa 300.000 deportati stroncati dalla fatica e dalle disumane condizioni di vita: incatenati e sottoalimentati, furono costretti a stare in piedi in piccoli box di sessanta centimetri senza luce né aria.
In questo inferno vi furono centodue calabresi deportati, tra i quali sette deceduti. Il più noto è Giovanni Scilipoti (Reggio Calabria 10.5.1905), “uno dei più pericolosi comunisti della provincia “ – scrivono i reali carabinieri – “sia per la sua tenacia di propositi che pel fanatismo con cui professa i suoi principi”. Componente della Federazione Giovanile Socialista nel 1920, dopo la scissione di Livorno fonda a Reggio Calabria la prima sezione giovanile comunista e, a soli diciannove anni, assume l’incarico di segretario della Federazione provinciale comunista, esplicando intensa attività in tutta la provincia subendo diversi fermi, perquisizioni e arresti. Confinato a Favignana e Lipari subì in qualche modo i dissidi interni al partito tra l’esecutivo centrale e la frazione di sinistra capeggiata da Amadeo Bordiga, per la quale parteggiava, e per sostenere la quale intervenne con vivaci lettere all’Unità.
Per il suo atteggiamento “frazionista” fu espulso dal partito nel febbraio del 1926, ma continuò a professare tenacemente le idee comuniste e svolse un’accanita propaganda contro il regime. Nello stesso anno fu condannato a sei anni di reclusione insieme all’ex deputato comunista Ennio Gnudi, fiduciario del partito per la regione siculo-calabra, a Giuseppe Pianezza, Eugenio Musolino ed altri.
Nel 1928 fu condannato a sei anni di carcere che sconta nelle case penali di Alghero e Sulmona. Durante tale periodo il padre, Orazio, si appella, per lui, alla clemenza del Duce, ma Giovanni si dissocia. Nel 1932 viene rilasciato con l’amnistia del decennale della marcia su Roma. Nuovamente arrestato nel 1941 fu condotto nei campi di internamento di Monteleone di Spoleto, Monte S. Maria Tiberina, Città di Castello e infine a Fisignano di Spoleto dove rimane fino al 4 novembre 1943 data in cui, con le sorti del conflitto segnate, fu deportato a Moosburg e Dachau dove alcuni medici – oltre il tristemente noto Jospeh Mengele – si dedicarono ad obbrobriose sperimentazioni: dallo studio degli effetti sull’uomo delle bassissime temperature, all’eliminazione sistematica dei prigionieri mediante iniezioni endovenose o intracardiache di fenolo e benzina. Tornato in Italia senza denti e col peso di 40 Kg rimane fedele al suo ideale, ma rifiuta la candidatura alla Camera dei Deputati in un collegio vincente: “La politica – scrive ringraziando – ha tolto a me ed ai miei cari già troppi anni. Non intendo aggiungere a questi un solo secondo in più di quanto non sia veramente necessario”.

Calabresi nei lager

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2 commenti su “>Calabresi nei lager”

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