>La Shoah nel racconto di Ruth Bondi

>

Discorso al palazzo della provincia di Bergamo per la Giornata della memoria 2007

“Già il fatto che qui a Bergamo, città italiana, si commemori il giorno della
liberazione del campo di Auschwitz mi commuove. Io prigioniera n. 72540
una volta. Potevo dire che questo non l’avevamo immaginato lì nella fabbrica
della morte, ma in verità non immaginavamo niente, non pensavamo al
passato perchè la nostalgia di quella che era la famiglia e la casa richiedeva
forza. Non pensavamo al futuro lontano perchè non sapevamo se saremmo
riusciti a viverlo. Pensavamo solamente a sopravvivere di giorno in giorno.
L’unica cosa che mi sono permessa di sognare era una pentola piena di
patate con la buccia tutta per me.
Dopo la liberazione del campo di Bergen Belsen, ultima tappa del mio
percorso fra i campi della Cechia, Polonia e Germania, mi sono ammalata di
tifo, pesavo solo trentacinque chili. Avevo paura di morire proprio mentre mi
stavo affacciando ad una nuova vita, come è successo a migliaia di altri come
me. Sono guarita e mangiavo, sono tornata velocemente rotonda come
prima. Non ricordo piu’ la sensazione della fame, ma mi è rimasta l’incapacità
di buttare il cibo e se qualcosa va a male mi resta un profondo senso di
colpa. Le patate sono da sempre il mio cibo preferito. Mi è rimasta la
repulsione per lo sporco dei luridi bagni, non avevamo vestiti per cambiarci
ne’ sapone ne’ asciugamani ne’ carta, niente.
Non avevo illusioni tornando a Praga dai campi nel 1945, la mia città natale
non mi ha accolto a braccia aperte, la gente non voleva sentire quello che
abbiamo passato nei campi o meglio, nemmeno io ero in grado di raccontare:
Ero contenta di questo reciproco silenzio, sapevo solo che non volevo più
vivere in Europa e dipendere dalla bontà di altri popoli, volevo vivere tra ebrei
in terra di Israele. Anche al mio arrivo in Israele nel dicembre, nel 1948, il
nostro silenzio non si ruppe. Dopo la vittoria della guerra di indipendenza gli
israeliani apprezzavano soltanto l’eroismo con le armi. Ai superstiti della
Shoah, orfani, genitori che persero i figli, ultimi residui di grandi famiglie,
venne chiesto “perchè non avete lottato?” Come se il sopravvivere
quotidiano, la preoccupazione per i genitori, per i figli, per i fratelli, non fosse
una lotta.
Il termine Shoah non esisteva ancora, gli ebrei e il mondo intero non
sapevano come chiamare un terribile assasinio di massa e hanno scelto il
termine “Olocausto” – sacrificio arso dal fuoco – e poi “Shoah” – grande
disastro. La Giornata della Memoria alla Shoah era stata fissata in Israele nel
1951 e per più di un decennio è stato l’unico giorno dell’anno in cui i media si
sono occupati dell’argomento con articoli, trasmissioni radio; politici in piazza
parlavano con parole grosse mentre della Shoah si può parlare solo con
parole semplici. E tutti erano contenti quando terminava questa lugubre
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giornata. Il grande cambiamento avvenne con il processo ad Adolf Eichmann
nel 1962 quando il popolo israeliano, e in un certo senso il mondo intero,
cominciò a sentire la voce dei singoli, non più la vaga cifra di sei milioni senza
volto. Ma il racconto e la sofferenza del singolo, come pure il racconto di
Anna Frank, toccò molti perchè rappresentava la storia di migliaia di ragazze
ebree. Pian piano la Shoah non interessava più solamente chi l’aveva vissuta
in prima persona. Era nata una nuova generazione pronta ad affrontare il suo
terribile insegnamento e significato: la cultura e l’istruzione di un popolo non
impediscono il compimento di atrocità, gli ebrei sono stati abbandonati e
nessun paese era pronto a salvarli quando ancora era possibile. I “grandi”
Stati Uniti hanno mantenuto al minimo l’immigrazione degli ebrei del centro
Europa – un visto dalla Cecoslovacchia per gli Stati Uniti richiedeva vent’anni.
Il mandato britannico in Erez Israel ha portato a 1500 i permessi rilasciati in
un mese quando le richieste erano centinaia di migliaia. Al convegno di Evian
nel 1936 nessun paese era disposto ad accogliere gli ebrei in fuga dalla
Germania. L’Australia, dagli immensi territori deserti, dichiarò di non voler
importare l’antisemitismo in un paese dove non esisteva. Hitler aveva capito il
messaggio – nessuno voleva gli ebrei. Noi superstiti della Shoah pensavamo
che dopo la terribile Seconda Guerra Mondiale l’antisemitismo violento non
avrebbe più rialzato la testa ma presto ci siamo dovuti ricredere: esso
continua anche nei nostri paesi di origine. Molti come me ne hanno seguito la
logica conseguenza e si sono arruolati come soldati nella guerra per la
costruzione dello Stato di Israele e della sua indipendenza. Nemmeno nei
momenti più duri della guerra e durante le guerre successive mi sono pentita,
nonostante il dolore per la perdita di giovani vite e la preoccupazione per il
futuro siano molto forti.
Ora, sessant’anni dopo la liberazione, alza la testa un nuovo leader fanatico
che dichiara apertamente di voler distruggere gli ebrei e l’Europa lo interpreta
come un problema “individuale” che riguarda soltanto Israele, problema che
non la tocca direttamente. Ma i sistemi di conquista e distruzione non si
fermano mai alla prima tappa. Io ho perso nella Shoah i miei genitori, i miei
nonni, zii, cugini, di trentacinque persone della mia famiglia siamo rimasti in
vita soltanto in quattro tra cui io e mia sorella. Io sono stata graziata, non ho
perso la mia fiducia nell’uomo perchè ho capito da una parte, che l’uomo può
fare cose terribili ma nei campi ho visto anche tante persone che hanno
mantenuto la propria dignità: al ghetto di Theresienstadt, la mia prima tappa
sulla via dei campi di concentramento, erano i medici, le infermiere, i maestri,
le madri che curavano i malati e i deboli, specialmente bambini e ragazzi, con
la speranza che almeno loro si salvassero. Era un mutuo aiuto fra prigionieri
anche nel ghetto, anche nei tre anni e mezzo nei campi con le mie coetanee
cecoslovacche e anche con la fame più disperata non rubavamo l’una all’altra
e a volte dividevamo quel poco che c’era. Ma più ancora hanno rafforzato la
mia fede i prigionieri di guerra arrivati nel 1944 come noi ad Amburgo per
ripulire i resti dei danni dei bombardamenti degli alleati sulla città. I prigionieri
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di guerra italiani abitavano vicino a noi nei magazzini di tabacco dell ex porto
di Amburgo, quelli francesi lavoravano vicino a noi sui resti delle raffinerie
distrutte e quando seppero chi eravamo – quattrocento prigioniere ebree – e
da dove venivamo hanno deciso che potevamo essere le loro sorelle e le loro
compagne e che ci avrebbero aiutato. Non potevamo incontrarli, c’erano le
SS, ma c’era un punto accordato dove loro lasciavano delle cose per noi.
Ogni prigioniero si prendeva cura di una di noi, il mio “prigioniero” si
chiamava Renè Delancour e mi procurò calze (andavo scalza), uno
spazzolino da denti e in inverno un paio di mutande calde. Ogni volta che
riceveva un pacco dalla croce rossa mi donava qualcosa nonostante fossero
alla fame anche loro. E c’era anche Eva, ufficiale SS ad Amburgo che,
quando mi ammalai di dissenteria, mi portò medicine e mais; è vero, era una
dei malvagi, ma di lei mi ricordo. Non sapevo odiare abbastanza i tedeschi
per cercare la vendetta dopo la liberazione. Questo richiede forza e
perseveranza e io non volevo aver niente a che fare con l’odio.
Anche questo passò e dopo trent’anni andai, come giornalista – per la prima
volta – in Germania. Ho incontrato giovani nati dopo la guerra e non riuscivo
ad incolparli delle malefatte dei loro padri. Quando uscì la mia autobiografia
in lingua tedesca feci un tour di conferenze in Germania per la presentazione
del libro ai giovani studenti e mi resi conto di quanto il tema fosse sentito.
Quasi nessuno di loro aveva mai avuto l’occasione di parlare con chi aveva
vissuto la Shoah in prima persona e nemmeno aveva parlato con i loro padri
su ciò che avevano fatto durante la guerra. Non ho avuto la forza d’animo di
Primo Levi per scrivere di Auschwitz poco dopo la guerra, mi ci sono voluti
trent’anni e anche allora non lo feci in prima persona. Dapprima scrissi la
biografia di Enzo Sereni che certamente conoscete: figlio di famiglia ebrea
dell’aristocrazia romana, suo padre era medico della corte reale. Diventò
sionista e nel 1927 andò a stabilirsi nella desolata terra di Israele costruendo
il kibbutz Givat Brenner e divenendo figura centrale nel movimento laburista.
Si arruolò nell’esercito britannico a 39 anni; fu paracadutato in Italia, già
occupata dai nazisti, per aiutare ebrei ed italiani. Fu subito catturato e portato
a Gries, campo vicino a Bolzano, successivamente mandato a Dachau dove
riuscì ad appoggiare e aiutare alcuni prigionieri italiani per poi essere
giustiziato nel novembre del 1944. Soltanto dopo aver finito di scrivere
“L’Emissario”, titolo della biografia su Enzo Sereni, mi sentii forte abbastanza
per scrivere della Shoah, ma nemmeno questa volta ci riuscì in prima
persona. Ho scelto di scrivere la biografia del leader degli ebrei al ghetto di
Terezin, Yaakov Edelstein, che cercò di salvare almeno i giovani, seme del
futuro popolo ebraico, e pagò questo gesto con la sua stessa vita. Scrivendo,
volevo chiarire a me stessa come erano andate le cose. Da prigioniera non
avevo la minima idea di ciò che accadeva nel mondo e anche spiegare alla
generazione israeliana del dopoguerra quali erano i difficili dilemmi che
affrontavano i leader ebrei sotto il nazismo, non era facile. Soltanto dopo
cinquant’anni dalla Liberazione, sono stata capace di scrivere quello che ho
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passato ma anche questa volta con limitazione nel raccontare gli orrori stessi.
Ho scritto solo ciò che successe prima dell’annientamento dei bambini nella
capanna a Birkenau-Auschwitz, quelli che curavo io. Perchè dei bambini in un
campo di sterminio? I nazisti li lasciavano in vita in quel che si chiamava
campo delle famiglie in caso di una visita di ispezione della Croce Rossa
internazionale, inviata per vedere cosa fossero questi campi di lavoro dove
venivano mandati gli ebrei di Terezin. E quando l’ispezione si limitava a
visitare il ghetto e non si estese ai campi in Polonia, i bambini e i loro genitori
vennero assassinati in sei mesi, nel luglio 1944.
Ancora oggi mi è difficile parlare liberamente di queste cose tremende e
come potete vedere mi aggrappo senza accorgermi alla parola scritta come
ad un’ancora di salvezza. Scrivendo di Edelstein, sono stata “attirata” al tema
dell’ebraismo cecoslovacco e quasi interamente annientata. Tuttora scrivo
per interesse, e anche con senso di debito verso i miei genitori, i miei nonni, i
miei amici, tutti coloro che hanno perso la vita. Qual è la lezione della Shoah?
Che l’uomo, anche il più colto e il più educato, può arrivare a compiere tale
terribile crudeltà e che bisogna credere ai dittatori che dichiarano di voler
eliminare un altro popolo e agire contro di loro in tempo invece di arrendersi
come fecero Francia e Inghilterra negli accordi di Monaco nel 1938. Gli stessi
sopravvissuti hanno tratto conclusioni diverse e contrastanti: hanno pensato
che rimanere ebreo fosse pericoloso e hanno cambiato il proprio nome in un
nome che non suonasse ebreo. Si sposarono con persone non ebree.
Nascosero ai figli la loro provenienza. Non sempre è servito e prima o poi
furono scoperti. Altri persero la fede in Dio perché lo ritenevano colpevole per
non aver fermato il massacro di un milione e mezzo di bambini ebrei. Altri
scelsero la fede comunista perchè nel dopoguerra sembrò essere l’unico
scudo contro un nuovo fascismo e perchè promise uguaglianza e giustizia.
Fino al risveglio…
C’era chi si allontanò il più possibile dall’Europa andando in Australia, Sud
America, e altri come me ai quali la Shoah aveva rafforzato il sentimento di
ebraismo e che desideravano vivere in uno stato ebraico in grado di
difendersi.
Una cosa però avevano in comune tutti i superstiti: volevano costruire una
famiglia al posto di quella che avevano perduto, volevano avere dei figli per
non interrompere la collana delle generazioni.
Quando nacque questa generazione ci si pose la domanda sul cosa
raccontare, sul cosa rispondere alle domande dei giovani.
“Perchè non hanno nonni e famiglie numerose come tutti gli altri?”. C’era chi
preferiva tacere e chi raccontare, io con mia figlia ho scelto una via di mezzo,
ho scelto di rispondere alle domande senza mai dire “quando sarai grande
capirai” ma ho anche scelto di non raccontare gli orrori e di aggiungere alla
storia qualche sorriso, tipo quando ho nascosto un cetriolo nel reggiseno, per
non creare traumi anche se allora non si usava ancora il termine trauma. Lei
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è cresciuta sapendo che sua mamma aveva vissuto la Shoah, ma anni dopo
mi confessò che allora da bambina avrebbe preferito che fossi nata in Israele.
Essere un superstite della Shoah non era una vergogna ma non era
nemmeno un grande onore. Grazie al clima mite in Israele si gira spesso in
maniche corte e la gente vedeva il numero tatuato sul mio braccio e mi
chiedeva: “Come mai sei rimasta in vita?”. Ho deciso di togliere il numero di
Auschwitz. Non ne avevo bisogno e non volevo girare con il timbro che mi
fecero i nazisti.
Adesso, alla terza generazione dei nostri nipoti è più semplice. In un
programma che si chiama “Radici” gli studenti studiano le origini delle loro
famiglie e poi alla fine del liceo gran parte di loro fa un viaggio in Polonia ai
campi di Birkenau, Treblinka, Sobivor. Sembrerà strano ma io ero contraria a
questi viaggi, ero convinta non bisognasse traumatizzare le generazioni con
questi ricordi perchè la vita in Israele comunque non è facile. Pensavo che
per questi viaggi in Europa sarebbe stato meglio se avessero visto bellezze,
tradizione, cultura, Firenze o Parigi. Tuttavia mio nipote (ora soldato di leva)
di ritorno dalla Polonia mi disse che mi sbagliavo e che era molto importante
visitare quei luoghi.
Anche altri paesi hanno deciso di commemorare la Shoah e hanno scelto il
giorno della liberazione di Auschwitz, simbolo dello sterminio, anche se
c’erano altri campi non meno infami.
Ci si domanda perchè ricordare la distruzione del popolo ebraico quando altri
genocidi sono in atto. La risposta è che è un momento della storia che non ha
precedenti e che è proibito che ci siano, non la distruzione di una tribù da
parte di un’altra, non una guerra per un territorio, non una guerra per
governare, ma uno sterminio fine a sè stesso, programmato a sangue freddo,
coscientemente, con tecniche moderne.
I produttori dei forni di Auschwitz cercavano di produrre i forni più capaci e
veloci, i direttori dei treni si impegnavano a garantire il numero massimo di
convogli nonostante la guerra, illustri professori davano giustificazioni
scientifiche dello sterminio.
Gli assassini tornavano a casa la sera ed ascoltavano Mozart e Beethoven.
Capelli e denti dorati venivano usati come materia prima. Tutto ciò era una
moderna fabbrica per cancellare un popolo dalla terra, non soltanto di ebrei
ma anche di zingari, anch’essi considerati sotto-uomini e tuttora odiati.
Il fatto che oggi siate qui raccolti e mi abbiate invitato a parlare significa che
la Shoah non riguarda solo gli ebrei. Essa deve servire di avvertimento e di
esempio per tutti i popoli a dimostrazione del fatto che l’uomo è in grado di
sopportare qualsiasi atrocità e che non deve mai smettere di lottare”.

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