>Perché l’Italia non ha nessuna speranza: Ernesto Galli della Loggia

>Sono ancora più drastico di quel buontempone fascista-poi-antifascista-poi-quasicomunista-poi-leghista di Giorgio Bocca: non è il Sud, una parte dell’Italia, ad essere irrecuperabile, ma proprio l’Italia intera.

E la maggior parte di responsabilità è sicuramente attribuibile al Nord, ovvero alla classe dirigente di questo Stato, ai potenti, agli “intellettuali” (qui in fondo c’è un “saggio” del nostro brillante Galli della Loggia), ai “grandi imprenditori” che non sanno rischiare e hanno sempre fatto i conti da bottegai alle spalle degli altri, e hanno sempre frignato per evitare qualsiasi tipo di competizione seria, che li avrebbe costretti a lavorare bene e a produrre qualità e non marketing e cassa integrazione.
Fondamentalmente e molto semplicemente, la responsabilità è di chi, da 147 anni e oltre a questa parte, ABUSA DELLE PAROLE.

Chi ha parlato di giustizia e poi rubava e intrallazzava, e lo hanno sempre saputo tutti che rubava e intrallazzava, eppure lui continuava a parlare di cosa è giusto e cosa no.
A chi parlava di bene comune, e poi non gli è mai interessato altro che il suo orticello, curando magari di allargarlo pure un po’, ma senza mai pensare che oltre le sue proprietà esiste – appunto – il bene comune.
A chi si è riempito la bocca di diritti, chi giurava di avere a cuore i deboli, e poi trafficava per essere potente, e tutti sapevano che trafficava per essere potente, e una volta diventato potente poi, dei deboli non glien’è più interessato così tanto. Perché in fondo, se uno nella vita non si dà da fare, è giusto che ne paghi le conseguenze…
A chi commercia la parola serietà e le attribuisce un giorno un valore, legato ad una scelta politica conveniente, un altro giorno un altro valore, perché la scelta politica conveniente è cambiata. E comunque, la scelta politica conveniente è sempre legata alla convenienza del potente (manco a dirlo!), e non del debole, di cui comunque ci si riempie la bocca, perché oggettivamente chi parla di deboli ed indifesi riesce sempre ad essere convincente e ad ottenere quello che vuole.
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Questa, forse con un po’ di enfasi che però non distorce, è la nostra storia nazionale: ecco perché l’Italia, il tricolore, l’inno di Mameli e tutto il resto appresso non hanno NESSUNA SPERANZA.

E si badi bene, che io non sono e non mi sento affatto disfattista.
Anzi, qualche idea ben chiara per la ricostruzione, dopo che una provvidenziale apocalisse avrà fatto pulizia in questo vergognoso Paese, già ce l’avrei. E non si tratta di un regime dittatoriale e fascistoide (l’idea forte e “facile” a cui ancora in troppi pensano come soluzione radicale e vincente), e che giusto per sottolineare e per ribadire il concetto, fu PURE QUELLO una responsabilità del Nord.

Per intenderci: il furbo e mediocre Nord ha guidato, e il Sud con la sua pessima, corrotta e traditrice classe dirigente gli è andato appresso, rinnegando e dimenticandosi del suo plurisecolare passato di grande nazione europea, che probabilmente sarebbe potuto tornare utile per costruire un dignitoso Paese italiano.

(da corriere online del 22.2.2007)
Lezione di serietà
di Ernesto Galli della Loggia
Nel confuso dibattito sulla politica estera delle ultime settimane, Massimo D’Alema ha mostrato la stoffa politica che anche gli avversari gli riconoscono. Non ha mai mancato di rivendicare il significato e la coerenza della sua azione alla Farnesina, ha sottolineato la svolta che a suo giudizio quell’azione manifestava rispetto al governo precedente, ha sempre cercato di difenderla dalle pressioni che miravano a spostarla su un terreno più radicale, di rottura più o meno palese con il quadro tradizionale delle nostre alleanze.

In questo sforzo quotidiano il nostro ministro degli Esteri ha fatto qualcosa che in Italia non è certo usuale: ha parlato con nettezza, e lo ha fatto ripetutamente. Ha detto fuori dai denti, rivolto ai turbolenti soci della sua coalizione militanti nella sinistra radicale, che un governo che si rispetti deve potersi reggere su una propria maggioranza in politica estera; che su un tema così decisivo non sono ammissibili apporti dell’opposizione; che se non si sta su questa strada allora l’unica alternativa è quella di abbandonare la partita. Non solo. D’Alema ha fatto di più: su ciò che andava dicendo ha deciso di impegnare la propria personale immagine di uomo di Stato. Dando una lezione di quella che si chiama «responsabilità politica», e insieme una lezione altrettanto importante di moralità politica, ha fatto chiaramente capire che in caso di sfiducia al suo operato di sicuro egli non avrebbe potuto restare al suo posto.

Ma naturalmente, ascoltando il D’Alema dei giorni passati, nessuno poteva dimenticare l’esistenza, accanto al D’Alema statista, di un altro D’Alema: del D’Alema tattico consumato, esperto di assemblee e di giochi d’aula, dell’oratore abile a radunare consensi. E’ stato questo il D’Alema che ha parlato ieri a Palazzo Madama. Alternando con avvedutezza impegni e disimpegni, cautele e toni morbidi da un lato e affermazioni recise dall’altro, usando insomma tutti gli strumenti offertigli dal lessico e dalla dialettica, il ministro si è impegnato nel tentativo di convincere i recalcitranti della maggioranza a non fargli mancare l’appoggio. Sfortunatamente, il suo si è rivelato un tentativo disperato. Ha prevalso la coerenza ideologica di un pugno di massimalisti, cocciuta sino all’accecamento, e l’appoggio richiesto è mancato: il Senato non ha approvato la politica estera del governo.

Adesso sappiamo che Prodi, dopo aver incontrato il presidente Napolitano e averne ascoltato il consiglio, ha deciso saggiamente di dimettersi. Ma al di là di questa decisione si può pensare — e siamo sicuri che egli per primo in queste ore lo sta pensando — che esista uno specifico caso D’Alema. Chiedergli perentoriamente di non partecipare al prossimo governo ha un sapore maramaldesco che non ci piace; sarebbe quasi rivestire i panni di Shylock. Una cosa sola pensiamo che l’opinione pubblica possa chiedere in questo momento a Massimo D’Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.
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