>Come e quando nasce la questione meridionale

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Che i meridionali siano culturalmente e caratterialmente generosi e patriottici é cosa abbastanza inconfutabile: abituati ad essere parte di una grande nazione dal XII secolo, in poco tempo e nonostante condizioni avverse si sono abituati a sentirsi parte dell’ancora più grande nazione italiana.
Mentre i settentrionali, se da un lato ben più abituati ed abili a districarsi nelle dure leggi del libero mercato, dall’altro lato non hanno mai maturato un senso di appartenenza ad una grande nazione, divisi come sono stati tra piccole signorie spesso in disaccordo tra loro. Per capire bisogna guardare oltre la siepe, risalire a prima della creazione della famigerata questione meridionale in Italia, e cambiare drasticamente mentalità e cultura, a Sud come a Nord, per rifondare da Sud la nuova Italia prima che le spinte centrifughe ed egoistiche diventino prevalenti nei settentrionali.
Dopo la conquista del Regno delle due Sicilie, ad opera dei piemontesi, cominciò in nome dell’Unità d’Italia, il pesante saccheggio del più vasto, più potente e più ricco Stato della Penisola; di quello Stato che poteva vantarsi di un’amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire, allora coniate in oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d’Italia. Stato pacifico che, tra l’altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all’avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l’illuminazione a gas, con 10 anni d’anticipo sulle altre città della Penisola.
Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli. L’Unità d’Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord – con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni.
L’Unità d’Italia, portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino ad allora, legalmente inamovibili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militare. L’incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principi, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali – sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini (e forse molti di più) in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l’ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell’impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario “spietato”, ma dal borghese “liberale”.
Così il contadino dell’ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l’Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra – introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine – non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l’industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all’industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo.
Si interruppe in conseguenza – tra l’altro – la corrente migratoria della mano d’opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l’estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l’intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila – media annua del periodo 1876 -1880 – a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell’anno 1912, a 872 mila nell’anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese.
Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana “liberale” di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o – per pochi mesi – tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. Politica che costrinse, nell’ultimo biennio dell’era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l’inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all’inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.
Nel 1920, sul n° 3 del giornale “Ordine Nuovo”, Antonio Gramsci dava questa definizione della questione meridionale: La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale, riducendola a colonia di sfruttamento; ha ridotto le masse contadine asservite alle banche e all’industrialismo parassitario del settentrione.
Se si guarda l’oggi, tutte le banche sono del nord, ed è al nord che i soldi vengono investiti, e mentre noi passiamo per “mali pavaturi”, facendoci pagare il costo del denaro più alto di tre punti rispetto al nord, con i nostri risparmi, loro speculano; vedi Parmalt, Cirio etc. Cari amici, è dal Sud che bisogna incominciare la rinascita.

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One Comment su “>Come e quando nasce la questione meridionale”

  1. VascoBlog Says:

    >Caro Blogger,non trovando una mail alla quale risponderti, e volendo proporti un servizio che probabilmente Ti interesserà, Ti chiedo di contattarmi a info@vascoblog.comCiao


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