>La scuola musicale napoletana: Giovan Battista Pergolesi

>La riscoperta del grande prestigio internazionale di cui godevano le Due Sicilie, calpestato e cancellato dalla memoria a sèguito della colonizzazione sabauda per mano della squallida retorica risorgimentalista, passa anche dalla Musica.
Seguendo umilissimamente l’esempio del maestro Muti, riportiamo alla luce nel nostro blog le biografie di qualcuno tra i più importanti tra le decine di esponenti della cosiddetta “Scuola musicale napoletana”, partendo qui da uno dei compositori di musica classica che preferisco in assoluto, assieme a Bach, Mozart e Beethoven.
Come fece in seguito anche Giacomo Leopardi nell’Ottocento, anche il marchigiano Giovan Battista Pergolesi trascorse a Napoli la sua maturità artistica: lì compì la sua formazione e successivamente, attraverso il prestigioso palcoscenico napoletano, ebbe la possibilità di farsi conoscere presso tutte le maggiori corti europee.

Chissà perché oggi, quando si pensa alla “musica napoletana” saltano subito alla mente Mario Merola e Gigi D’Alessio, o se va bene Renato Carosone e Roberto Murolo, o proprio al massimo Salvatore Di Giacomo e E.A.Mario; e non invece i celebrati maestri dei Conservatori di Napoli, da Alessandro e Domenico Scarlatti a Pergolesi, da Cimarosa a Paisiello, da Piccinni a Mercadante, e poi tanti tanti altri ancora…

Curioso ‘sto fatto, no?

(dal portale culturale delle marche)
Giovanni Battista Pergolesi (Jesi, 4 gennaio 1710 Pozzuoli, 16 marzo 1736) fu compositore, violinista, organista ed uno dei primi e più importanti compositori di opere buffe e di musica sacra. Una vita brevissima, una meteora nel panorama musicale italiano della prima metà del Settecento. Eppure Giovanni Battista Pergolesi rappresentò il primo caso musicale europeo: la leggenda ed il mito si sostituirono alla storia.

La sua vicenda umana, del resto, molto si prestò all’adagio oleografico: nato da famiglia umile ed assillata dai debiti, minato nella salute, lontano da ogni affetto, morto in solitudine in un convento a soli 26 anni.
Una biografia che invita al mito, e per decenni l’agiografia non ha fatto giustizia di un musicista dalla grande inventiva, che con “La serva padrona” inaugurò un genere musicale nuovo, l’opera buffa che avrebbe avuto più avanti massima espressione in Mozart e Rossini. Nato a Jesi, figlio di un agronomo al servizio di un architetto militare, unico superstite di quattro fratelli tutti morti in tenerissima età a causa dalla tubercolosi, colpito da poliomelite che gli offese una gamba, Giovanni Battista sin da bambino fu avviato in ambiente ecclesiastico allo studio della musica, divenendo precoce e valente violinista.

Pergolesi inizia a ricevere le prime nozioni di musica da due sacerdoti e da un marchese del luogo, prima di passare alla scuola del Maestro di cappella comunale, Mondini, e di quello del duomo, Santi.
Dimostra un talento naturale tanto da essere considerato un fanciullo prodigio.
Questo gli permette di studiare grazie all’appoggio di vari nobili jesini, nella propria città, e frequentare come musico i salotti della nobiltà jesina.
Il suo percorso a questo punto è obbligato: Napoli era, con i suoi Conservatori, punto di riferimento per la formazione musicale, sono infatti questi anni di grandi mutamenti e di grande fervore culturale per la capitale del regno delle Due Sicilie.

Il padre di Giovanni Pergolesi, con l’appoggio finanziario del marchese Cardolo Maria Pianetti, manda il figlio, intorno al 1723, a studiare a Napoli, incrocio delle culture e il palcoscenico di ogni nuova proposta musicale.
Giovanni Battista viene ammesso al Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo dove continua lo studio del violino con De Matteis, iniziando “contrappunto e suono di tasti” con il Maestro Greco passando poi, nel 1728, sotto la guida di Francesco Durante.
Durante il periodo di studi Pergolesi si dimostra valente violinista, tanto che nei registri dell’anno scolastico 1729-1730 compare come “capo-paranza”, incaricato di guidare un piccolo gruppo di strumentisti (la “paranza”) alle manifestazioni cittadine (funerali, messe, feste pubbliche o private) che vedevano la partecipazione di numerosi giovani allievi dei Conservatori. Pergolesi respira pienamente l’aria culturale e formativa di Napoli, assimilando soprattutto gli stimoli al nuovo, tanto che nella sua prima composizione (eseguita in pubblico nel 1731 a Sant’Agnello maggiore) “Li prodigi della Divina Grazia nella conversione e morte di S.Guglielmo duca d’Aquitania” insieme allo stile barocco ancora tipico del dramma sacro, inserisce una sconosciuta ma irresistibile vena comica.

La stessa vena comica che ritroviamo successivamente nel suo primo grande successo, “Lo frate ‘nnamorato”, in scena al Teatro dei Fiorentini di Napoli nel 1732, la sua prima “opera buffa“, genere per cui Giovanni Battista Pergolesi è considerato ancora oggi uno dei compositori più importanti. L’opera ottiene ottimo successo.
Un successo pieno, sottolineato dalle diverse riprese del titolo e dai grandi riconoscimenti dei quali il giovane Pergolesi diviene oggetto, non ultima la nomina a organista della Cappella Reale e, due anni più tardi, a maestro sostituito con diritto di successione della Cappella musicale.

Terminati gli studi presso il Conservatorio, dopo la morte del padre Pergolesi viene assunto come Maestro di cappella del principe di Stigliano Colonna, uno degli Eletti della municipalità napoletana e tra i nobili più in vista.
Musicista di “scuola napoletana”, Pergolesi assume immediatamente un respiro europeo.
Rientrato a Napoli, nel 1733 mette in scena al teatro San Bartolomeo “Il prigionier superbo”, rappresentato da un intermezzo, “La serva padrona”, che venne salutato da un vero trionfo iniziando così una sua vita autonoma al di fuori del dramma divenendo poi famosa come opera a sé stante atto unico di opera buffa.
A Napoli sempre nel 1733 diventa organista soprannumerario della cappella regia e nell’autunno dello stesso anno rappresenta al Teatro Nuovo la sua ultima opera buffa, “Il Flaminio”.
La stessa sorte spetta l’anno seguente all'”Adriano in Siria”, del quale ancora una volta ottengono un grande successo gli intermezzi, “Livietta e Tracollo”.
Da Napoli parte la strada che conduce la sua musica verso le grandi capitali ad iniziare da Roma.
Protetto da nobili famiglie filoaustriache, in particolar modo i Caracciolo e i Maddaloni, al rovesciamento del governo napoletano, Pergolesi le segue a Roma dove scrive la “Messa in Fa maggiore” rappresentata il maggio 1734 in San Lorenzo in Lucina, e sempre a Roma compone “L’Olimpiade”, in scena al Tor di Nona nel 1735.

Condannato dalla tisi, Pergolesi si ritira nel convento dei cappuccini di Pozzuoli – con la protezione del duca di Maddaloni, discendente dei fondatori del convento – dove si dedica particolarmente alla musica sacra scrivendo il “Salve Regina” e una delle sue opere più importanti e forse il suo più significativo capolavoro: lo “Stabat Mater” (per soprano, contralto, archi e basso continuo), commissionato dalla “Confraternita di San Luigi di Palazzo sotto il titolo della Vergine dei dolori” e già iniziato a Napoli.

Lo “Stabat”, destinato con “La serva padrona” ad eternare la sua fama, viene completata da Pergolesi poco prima della morte, avvenuta il 17 marzo 1736 ad appena ventisei anni.
Grande è l’influenza di Pergolesi sui musicisti delle generazioni contemporanee e successive: Bach trascrive con un nuovo testo tedesco lo “Stabat Mater”, Rousseau indica ne “La Serva Padrona” il riferimento stilistico per il teatro musicale della Francia illuminista.

Inoltre il mito del compositore prematuramente scomparso ispira musicisti e poeti dell’età romantica.
Post mortem G. B. Pergolesi fu oggetto di imitazioni e “falsi” in tutta Europa.
La morte prematura, la prolifica produzione, il fascino di quella musica nuova, favorirà il diffondersi delle sue opere che consegnarono il suo nome, fin’allora ristretto fra Napoli e Roma, alla fama europea.

A Vienna la presenza di Metastasio diffonde il mito pergolesiano, a Parigi, nel 1752, la compagnia dei Bouffons diretta da Eustachio Bambini ripropose all’Opéra Comique “La serva Padrona” di Pergolesi, la rappresentazione innescò la “querelle des bouffons” fra i sostenitori dell’opera tradizionale come quella degli autori francesci Jean-Baptiste Lully e Jean-Philippe Rameau e i sostenitori della nuova opera buffa italiana. La disputa divise la comunità musicale per anni.

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