>Ponza prova a produrre cultura (ma l’Italia la schiaccia brutalmente…)

>Qualche giorno fa abbiamo segnalato l’importante convegno di Siderno in Calabria, che l’ “Italia democratica” agilmente ignora.

A Ponza, invece, la situazione è diversa: il cap. Alessandro Romano ed i Neoborbonici provano a fare cultura, e a distruggere un altro dei falsi miti risorgimentali che hanno contribuito alla colonizzazione del Sud, quello di Pisacane e dei “300 giovani e forti che sono morti”. Al baraccone italo-risorgimentale, dunque, non rimane altro che operare la consueta propaganda stra-finanziata coi soldi dei contribuenti.

E’ gustoso notare nell’articolo riportato di seguito, come il cap. Romano abbia dei “seguaci” mentre Silverio Lamonica, che guida la disinformazione di regime, sia circondato da “illustri studiosi”.
E poi, la leccornia: dapprima si sottolinea come i ponziani non abbiano opposto resistenza allo sbarco della goletta di Pisacane (sottintendendo subdolamente e falsamente che non aspettassero altro per essere salvati dal giogo del sovrano straniero), mentre laddove nel Cilento la popolazione respinse in massa gli ingenui sobillatori del Pisacane si insultano i cittadini “in gran parte contadini, convinti dai Borboni che si trattassero di ladri. Si aprirono dei vuoti nelle file dei ribelli: Pisacane, Falcone e altri sette dei venticinque imbarcatisi a Genova furono barbaramente trucidati…”

Ah, that pictoresque Italy!…

(da www.telefree.it del 4.4.07)
Ponza, neoborbonici contro Carlo Pisacane
di Paolo Iannuccelli

Ponza: Due manifestazioni a Ponza per ricordare lo sbarco di Carlo Pisacane, al quale sono dedicate la piazza principale ed il corso, un edificio scolastico. Sono passati 150 anni dal 27 giugno 1857. I neoborbonici, guidati da Alessandro Romano, metteranno in evidenza il carattere negativo della spedizione dell’esponente socialista partenopeo.

Il comitato di intellettuali ponzesi cercherà invece di mettere in risalto con una serie di eventi l’importanza del tentativo di Pisacane e la sua volontà di far crescere le popolazioni meridionali, allora dominate dai Borboni. Un eroe o un brigante? Fa sempre discutere Carlo Pisacane, anche a Ponza, posto divenuto celebre in seguito alla famosa poesia di Luigi Mercantini “eran trecento, erano giovani e forti e sono morti”. Verranno poste, probabilmente, due stele di diverso significato, con Alessandro Romano, sempre molto attivo, ed i suoi seguaci che cercheranno di mettere in evidenza l’operato dell’uomo politico sull’isola di Ponza come quello di un avventuriero, del “primo dirottatore della storia”. Sull’altro fronte, guidato da Silverio Lamonica, ex sindaco del Pci, è previsto un convegno di studi con la partecipazione di illustri studiosi, dello storico locale Ernesto Prudente, l’esibizione di una banda musicale di rango, una rievocazione programmata da mesi, dopo molte riunioni organizzative. Nel Regno delle Due Sicilie si costituisce nel 1853 un ristretto comitato repubblicano segreto che esordisce con l’insurrezione del barone Bentivegna e l’attentato a Re Ferdinando da parte di Agesilao Milano. L’ipotesi di una spedizione nel mezzogiorno era stata ventilata già anni prima, quando nel 1855 l’esule Antonio Panizzi aveva organizzato un blitz, poi fallito, all’isola di Santo Stefano per liberare i prigionieri politici. L’idea fu ripresa da Pisacane e da Mazzini, sebbene quest’ultimo sembrò metterla in discussione negli ultimi mesi. Pisacane, durante il soggiorno torinese del ’56, diede forma a quell’impresa che avrebbe dovuto rappresentare la prova concreta della sua teoria della via nazionale al Risorgimento. Pisacane prese contatto con i repubblicani napoletani, invitandoli ad affrettare i tempi. Dopo il tentativo fallito del 10 giugno (1857) il 25 dello stesso mese Pisacane e i suoi uomini s’imbarcarono sul piroscafo Cagliari, (compagnia Rubbattino) che collegava ogni 15 giorni Genova a Tunisi (via Cagliari). Il piano originale prevedeva che una piccola goletta con le armi a bordo, guidata da Rosolino Pilo, avrebbe intercettato il Cagliari in navigazione. Ma Pilo perse l’orientamento, causa maltempo, e mancò l’appuntamento col piroscafo. I venticinque patrioti, tra i quali Giovanni Nicotera, ufficiale calabrese di chiara fama rivoluzionaria e il giovane studente cosentino Giovan Battista Falcone furono costretti ad improvvisare, impossessandosi dei soli fucili rinvenuti sul brigantino. Il 27 pomeriggio, dirottata l’imbarcazione, si sbarcò sull’isola di Ponza, che cadde senza molte resistenze. Furono liberati 323 uomini, dei quali solo undici erano realmente prigionieri politici. Domenica 28, vi fu finalmente lo sbarco a Sapri sulla terraferma. Pisacane rimase subito sorpreso dall’assenza dei rivoluzionari napoletani, che avevano promesso il loro appoggio. L’eroe decise di proseguire verso l’interno, nella vana attesa che Napoli, Genova e Livorno si sollevassero come stabilito. L’1 luglio a Padula gli uomini di Pisacane si scontrarono con i soldati e le guardie urbane dei Borboni: vi furono 63 morti, dei quali 59 ribelli, una guardia urbana, un soldato e due civili. Pisacane, sopraffatto, si convinse a ripiegare verso il mare. Senza munizioni e privi di vettovaglie, il 2 luglio a Sanza furono attaccati da una cinquantina di persone, in gran parte contadini, convinti dai Borboni che si trattassero di ladri. Si aprirono dei vuoti nelle file dei ribelli: Pisacane, Falcone e altri sette dei venticinque imbarcatisi a Genova furono barbaramente trucidati. Ferito ad una mano, Nicotera si arrese con altri 29 compagni, mentre altri sette alla ricerca della fuga vennero orrendamente ammazzati da una folla di paesani, incalzati da un prete. Depredati dei loro averi, i cadaveri di Padula furono sepolti in una fossa comune nella chiesa della Santissima Annunziata, quelli di Sanza vennero invece cremati.

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