>Sergio Romano, il Corriere della Sera e le pesanti responsabilità civili dell’intellighenzia italiota

>“L’Italia moderna, di fatto, non è nemmeno la pallida imitazione dell’Italia che, seppure politicamente divisa, costituiva il faro di civiltà per le nazioni occidentali.”

Difficile contestare quest’amara affermazione, vero?

E allora, perché non cominciamo (meglio tardi che mai) ad analizzare seriamente le ragioni di questa nostra vergognosa involuzione, piuttosto che nasconderci ancora dietro una retorica tanto stantia quanto offensiva.

Che ne dice, dott. Romano?

(dal corriere.it)
Lettere al Corriere
Caro Romano, ho letto qualche giorno fa a Parigi un’intervista al nostro ministro degli Esteri che, a proposito dei militari italiani in Afghanistan, ha fatto riferimento all’ormai stucchevole luogo comune dell’esercito di Franceschiello. Credo che l’Italia sia uno dei pochi Paesi che voglia cancellare ogni memoria storica riferita al Risorgimento. Nella guerra non di liberazione ma di conquista del Sud da parte del Regno di Sardegna, l’esercito di Franceschiello ha combattuto e resistito a oltranza soprattutto nei suoi quadri più bassi visto che gli alti ufficiali o erano incompetenti o, erano stati già comprati con la chimera dei tempi nuovi. Se la situazione di oggi è quella che è non credo che tutta la colpa sia di Franceschiello. Spero che queste «frasi fatte» escano una volta per tutte dal linguaggio comune.
Nino Alimenti , gaetano.alimenti@tiscali.it
(Movimento Neoborbonico Delegazione Romana)

Risposta
Sono pronto a darle ragione sull’uso della frase, divenuta ormai in effetti un luogo comune. Ma sono assai meno disposto a considerare il Risorgimento, al Sud, una «guerra di conquista». Non lo pensavano né gli esuli napoletani, né la migliore borghesia del Sud, né, soprattutto, Benedetto Croce. E credo che non pensi così neppure Giuseppe Galasso, oggi uno dei maggiori storici del Mezzogiorno.

Ah, se invece il mediocre Corrierone nazionale pubblicasse questa lunga lettera del prof. Falco…

(dalle lettere ai Neoborbonici: www.neoborbonici.it)
Cari Borbone,

se agli occhi dei contemporanei ci sono degli individui che meritano senz’altro l’appellativo poco lusinghiero di “cattivi”, quelli siete voi. Sì, proprio voi, intorno a cui, ancora al tempo che vedeva la vostra dinastia “folgorante in solio”, un illustre politico inglese, Lord Gladstone, ebbe a pronunciare un giudizio che tuttora vi schiaccia come un macigno. Beh, a dire il vero il “buon” Lord tale giudizio l’aveva formulato sul sistema carcerario vigente nel Regno delle Due Sicilie, definito come “la negazione di Dio eretta a sistema”. Tuttavia è fin troppo evidente che con esso si intendesse stigmatizzare e condannare senza appello la vostra condotta, il vostro MODUS IMPERANDI, se così posso dire.
Ma, per restare al vostro tanto vituperato e riprovevole sistema carcerario, a costo di fare torto a un così probo uomo come Lord Gladstone, debbo far notare (seppur sommessamente) che esso, invece, risultava essere, per quei tempi, tra i meno terribili e disumani del continente europeo. E non basta: da recenti studi è emerso perfino che i Borboni “progettarono, prima d’ogni altro stato europeo, una riforma in tal campo che tenesse conto delle esigenze elementari dei carcerati e della necessità di educarli, al fine di permettere loro di iniziare una nuova vita, una volta espiata la pena”[1].
Probabilmente il buon Lord – che Dio l’abbia in gloria! -, aveva presente più il sistema carcerario austriaco, di cui Silvio Pellico ha lasciato un ben noto resoconto, che il vostro. Il quale pure, naturalmente, aveva le sue pecche. Ma tra un bagno penale come quello, ad esempio, della pur famigerata e temuta piazzaforte di Pescara ne un lager ANTE LITTERAM come quello dello Spielberg ce ne correva, di differenza! Non parliamo, poi, dei bagni penali che la Francia aveva oltre oceano. Quello denominato Bagne de Cayenne, per esempio, non costituiva certamente un modello da seguire. Ma sembra che in un certo momento storico tutto ciò che riconduceva ai Borboni fosse esecrabile.
Chissà se al Gladstone, mentre formulava il suo non proprio del tutto disinteressato giudizio sul vostro modo di governare, sarà mai venuto da pensare al volto assunto dal colonialismo inglese nei domini asiatici, americani ed europei (leggasi “Irlanda”) dell’Union Jack. Chissà se l’encomiabile gentiluomo ha mai scavato nel glorioso passato del suo Paese e sia stato portato a riflettere, per un solo momento, che nemmeno la dinastia dei Tudor, a essere obiettivi, aveva dato prova, nel corso della sua storia, di umanità e tolleranza. Che dire, infatti, tanto per soffermarci su due tra i personaggi più eminenti di tale Casata, del comportamento di Enrico VIII e di sua figlia Elisabetta I? (Sua Maestà “Maria la Sanguinaria” mi perdonerà se non faccio menzione né di lei né delle “imprese” che le valsero cotanto appellativo, ma i suoi cinque anni di regno – durante i quali fece “giustiziare” appena trecento dissidenti religiosi – sono poca cosa, di fronte a quelli più lunghi e incisivi dell’augusto genitore e dell’altrettanto augusta sorella).
Il sovrano, in polemica con il Papa, che indugiava a concedergli la dispensa che gli aveva chiesto per separarsi da Caterina d’Aragona, sua prima moglie (che comunque provvide a mandare via), non si fece scrupolo di fondare una Chiesa a sua immagine e somiglianza. Né ebbe problemi nel ripudiare Anna di Cleves, quarta moglie; e addirittura nel far decapitare Anna Bolena e Caterina Howard, rispettivamente la seconda e la quinta delle sei mogli che complessivamente ebbe. E senza che alla base di tali comportamenti vi fosse una sia pur labile “ragion di stato”, la quale poté costituire una giustificazione solo nel caso del ripudio della prima moglie.
La regina Elisabetta I, dal canto suo, ebbe cuore (o non ne ebbe?… Dipende dai punti di vista) di far imprigionare e “giustiziare” per alto tradimento sua cugina Maria Stuart, regina di Scozia; la quale, in seguito a una sollevazione che l’aveva costretta ad abdicare, fuggì in Inghilterra (sul cui trono, disgraziatamente per lei, vantava diritti dinastici), sperando di trovarvi rifugio e protezione.
Ma tornando alla vostra “cattiveria”, esecrabili Borboni, vi fu un altro illustre uomo, il narratore siciliano Giovanni Verga, che fu più brutale di Lord Gladstone nel giudicarvi. Egli, infatti, nella prefazione del suo romanzo storico I carbonari della montagna, un’opera giovanile pubblicata tra il 1861 e il 1862, in cui si stenta non poco a riconoscere il futuro maestro del Verismo, scrisse: “Quando vedete un Borbone che giura, piantategli un coltello nel cuore!”. Evidente, in questa durissima frase, il riferimento alla condotta di Ferdinando I delle Due Sicilie, il quale nel 1820 prima aveva giurato di rispettare la Costituzione concessa ai liberali insorti e di lì a poco, rientrando a Napoli sotto la protezione delle armi austriache, si era affrettato a rimangiarsi tutto. E a quella, altrettanto odiosa, di Ferdinando II; quella “buona lana” che nel 1848 prima concesse la Costituzione e poi la revocò, dando perfino luogo a una feroce e cruenta repressione nel corso della quale si guadagnò il soprannome di “Re Bomba”, perché ordinò il bombardamento dell’inerme città di Messina.
Non meno pesante, infine, risulta essere l’epiteto “borbonico” usato ancora oggi dalla maggioranza degli italiani, quando si intende far riferimento a una condizione o a una situazione negativa. Così, per esempio, si sente parlare spesso il “politico”, l'”intellettuale” o il semplice “uomo della strada” di un sistema istituzionale, di un apparato statale, di un funzionamento del Paese “di tipo borbonico”. Tutto ciò che da noi non va bene, è squinternato o è arretrato, insomma, viene bollato con l’aggettivo, infamante: “borbonico”.
Come se l’inefficienza amministrativa, lo sfascio istituzionale, il degrado politico-sociale, l’incapacità o la disonestà della nostra mai lodata abbastanza Intelligencjia fossero determinati da una perenne e perniciosa emanazione ectoplasmatica riconducibile a dei “cattivi” soggetti quali siete stati e apparite tuttora voi, piuttosto che da chi, ai giorni nostri, si è accollato (con generosità e altruismo encomiabili) l’onere de “lo comune incarco”. Come se a voi, pessimi soggetti, non fossero succedute, nel tempo, un’altra dinastia reale e una forma istituzionale di tipo repubblicano. La quale ultima, a dire il vero, avrebbe più motivo di gettare discredito sulla Casa regnante a cui è stata “preferita” (in seguito a un “trasparentissimo” e “ineccepibile” REFERENDUM) che su di voi.
Ma i pregiudizi, soprattutto nell’italica TERRA FELIX, sono difficili da rimuovere. E così succede che mentre fior di delinquenti del presente, o di un passato prossimo, non vengono minimamente additati alla cosiddetta “opinione pubblica”, eventi e personaggi di un passato remoto, morto e sepolto, continuino a suscitare l’attenzione e lo sdegno dei nostrani “opinionisti”, “tribuni” e “censori”, che scrivono e parlano di tutto e di più; a proposito e a sproposito. E riguardo a voi, cari Borboni, mi sembra che i più parlino a sproposito. Ma – che volete? – ogni epoca ha la classe “intellettuale” che si merita! Perciò oggi, nella nostra “civile” e “colta” Italia, accade di sentir parlare in termini lusinghieri di qualche farabutto al cui soldo stanno masnade di legulei, Azzeccagarbugli, mezzibusti e pennivendoli che gli consentono di farsi beffe della Legge “uguale per tutti”, e di udire parlare in modo a dir poco discutibile dei Borboni. I quali, per loro sfortuna, non esistendo più come incarnazione del potere, non hanno la possibilità di prezzolare le persone che contano, tra i plasmatori dell'”opinione pubblica”.
A difendere quelli come voi, tutt’al più, può provare qualche “non allineato” alla “cultura” imperante; qualche poveraccio intellettualmente poco dotato; qualche trascurabile elemento ancora capace di indignarsi di fronte al sistematico procedere secondo due pesi e due misure; qualche professore di provincia, che come tale non può avere una visione allargata e aperta, all’interno del nostro vastissimo panorama culturale; qualche retrogrado, insomma, che nessuno esiterebbe a definire, come minimo, nostalgico e, peggio ancora, anacronistico prodotto di una subcultura grazie al cielo praticamente estinta.
A levare un grido (peraltro flebile) di dissenso, nell’immenso mare del conformismo dilagante, può provare soltanto un disgraziato anonimo tra gli anonimi che, in quanto tale, non avrà alcuna speranza di far udire la propria voce nel chiassoso e rissoso mondo del cosiddetto “villaggio globale”; nel quale ha più modo di farsi sentire e notare “ogne villan che parteggiando viene” che una persona fondamentalmente schietta (a cui, però, difettano parentele o amicizie che contano, nonché bècera supponenza).
Quindi, cari Borboni, dovete rassegnarvi a rimanere collocati tra i “cattivi”. Mi dispiace per voi, ma in tale maniera va questo mondo che, a distanza di tanti anni, continua a vedere in voi il male per antonomàsia.

Ma è veramente così? Davvero il nome “Borboni” può essere inteso come l’equivalente della malvagità, della negatività, dell’inaffidabilità? Davvero un’intera dinastia non ha prodotto nulla di meritevole e di positivo?
Davvero tra di voi non c’è stato un solo (uno solo, chiedo!) monarca capace, umano, giusto? E davvero in altre dinastie o in altri sistemi istituzionali non sono presenti figure storicamente e umanamente discutibili? Ecco, cari “cattivi” di turno: partiamo da tali domande e proviamo a ripercorrere, per quanto possibile, i momenti più significativi e della vostra affermazione come Casa regnante e dell’affermazione di altri soggetti politici, nel complesso panorama politico che ha caratterizzato l’odierna Italia da quasi trecento anni in qua. Così, forse, avremo modo di vedere fino a che grado arrivasse la vostra “cattiveria” e fino a che punto la “bontà” degli altri.

Cominciamo dal giorno in cui, quindici giorni prima della battaglia di Bitonto (25 Maggio 1734), che lo vide trionfare sugli austriaci e conquistare anche la Sicilia, Don Carlos di Borbone entrò in Napoli (egli venne riconosciuto come Re di Napoli e Sicilia dai Trattati di Vienna del 1735). Era il 10 Maggio del 1734 e, a quel che tramandano le cronache, fu accolto da una folla festante e inneggiante, poiché dopo più di duecento anni di asservimento a Stati stranieri (alla Spagna e, dal 1707, all’Austria), nasceva un nuovo Regno indipendente e tutto italiano. Il Re, che assunse il nome di Carlo III, non perse tempo nel riorganizzare su basi moderne il nuovo Stato a cui aveva dato vita. E per far ciò si circondò dei più valenti e rinomati esperti e intellettuali dell’epoca.
Venne così avviata una politica di riforme che avrebbero dovuto portare il Regno napoletano al livello delle maggiori potenze europpee di allora.
Nel 1741 stipulò con la Santa Sede romana un concordato in seguito al quale sottopose a tassazione alcune proprietà del clero. Subito dopo mise mano al sistema fiscale, con l’intento di modernizzarlo e renderlo più rigoroso e allo stesso tempo equo. Dette così vita al cosiddetto Catasto Onciario o “Carolino”, che per quei tempi costituì una rivoluzione. Infatti il calcolo dell’imponibile, che fino ad allora era stato effettuato tenendo presente il valore delle proprietà, veniva ora effettuato sulla rendita delle proprietà e sul reddito derivante dalle varie attività lavorative. Con questo nuovo strumento di esazione il Re intendeva perseguire un duplice obiettivo: dotare il Regno di un sistema fiscale non contestabile e promuovere una politica antifeudale e giurisdizionalista[2] grazie alla quale, oltre a eliminare (o per lo meno ridurre) i privilegi della nobiltà e del clero, che ancora in quel momento godevano dell’esenzione dalle imposte e di altri svariati diritti, si tendeva a rafforzare il potere centrale.
Purtroppo né i feudatari né la Chiesa, i quali avevano ancora un enorme potere, si mostrarono molto propensi a rinunciare ai loro secolari privilegi e quindi a seguire il monarca nella sua opera riformatrice.
Re Carlo, inoltre, nel 1752 varò un nuovo codice che avrebbe dovuto mettere ordine nel caotico sistema legislativo fino allora vigente, e mostrò attenzione anche nei confronti del sistema giudiziario, preoccupandosi nel contempo di non rivoluzionare l’antico assetto sociale del Regno. Egli vi stava comunque promuovendo riforme, progresso, crescita civile e culturale.
Ma proprio nel bel mezzo di tanto fervore riformistico intervenne un fatto destinato a pesare terribilmente sul futuro del Regno. Il 10 agosto del 1759, infatti, Ferdinando VI di Spagna morì senza lasciare un erede. A succedergli sul trono di Madrid fu chiamato Carlo, che lasciò lo scettro di Napoli nelle mani del figlio terzogenito Ferdinando (1759-1825). Il quale, non avendo allora più di otto anni, venne affidato a un Consiglio di Reggenza tra i cui membri spiccava l’abile Primo Ministro Bernardo Tanucci. Questi si incaricò di proseguire nella strada intrapresa da Carlo III e il Regno conobbe il giustamente famoso periodo del “riformismo borbonico”. Che fino agli eventi rivoluzionari del 1799 continuò a essere favorito anche da Ferdinando (noto come Ferdinando IV prima e come Ferdinando I delle Due Sicilie dal 1814 in poi); un sovrano passato alla storia con il nomignolo di “Re lazzarone”, per via della sua scarsa cultura e dei suoi costumi popolani, che lo portavano a prediligere l’uso del dialetto napoletano e ad avere un contegno affatto privo di etichetta.
Questo Re, tradizionalmente dipinto come “volgare, ignorante, fanatico e reazionario”[3], tra le altre iniziative intraprese fondò la Borsa di Cambio, promosse il commercio, diminuì consistentemente le tasse dirette e indirette, obbligò la Magistratura a motivare le proprie sentenze (il che, data l’epoca, non è poco!).
Ma questo Re, purtroppo, è anche colui che, grazie alla sua debolezza, rese possibile l’infame e orrendo eccidio dei Martiri della Repubblica Partenopea del ’99. Un eccidio che peserà in perpetuo su di lui, offuscando quel po’ di buono che ha fatto; sebbene i veri responsabili di quella nefanda pagina della storia dell’Italia preunitaria siano fondamentalmente da individuare nella sua perfida moglie austriaca e nel governo inglese, interessato più che mai, allora, a perseguire una politica antifrancese e a esercitare la sua nefasta influenza sulla Sicilia, considerata una piazzaforte strategicamente decisiva per il dominio del Mediterraneo. Fu per questo che il “grande” ammiraglio Horatio Nelson, venendo meno a ogni sentimento di umanità e misericordia e al codice d’onore fece impiccare come un volgare bandito (arrivando perfino a ordinare di gettarne il cadavere in mare, come estremo segno di disprezzo) l’Ammiraglio Francesco Caracciolo che, confidando nel senso dell’onore del suo non altrettanto nobile e onorevole “collega”, si era spontaneamente consegnato a lui, piuttosto che accettare la via di fuga generosamente offertagli dal Cardinale Ruffo. Fu per questo, e per la crudele caparbietà della regina Carolina (la quale perseguiva una politica filoaustriaca e filoinglese, secondo quanto le veniva pressantemente sollecitato da Vienna; e la quale, soprattutto, era la sorella di Maria Antonietta, la regina decapitata dagli odiatissimi repubblicani francesi); fu per questo che 118 tra le persone più rappresentative del panorama politico, civile e culturale del Regno, vennero condotte al macello.
Ma alla fine la colpa di questa vile condotta e il sangue grondante dai corpi di quelle vittime ricaddero su Ferdinando (che pure – intendiamoci- aveva recitato la sua parte, sebbene più da gregario), e non su chi aveva abilmente manovrato affinché si compisse il massacro. E di conseguenza, a essere contrassegnata dal marchio dell’ignominia restò la Real Casa di Borbone; che comunque (e questo è necessario rimarcarlo) rappresentava pur sempre lo Stato contro il quale avevano cospirato e fatto la guerra, alleandosi con una potenza straniera, i fautori della repubblica giacobina partenopea. E, se mai ce ne fosse bisogno, vale la pena di far presente che, dal punto di vista del legittimo governo, essi si erano macchiati del reato di alto tradimento. Reato per il quale tanti altri Stati reputati più “liberali” e “civili” di quello borbonico, non hanno esitato, nel corso della penosa e contraddittoria storia umana, a mandare al patibolo tanta gente. Vale, infine, anche la pena di sottolineare, come non mancò di fare già allora in un suo lucidissimo saggio l’intellettuale napoletano Vincenzo Cuoco, che la “rivoluzione del ’99” fu promossa da una ristretta cerchia di borghesi, se così vogliamo definirli, i quali non seppero né poterono farsi intendere dal popolo, quanto mai alieno dal compiere azioni “sovversive” dell’ordine costituito; e soprattutto ostile, ostilissimo, nei confronti dello straniero invasore che minacciava la sua Patria, la sua Religione, il suo Re. E ciò è tanto vero che l’esercito francese non solo incontrò una fiera e fortissima resistenza da parte dell’intera popolazione del Regno, ma anche da parte dei cosiddetti “lazzari” napoletani, che lasciarono sul campo ben diecimila di loro, prima di capitolare e quindi di consentire l’entrata in città dell’odiato aggressore.
A ciò si aggiunga che furono proprio i popolani napoletani a invocare a gran voce la pena di morte per i giacobini “traditori”, una volta che la Corte, tornata da Palermo, si insediò nuovamente nella capitale. Dunque dov’era il cosiddetto malcontento dei sudditi di Sua Maestà il “Re lazzarone”?
La verità, mi sembra, è che il popolo, nella sua quasi totalità, stava con la Corona. Eccome se ci stava! Che poi, come già detto sopra, Re Ferdinando IV contasse meno del due di coppe, di fronte alla moglie austriaca e agli Inglesi; e che si sarebbe potuta usare più clemenza nei confronti degli insorti; beh, questo è un altro discorso. Ma tale considerazione si potrebbe fare a proposito di tantissimi governi di ogni epoca. E in maniera particolare intorno a quello che nel 1860, raccogliendo il “grido di dolore” delle genti meridionali e accorrendo “generosamente” a “liberarle”, si sostituì ai Borboni “oppressori”. Esso si rese protagonista di tante e tali azioni improntate a liberalità, umanità e clemenza, nei confronti di chi gli opponeva resistenza, che in seguito si adoperò a far sì, e con la massima cura, che i libri di storia patria non ne facessero menzione alcuna. Ciò, naturalmente, per eccessiva modestia; perché gli atti di generosità e carità verso il prossimo vanno compiuti senza menarne vanto. Un esempio per tutti è costituito da quanto avvenne nell’estate del 1861 in Basilicata, Puglia e Campania, regioni in cui tantissimi centri abitati avevano apertamente espresso la loro ostilità nei confronti dei conquistatori subalpini che imponevano tasse, balzelli e coscrizione obbligatoria a tutto spiano. Le milizie del “re galantuomo”, che intanto aveva provveduto a dichiarare lo stato d’assedio da quelle parti, dettero vita a una delle più violente, orrende e sanguinose repressioni che l’Italia ricordi. Repressioni di fronte alle quali le vigliaccate rimproverate a voialtri “cattivi” di Borboni erano robetta da dilettanti del terrore. In un paese della provincia di Potenza, Ruvo del Monte, i bersaglieri savoiardi, non trovando traccia dei “briganti” che avrebbero dovuto annidàrvisi, per rappresaglia trucidarono l’inerme popolazione e, non contenti, diedero fuoco ad abitazioni e campi. E meno male che gli ex “oppressi” delle province meridionali erano diventati a tutti gli effetti “Fratelli d’Italia”!, altrimenti chissà cosa sarebbe seguito ancora.
Le truppe dei subalpini riversarono la propria insensata ferocia anche sulle pacifiche e inermi popolazioni di Puglia e Campania (in particolare nel Beneventano e in Irpinia), senza mostrare pietà nemmeno per donne, vecchi e bambini.
I paesi di Pontelandolfo (BN) e Casalduni (BN), nell’Agosto di quell’anno furono rasi al suolo e gran parte della loro popolazione venne passata per le armi per ordine dell'”eroico” generale Cialdini; quello stesso grande stratega che dimostrò tutto il suo valore e la propria capacità nel corso della cosiddetta terza guerra d’indipendenza.
Un altro esempio, stavolta inerente al civilissimo e progredito XX secolo, e più precisamente agli odierni maestri di “democrazia”, che vanno sotto il nome di statunitensi, è costituito dalla pena di morte inflitta a due sfortunati coniugi[4] di quelle amene contrade negli anni ’50, in pieno clima di caccia alle streghe, o maccartismo che dir si voglia.
Costoro, accusati di spionaggio a favore dei comunisti dell’allora Unione Sovietica, dopo un discutibile e sommario processo, che suscita forti dubbi ancora oggi, vennero condannati per alto tradimento e “giustiziati” senza tanti complimenti.
Nessuno, che io sappia, ha mai apertamente definito “criminale” un apparato statale come quello che rese possibile una tale esecuzione (anche se l’anno in cui i due coniugi furono giustiziati il pittore italiano Renato Guttuso ne fece un ritratto a matita che intitolò Julius ed Ethel Rosenberg, mentre il cantautore americano Bob Dylan per loro compose la canzone dal titolo: Julius and Ethel).
Ma per voialtri Borboni non c’è giustificazione che tenga. Anche se le responsabilità di certe tragedie (che in ogni caso non dovrebbero mai accadere) sono state di singoli esponenti della Casata non importa: morte e ignominia ai Borboni e gloria imperitura a quei governi che hanno salvaguardato la sicurezza nazionale “giustiziando” “briganti” e “spie”.
Secondo i più, Francesco I (1825-1830), succeduto a Ferdinando, sarebbe il peggiore dei Borboni, quello che ha lasciato il più cattivo dei ricordi. Durante i suoi cinque anni di “tirannia”, infatti, pare che corruzione, scandali, aggiustamenti di sentenze e vendita di impieghi pubblici fossero all’ordine del giorno. Per non parlare della severa censura imposta agli scritti dei maggiori pensatori dell’epoca; molte opere dei quali, addirittura, vennero dichiarate fuori legge. E sì che al tempo in cui era stato luogotenente in Sicilia aveva concesso all’isola, nel 1812, una Costituzione nei confronti della quale la tanto decantata Costituzione Albertina dei Savoia, promulgata trentasei anni più tardi, non era poi granché. Con essa veniva applicato il principio della divisione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario; il Parlamento acquisiva un ruolo di primo piano. Erano inoltre riconosciuti i diritti dell’uomo e la libertà di stampa; e si abolivano il sistema feudale e la tortura. Vabbè che egli fu indotto a tale passo dagli Inglesi, la cui influenza a Corte (attraverso l’operato di Lord Bentinck) non era trascurabile; tuttavia resta il fatto che la concesse, passando per un simpatizzante dei cosiddetti liberali. Anzi, fino al 1825, anno della sua incoronazione a Re delle Due Sicilie, non sembrò essere ostile a una possibile monarchia di tipo costituzionale. Le cose cominciarono a cambiare dopo la sua ascesa al trono, poiché l’Austria, avendo occupato lo Stato militarmente dal 1820 (in seguito ai moti carbonari di quell’anno), lo costrinse a perseguire una politica tutt’altro che liberale. Tale linea, tuttavia, servì per ottenere, nel 1827, il più volte richiesto allontanamento dell’esercito austriaco, la cui presenza si era rivelata perniciosa per l’economia del Regno. Nonostante ciò, egli nell’insediarsi volle dar prova di generosità, concedendo l’amnistia ai soldati condannati per diserzione e riducendo la maggior parte delle condanne al carcere. Nel 1827, in occasione della nascita del figlio, Re Francesco I provvide ad amnistiare anche coloro i quali erano stati condannati per reati politici.
Sotto di lui la flotta, che era una delle migliori nell’Europa del tempo, venne accresciuta e potenziata e l’industria manifatturiera si arricchì con la nascita di una fabbrica di panni in cui ebbe modo di lavorare tantissima gente (e tra questa anche i carcerati, che avevano così modo di riscattarsi ed emendarsi attraverso un’occupazione onesta).
Probabilmente sia i motivi sopra ricordati, sia alcuni moti insurrezionali, peraltro immediatamente repressi perché non avevano avuto la necessaria adesione popolare, determinarono in lui quel cambiamento che, alienandolo sempre più dalla politica attiva (la quale potrà anche essere stata gestita da alcuni elementi corrotti, incapaci e immorali – ma quale tipo di governo non annovera individui di tal fatta? -), diede luogo al periodo forse più controverso (ma non certo completamente negativo) della dominazione borbonica.
Quando nel 1830 gli successe il giovane figlio Ferdinando II (1830-1859), all’orizzonte si stava addensando un’altra tempesta rivoluzionaria; che però il nuovo monarca dimostrò di saper affrontare e controllare.
Egli dette prova di saggezza e lungimiranza, avviando un vasto programma di riforme, dando impulso a tante opere pubbliche, rimettendo ordine nell’amministrazione statale, abolendo delle tasse impopolari e, non ultimo, usando clemenza nei confronti dei cosiddetti liberali. Non si può negare che, in tale periodo, il Regno non risentisse positivamente di tale indirizzo politico.
Il progresso a Napoli si manifestò attraverso l’illuminazione a gas delle sue vie e con l’inaugurazione, nel 1839, del primo tratto ferroviario italiano, che collegava Napoli a Portici. Nel 1856, nel corso della conferenza di Parigi, il Regno delle Due Sicilie fu premiato per essere uno dei Paesi più industrializzati dell’epoca, preceduto solo da
Inghilterra e Francia.
Cominciò progressivamente a diffondersi la speranza che questo Re volesse trasformare la monarchia da assoluta in costituzionale. E questo soprattutto quando, nel 1848, concesse la Costituzione. Ma disgraziatamente fu proprio in tale anno che il sovrano si mutò da progressista e riformista quale era stato fino allora in reazionario e tirannico.
Nel gennaio del 1848, infatti, in Sicilia scoppiò una rivolta autonomista. “Ferdinando […] volle fare un atto di coraggio e di sfida: lui che fino a quel momento era rimasto estraneo al generale movimento riformista inaugurato da Pio IX, scavalcò tutti gli altri sovrani italiani e concesse la costituzione d’un colpo solo, mettendo fra l’altro in imbarazzo il Papa, il Granduca di Toscana, i Duchi di Parma e Modena e Carlo Alberto a Torino, i quali, dopo questa mossa, furono costretti, uno dopo l’altro, a concedere anch’essi la costituzione. A questo punto era chiaro che l’equilibrio e l’ordine stabiliti a Vienna nel 1815 erano venuti meno; inoltre una rivoluzione era scoppiata anche a Vienna, e Metternich era uscito di scena; approfittando di ciò, i milanesi il 18 marzo erano insorti cacciando gli austriaci e chiedendo a tutti i sovrani italiani di combattere insieme contro gli Asburgo per l’indipendenza italiana. Per altro, dopo varie esitazioni, Carlo Alberto era effettivamente entrato con il suo esercito in Lombardia e marciava contro il “Quadrilatero” austriaco. Insomma, era giunto il momento di mettere in pratica ” [5] il programma neoguelfista propugnato da Vincenzo Gioberti nel suo libro: Del primato morale, civile e politico dell’Italia, che tanto era piaciuto a Ferdinando II.
“Pio IX era pronto, ed inviò delle truppe non per attaccare ma a difesa dello Stato Pontificio, ed anche il Granduca di Toscana inviò i suoi uomini. Ferdinando, dinanzi ad una vera ed effettiva unità degli italiani per l’indipendenza non si tirò indietro, ed inviò l’esercito a combattere. È il momento magico della storia d’Italia! Tutti uniti per l’indipendenza, secondo però gli obiettivi del neoguelfismo, vale a dire un’Italia confederale e cattolica, e pertanto monarchica e legittimista. Il problema però è che non tutti la pensavano in tal maniera… Anzitutto i democratici, che ovunque, e specie a Firenze, Roma e Napoli miravano al progetto mazziniano di sovversione repubblicana dell’ordine tradizionale; e poi Carlo Alberto, che in maniera ogni giorno più evidente conduceva la guerra isolatamente ed evidenziando le sue reali intenzioni, che non erano certo quelle neoguelfe, bensì più semplicemente quelle di realizzare l’antico sogno di Casa Savoia, l’annessione della Lombardia e se possibile del Veneto. A questo punto Ferdinando, fiutato il vento, cambiò nettamente atteggiamento (nel frattempo, anche Pio IX ritirava le sue truppe, sia perché oramai era evidente che a Roma si preparava il colpo di stato mazziniano, sia perché da Vienna giungevano minacce di scisma qualora il Papa non avesse smesso di fare guerra all’Impero cattolico, e Pio IX, per quanto amasse l’Italia, era anzitutto il Pontefice di tutti i cattolici del mondo prima che il sovrano di uno Stato italico): mediante un colpo di forza, prima ritirò la costituzione, onde evitare che il governo gli sfuggisse definitivamente di mano e finisse in quelle mazziniane (come stava accadendo a Roma e Firenze), pericolo effettivo che varie rivoluzioni locali nelle provincie meridionali del Regno stavano chiaramente evidenziando; poi ritirò i suoi soldati dal fronte, visto che farli morire per dare la Lombardia a Carlo Alberto (e non per fare la Confederazione Italiana) non aveva alcun senso; infine riconquistò manu militari la Sicilia, ponendo fine ad ogni disordine e velleità rivoluzionaria e sovversiva, e dimostrandosi uomo di carattere come pochi l’Italia aveva conosciuto”.[6] E nel riconquistare MANU MILITARI la Sicilia non si fece scrupolo di ordinare alla sua flotta il bombardamento di Messina, il quale gli valse il nomignolo poco onorevole di “Re Bomba”. Non si ritenne, invece, di affibbiare lo stesso soprannome (chissà perché?) al “re galantuomo” dopo che la regia flotta “italiana”, per domare una rivolta scoppiata a Palermo nel 1866 (a causa di una drammatica situazione economica che aveva prodotto circa quindicimila disoccupati) bombardò altrettanto ferocemente la città; nella quale, tra l’altro, dilagarono quattromila soldati, con il compito di porre fine alla “ribellione”. Ma che volete: i criminali sono sempre quelli che perdono le guerre, mica chi le vince!?…
È per questo che, all’indomani del secondo conflitto mondiale ci fu (e giustamente!) un “processo di Norimberga” contro i criminali di guerra; mentre nessuno si è mai sognato neanche per scherzo di proporre la celebrazione di un eventuale “processo di Hiroshima e Nagasaki”.
Comunque sia, cari Borboni, voi eravate e restate dei “cattivi”; e tutto il resto non conta. Come non conta il fatto, secondo quanto ha avuto modo di rilevare lo storico Luigi Blanch, che a Ferdinando II i suoi sudditi (ai quali egli si preoccupò sempre di alleviare sofferenze e disagi) fossero molto attacati. E come non conta il giudizio di Niccolò Tommaseo, il quale ebbe a descrivere Ferdinando II come il migliore dei Principi italiani.
Sì, tali giudizi (e il fatto che egli facesse costruire strade, ponti, porti, ospizi; o che favorisse opere di bonifica e nascita di istituti bancari) non contano granché, di fronte al fatto che questo “cattivo soggetto” si riprendesse il potere assoluto facendo reprimere i moti siciliani, bombardare Messina, affollare le carceri di “patrioti” e accrescere il numero dei profughi.
Se poi tra gli incarcerati andiamo a considerare alcuni tra i più illustri intellettuali napoletani come Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Carlo Poerio, le cui vicende umane e personali suscitarono lo sdegno generale dell’opinione pubblica italiana ed europea, si potrà ben vedere quanto sia difficile togliere dal groppone del sovrano borbonico il pesante fardello dell’ignominia di cui è stato gravato insieme alla sua dinastia. Cosa che invece non è avvenuta per i sovrani savoiardi, perché essi si sono guardati bene dall’imprigionare, “giustiziare” e perseguitare i nemici del loro Stato. Fortunatamente per loro un Santorre di Santarossa, un Giuseppe Mazzini, un Giuseppe Garibaldi, tanto per citare qualche nome, non ebbero mai a patire persecuzioni da parte dei “liberali” sovrani subalpini.
Garibaldi, per esempio, non fu mai costretto a riparare in esilio, per evitare la condanna a morte che pendeva sul suo capo. E Mazzini e i suoi amici potevano liberamente circolare nel Regno di Sardegna, per esporre tranquillamente il proprio pensiero!
Ma queste sono considerazioni oziose e di poco conto, di cui non merita nemmeno fare il benché minimo cenno.
Come non merita ricordare che il “cattivo” e “retrogrado” Ferdinando II, nel 1838, aderì agli accordi franco-britannici contro la tratta degli schiavi.
Esattamente un secolo dopo, invece, un altro re (grazie a Dio non più dell’esecranda dinastia borbonica) aderì, firmandole, alle ignobili leggi razziali con le quali l’Italia scrisse una delle pagine più sòrdide e vergognose della sua storia.
E l’Italia repubblicana, dal canto suo, non fu da meno, visto che non si fece scrupolo di vendere (e sottolineo vendere!) tanti tra i suoi “cittadini” (tutti facenti parte del cosiddetto “ceto meno abbiente”, naturalmente, poiché è più facilmente riducibile in schiavitù); non si fece scrupolo di vendere, dicevo, “carne proletaria” al governo belga per una manciata di carbone! In pratica, con la scusa della “ricostruzione” del Paese, il neonato e illuminato governo repubblicano nel 1946 stipulò con il Belgio un accordo in base al quale, per ogni poveraccio che inviava a rischiare la pelle nelle miniere valloni e fiamminghe, l’Italia riceveva una certa quantità di carbone a basso costo. Nei manifesti che i governi amici del popolo facevano attaccare sui muri dei tanti miseri centri abitati, per allettare quei cittadini di nome, ma schiavi di fatto, era scritto che in Belgio li aspettavano un lavoro sicuro, un buon trattamento economico, un futuro roseo. Venivano, invece, scrupolosamente taciuti i pericoli, le malattie respiratorie, i terribili disagi che il lavoro nelle miniere comportava. Tragedie come quella di Marcinelle, nelle cui miniere l’8 Agosto del 1956 perirono 262 lavoratori, tra i quali 136 italiani, mostrarono in tutta la loro cruda evidenza cosa realmente si celasse dietro il dolce e ammaliante canto delle sirene governative.

Ma lasciamo stare le miserie del periodo repubblicano, delle quali non riesco a far menzione a causa di un violento senso di nausea che mi aggredisce brutalmente ogni volta che me ne balena in mente qualcuna, e torniamo a occuparci di quel re “soldato” che, tra le altre belle iniziative del suo regno, può vantare due assurde, anacronistiche e crudeli campagne coloniali (come quelle che già aveva tentato di fare, coprendosi di “onore”, anche il padre; quello che premiò con la medaglia d’oro l’umano ed eroico generale distintosi nel 1898 per aver fatto cannoneggiare la povera e inerme gente scesa in piazza pacificamente per chiedere pane!). Torniamo a parlare, dicevo, di quel monarca che può gloriarsi di aver dato luogo all’aggressione e all’occupazione di altre Nazioni sovrane (atto, questo, di cui quei “cattivi” dei Borboni non si sono mai resi protagonisti durante la loro “tirannia”), nelle quali si ebbero feroci e spietate repressioni dei locali movimenti di Resistenza.
E i meriti di costui non si arrestano certo con tali imprese, giacché con il proprio comportamento rese possibile l’ascesa al potere di un partito antidemocratico e liberticida e, cosa ancora più degna di lode, il suo consolidamento nella scena politica italiana. Consolidamento grazie al quale il Paese conobbe prima il totalitarismo e poi la follia della guerra. È rimasta famosa la frase con cui il savoiardo liquidò i delegati dei partiti democratici che, all’indomani dell’inaudita aggressione (in pieno giorno) e uccisione di uno degli esponenti più in vista tra i difensori della democrazia, erano andati a trovarlo nella sua tenuta di caccia di San Rossore, per chiedergli ufficialmente di revocare l’incarico di Primo Ministro al responsabile di un’ondata di illegalità e intimidazione mai conosciute prima di allora, nella millenaria e civilissima storia della nostra penisola.
Questo grande sovrano, di fronte a tale richiesta, il cui accoglimento tanti lutti e rovine avrebbe potuto risparmiare al suo popolo, ebbe cuore di rispondere, secco secco, come se non avesse udito l’angosciata invocazione: “Mia figlia, stamattina, ha ucciso due quaglie!”. Agli esterrefatti componenti della delegazione non restò altro che andarsene via mestamente.
L’ultimo “cattivo” dei Borboni fu Francesco II (1859-1860), chiamato irridentemente “Franceschiello”. Quell’incapace che, fortunatamente per noi posteri, perse il Regno a opera di Garibaldi e Vittorio Emanuele II di Savoia.
Questo giovincello ventitreenne non fu della stessa stoffa del padre, il quale se fosse restato in vita non avrebbe certamente reso la vita facile all’esercito invasore.
Questo è poco, ma sicuro.
Ma il figlio, inesperto, debole, politicamente isolato, non potè far altro che lasciare il campo al “conquistatore”; al cui fianco, intanto, s’erano messe la mafia e la camorra. Ebbe però modo di scrivere una bella pagina militare, riscattando così il proprio operato, in occasione dell’assedio di Gaeta. Quando, l’11 Febbraio del 1860, egli si arrese, abbandonò il Regno con grande dignità, salutato dal grido di: “Viva ‘o Rre!” dei suoi soldati e dalle salve di fucile del nemico, che gli riconobbe l’onore delle armi. Quanta differenza tra questa partenza e quella (se così la vogliamo definire) che ottantatré anni dopo, nel 1943, fornirà un ulteriore pretesto (abilmente
strumentalizzato) ai fautori della repubblica, per sbarazzarsi dell’istituzione monarchica!

Mi fermo qui, odiatissimi e vituperati Borboni, poiché da un lato mi pare di avervi detto (seppur in maniera essenziale) quanto mi premeva, dall’altro non mi va di parlare di ciò che è avvenuto in Italia dalla definitiva partenza (questa altrettanto dignitosa di quella di Francesco II di Borbone) dell’ultimo Savoia.
No, credetemi! Vi ho già parlato del mio violento senso di nausea. E poi, a volte è meglio non sapere. È meglio, per voi, non sapere in quale invidiabile stato oggi versano i vostri ex sudditi e le loro terre. È meglio non sapere di corruzione, scandali, stragi, piduisti; di mestieranti della politica, sprechi di pubblico denaro, intollerabile pressione fiscale, compensi miliardari e pensioni d’oro a pochi privilegiati e miseri “trattamenti di quiescenza” a persone che hanno grondato sudore e sangue per una vita; di Pil, DEFICIT, inflazione, stagflazione, costo della vita; di precariato, co.co. pro., co.co.co., coccodè, quaqquaqquà, flessibilità, cassa integrazione, mobilità, delocalizzazione; di bancarotte fraudolente, crack, bond, imbrogli, imbroglioni e furbetti del quartiere; di “questioni meridionali”, surrettizie “questioni settentrionali”, federalismi, devolution, secessionismi; di Pacs, Dico, laici, laidi; di partiti, movimenti, alleanze, case, poli, unioni, ulivi, querce, margherite, rose; di risse mortali negli stadi, nelle discoteche, nelle strade, nei bar, nei condomìni, nelle famiglie; di malasanità, maleducazione, malcostume; di Tangentòpoli, Vallettòpoli, Calciòpoli; di talk show, reality show, tv trash; di cialtronerie, volgarità e corbellerie di ogni tipo e natura in gran parte responsabili della forse irrefrenabile e irreversibile deriva di quella società “libera”, “democratica”, “giusta”, “solidale” per il cui avvento Mazzini e i suoi seguaci si sono incessantemente e indefessamente adoperati; e che oggi, suppongo, sarebbero felicissimi di vedere in che modo è stata realizzata!

No, preferisco non andare oltre. Ritengo che siate stati puniti abbastanza, per la vostra “cattiveria”; e mi sembra giusto non infliggervi altri tormenti e motivi di rimpianto, nel farvi toccare con mano come hanno ben operato, dopo di voi, i saggi, onesti, capaci, giusti e lungimiranti uomini di istituzioni e governi che, fortunatamente per noi, vi hanno soppiantato; mostrando al mondo intero, sbalordendolo e suscitando in esso viva e incondizionata ammirazione (se non invidia), com’è che si guida una nazione verso destini alti, fulgidi e radiosi.

Senza rancore.
Gabriele Falco

NOTE

[1] – Giovanni Tessitore: L’utopia penitenziale borbonica. Dalle pene corporali a quelle detentive, Milano, Franco Angeli, 2002.

[2] – Con il termine giurisdizionalismo (o anche “regalismo”) viene indicata una particolare linea politica, sviluppatasi prevalentemente nel XVIII secolo, tendente all’affermazione della giurisdizione statale o laica su quella ecclesiastica, che nel periodo considerato godeva di ampia autonomia.

[3] – Dal “Sito della Real Casa di Borbone”, Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.it/ita/archiviostorico/index.htm).

[4] – Si tratta di Ethel e Julius Rosenberg, accusati di cospirazione, processati e condannati e “giustiziati” nel 1953.

[5] – Dal “Sito della Real Casa di Borbone”, Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.it/ita/archiviostorico/index.htm).

[6] – Dal “Sito della Real Casa di Borbone”, Storia e documenti (http://www.realcasadiborbone.it/ita/archiviostorico/index.htm).

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One Comment su “>Sergio Romano, il Corriere della Sera e le pesanti responsabilità civili dell’intellighenzia italiota”

  1. Biby Cletus Says:

    >Nice post, its a really cool blog that you have here, keep up the good work, will be back. Warm RegardsBiby Cletus – Blog


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