>VINCENZO NIUTTA:IL MINISTRO CALABRESE DEL GOVERNO CAVOUR.

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Egli nacque il 20 maggio 1802, quando questa cittadina portava ancora il nome di Castelvetere che lasciò nel 1863 per prendere quello attuale.
Quello del Niutta fu uno dei pochissimi casati della borghesia cauloniese che si distinse per signorilità e senso umano, qualità sconosciute al resto della stessa classe locale vissuta all’insegna della superbia, dell’arro­ganza e dello sfruttamento della povera gente. Ed il piccolo Niutta ereditò in pieno i pregi della sua famiglia migliorandoli.

Frequentò con profitto le scuole elementari di Castelvetere e poi quelle medie di Catanzaro. Concluse queste, passò all’università di Napoli dove, sentendo il fascino della professione del nonno materno, Ilariantonio Deblasio, un giureconsulto che raggiunse la presidenza della corte napo­letana (fu anche deputato in quella larva di Costituzione concessa da Francesco I di Borbone nel 1821), volendo seguire le orme di cotanto nonno, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza, laureandosi ad appena ventidue anni.
lI brillante corso degli studi universitari lo segnalò come uno tra i più promettenti di legge del suo tempo, cosa che gli fece ottenere subito la nomina ad uditore giudiziario. Fu l’inizio di una rapida ascesa che lo portò a giudice di tribunale civile, quindi a giudice criminale e via via a presidente di tribunale civile, procuratore regio, giudice di corte civile, consi­gliere della corte suprema, presidente della gran corte fino all’apice dell’ordinamento giudiziario: la presidenza della Corte Suprema del Regno.
La sua folgorante carriera fu consentita e favorita da qualità professionali e cultura non comuni. Le sue sentenze facevano da testi di giurisprudenza ed era notissimo all’estero, soprattutto in Francia da dove veniva spesso consultato allorché quella magistratura aveva da risolvere casi difficili e complicati.
Vincenzo Niutta, dunque, ripercosse per intero la strada del nonno, andando oltre. Ciò che lo distinse da cotanto antenato fu il liberalismo deciso e convinto contro l’integralismo borbonico dell’avo, e non era poco. E di questo suo convincimento diede prova quando, nel 1848, la lotta contro l’assolutismo si fece sentire in tutta la Penisola, non avendo alcuna esitazione ad esprimere la sua condanna alla tirannia, cosa che gli costò la destituzione dalla magistratura, me che non divenne mai operativa perché i giudici che furono chiamati a darne corso, si rifiutarono di farlo, minacciando dimissioni in massa, per cui il provvedimento dovette essere revocato.
Basta questo per avere il quadro del suo carattere, del suo valore, del suo prestigio, della stima di cui godeva.

lI Landolfi, che fu il suo biografo, ebbe a scrivere che «mai ingegno fu più rapido del suo, sapere più vasto, cuore più nobile», e i fatti, il costume di vita, l’esercizio onesto e corretto delle sue funzioni di giudice, lo provano. Infatti, a fare di Niutta il Presidente della Suprema Corte del Regno di Napoli, fu un episodio eclatante e che evidenziò, se ce ne fosse stato bisogno, la serietà e la dirittura morale dell’alto magistrato.

Una lite tra un esponente dell’aristocrazia borbonica, il principe d’Ischitella, cugino del re, e un povero uomo, trascinato da un tribunale all’altro e sempre condannato, finita tra le mani di Niutta, ebbe un giudizio sgradito il principe. Convinto delle buone ragioni del povero diavolo, il magistrato cauloniese diede il torto al cugino del re.
lI principe d’Ischitella che era prepotente, svillaneggiò il magistrato che si era permesso di emettere una sentenza a lui contraria. All’insulto del titolato borbonico, Niutta presentò le dimissioni al Re dicendo: «Sono vecchio e ministro del diritto e non posso riparare l’of­fesa con la forza: mi dimetto». Ferdinando Il, pur non nutrendo simpatia per l’alto magistrato, per via delle sue idee liberali, non potendo non avere ri­spetto e ammirazione per la sua inte­grità morale, respinse le dimissioni nominandolo alla più alta carica della magistratura dello Stato, chiudendo per alcuni giorni il cugino nella fortezza di S. Elmo.
Che Vincenzo Niutta fosse stato un massone, come qualcuno sostiene, è molto improbabile, per non dire impossibile, e non per i principi che stanno a base della Libera Muratoria.
Anzi, si può dire che questi si trovavano in parallelo con la sua indole e con la sua formazione etica, per cui, la sua eventuale appartenenza a questa istituzione, non avrebbe minimamente sminuito la sua prestigiosa personalità.
Per non avere molte riserve su questa sua appartenenza alla Massoneria, bisognerebbe avere prove documentali che nessuno ha portato fuori, riserve che nascono anche o soprattutto dal fatto che i Borboni furono nemici della Massoneria.
Carlo VII di Borbone, futuro Car­lo III di Spagna, nel 1751, la mise al bando. Vi fu poi una certa tolleranza con Ferdinando IV, auspice la moglie Maria Carolina, ma con lo scoppio della rivoluzione francese che portò sul patibolo Luigi XVI e la moglie, Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, questa non solo tramutò la sua simpatia in odio, si prodigò anche a spingere il marito ad avversarla. Quando poi, Ferdinando IV, cacciato dai napoleonidi, ritornò sul trono di Napoli (1815), questa volta come Ferdinando I, non più IV, non poteva che osteggiarla maggiormente così come fece, considerato che a ramifi­carla e potenziarla, era stato Murat che aveva assunto la massima carica sia dell’Ordine che del Rito massonico.
Il periodo di Vincenzo Niutta, quindi, coincise con un periodo in cui la presenza massonica nel Regno delle due Sicilie era pressoché inesi­stente, o quantomeno poco allettante e che proprio un alto magistrato andasse a affiliarsi pare poco possibile.L’annessione del Regno delle due Sicilie al resto d’Italia, conseguente alla spedizione dei Mille, fu consacrata da un plebiscito e fu proprio Vincenzo Niutta, confermato nella carica, a proclamarlo e a presentarlo a Vittorio Emanuele Il, che lo nominò senatore del Regno d’Italia, unitamente ad Alessandro Manzoni, Massimo d’Azeglio e Gino Capponi.

22 marzo 1861La prima amministrazione del Regno d’Italiaa Torino, Vincenzo Niutta è il primo in piedi a sinistra

Nel primo governo dell’unità d’Italia, Cavour voleva Niutta ministro di grazia e giustizia, ma questi preferì la carica di ministro senza portafoglio, l’unica del genere in quel governo, che lasciò alla morte di Cavour, per assumere la presidenza della Corte di Cassazione di Napoli, città in cui mori il l° settembre 1867.
Le leggi fondamentali dello stato italiano e in particolare del codice civile e di procedura civile, ebbero il contributo della sua dottrina.
Lasciò una ventina di manoscritti, in prevalenza di natura giuridica, rimasti tutti inediti. Peccato.

«Non parlava bene – dice il suo biografo -,per cui al senato, un uomo di tanto valore non si è veduto quasi mai aprir bocca. Di modestia eccessiva, smilzo, pallido, poco avvenente, di fisionomia poco espressiva; e vedendolo nessuno avrebbe detto: questo è il grande Niutta.».
Vincenzo Niutta, dunque, fu un grande. Un grande della cultura giuridica, un grande della rettitudine, un grande della coerenza. Un esempio da imitare; una figura che fa onore alla giustizia, alla cultura, a Caulonia, alla Calabria tutta, all’Italia.

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One Comment su “>VINCENZO NIUTTA:IL MINISTRO CALABRESE DEL GOVERNO CAVOUR.”

  1. Gonzalo Says:

    >Ciao Jack, a giudicare dalla storia raccontata, il Sig. Niutta in questione sembra una persona che avesse sinceri sentimenti liberali e possibilmente non era nemmeno affiliato alla massoneria.E’ probabile però che la sua figura sia stata sfruttata dai massoni veri, che sobillavano segretamente le masse, in quanto come hai scritto tu non erano accetti nel Regno delle Due Sicilie.Certo però che una volta conclusasi l’unificazione manu militari dell’Italia, il Niutta si doveva essere reso conto di quello che era realmente accaduto e la sua eccesiva mitezza gli aveva probabilmente imposto un amaro silenzio.Probabilmente si era reso conto della condizione di schiavitù in cui erano caduti i poveri che lui aveva fino allora difeso, mentre i baroni fedeli al borbone sulla carta(ma cospirativi in segreto) passarono sfacciatamente al nemico una volta cambiata la bandiera.Probabilmente dovette ingoiare un rospo nel consegnare i risultati del plebiscito, che tutti sanno furono palesemente falsificati.Infatti i registri di quel “referendum” non esistono più, sono stati probabilmente distrutti.Non se ne hanno più notizie dal lontanissimo 1903.Una mano d’aiuto per sbrogliare la complicata matassa c’è la da il mitico(da me stimatissimo) Tommasi da Lampedusa ne il suo Gattopardo in cui scrive, parlando dellle votazioni plebiscitarie:”…a Donnafugata il Plebiscito aveva dato questi risultati :Iscritti 515; votanti 512; ‘si” 512; “no” zero..”e poi ancora:”…”Io, Eccellenza, avevo votato ‘no.’ ‘No,’ cento volte ‘no.’ Ricordavo quello che mi avevate detto: la necessita, l’inutilità, l’unità, l’opportunità. Avrete ragione voi ma io di politica non me ne sento. Lascio queste cose agli altri. Ma Ciccio Tumeo è un galantuomo, povero e miserabile, coi calzoni sfondati (e percuoteva sulle sue chiappe gli accurati rattoppi dei pantaloni da caccia) e il beneficio ricevuto non lo aveva dimenticato; e quei porci in Municipio s’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco! Per una volta che potevo dire quello che pensavo quel succhiasangue di Sedàra mi annulla, fa come se non fossi mai esistito…”ed ancora:”…Il voto negativo di don Ciccio, cinquanta voti simili a Donnafugata, centomila “no” in tutto il Regno non avrebbero mutato nulla al risultato…”salutiGonzalo


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