>DUE SICILIE: AUTONOMIA E MACROREGIONE A STATUTO AUTONOMO.

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Secondo un recente rapporto dell’Ocse sull’attrattività di investimenti diretti dall’estero nel periodo 1997-2006 l’Italia si è piazzata all’11° posto preceduta anche dal Messico.
Primi assoluti sono risultati essere gli U.S.A. (1.637 miliardi di dollari) seguiti dal Benelux con 1.189 miliardi.
Regno Unito, Francia e Germania, Paesi con costo del lavoro e fiscalità paragonabili a quello italiano, si piazzano nell’ordine subito dopo.
Davanti all’Italia si è piazzata anche la Svezia.

L’attrattività dei Paesi del G8
(Investimenti diretti totali – 1997-2006 in milioni di dollari)

U.S.A. 1.637
Regno Unito 797
Francia 481
Germania 473
Canada 285
Spagna 240
Italia 129
Giappone 53

Si è riscontrato inoltre che l’Italia attrae economicamente i Paesi europei più in salute, ma purtroppo perde contatto con la sponda Sud del Mediterraneo e non riesce neanche ad essere attrattiva per i giganti asiatici (India e Cina) e per gli U.S.A.. che sono considerate le economie oggi trainanti nel mondo.
L’attrattività cresce infatti solo nei confronti delle nazioni europee e in particolare da quelle che dal 2004 hanno registrato la crescita maggiore in termini di Pil, ovvero Olanda, Francia, Regno Unito e Spagna.
In questo scenario non molto esaltante appare essere positivo il ruolo del turismo con risultati che confermano la sua attrattività per quanto riguarda Olanda, Francia, Spagna e Regno Unito.
Il turismo si può considerare infatti una leva di enorme potenziale per guadagnare posizioni nelle economie di questi mercati.
E’ importante rilevare che l’immagine dell’Italia, e del Sud in particolare, all’estero può consolidarsi soprattutto attraverso di esso.
Detto ciò spicca ancora il drammatico e perdurante divario tra Nord e Sud dell’Italia.
Il Centro-Nord infatti si può considerare assolutamente un’area ricca.
Ma quello che più impressiona è la differenza con le aree del Sud: in sette Regioni centro-settentrionali infatti il reddito pro-capite degli oltre 24 milioni di abitanti è superiore del 25% rispetto alla media dell’Unione Europea: si tratta del 42% del totale della popolazione italiana, contro il 29% della Germania, il 20% della Spagna ed il 18% della Francia.
Da questi dati si evince pertanto che l’Italia fa rilevare in Europa la popolazione più numerosa caratterizzata da una significativa ricchezza diffusa.
Purtroppo, all’opposto, si verifica il fenomeno esattamente speculare: per quasi 17 milioni di italiani (il 29% del totale, ovvero i residenti di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) il reddito pro-capite è inferiore del 25% rispetto alla media dell’’Unione Europea.
Per fare un esempio a noi abbastanza vicino in Spagna tale percentuale è solo pari al 3%.
Analizzando più in dettaglio il problema si evince che il valore aggiunto generato dal settore manifatturiero rappresenta solo il 6,4% del valore aggiunto totale in Calabria, l’8,7% della Sicilia, il 10,7% in Campania; mentre, all’opposto, è il 26,9% in Lombardia, il 26,1% in Veneto, il 26% nelle Marche ed il 25,8% in Emilia-Romagna.
Il Sud purtroppo è oramai costretto a rincorrere le altre aree deboli dell’Unione Europea e i Paesi nuovi entrati.
Infatti tra il 2001 e il 2006 il flusso annuo di investimenti esteri per abitante è stato di 13 euro nelle Regioni del Sud contro i circa 500 euro che sono andati all’Estonia, all’Ungheria, alla Repubblica Ceca ed alla Slovacchia.
Fatta 100 la media U.E. l’indice di “potenzialità competitiva del sistema produttivo” (ovvero il mix di infrastrutture, ricerca, risorse umane e tessuto produttivo) registra il Sud a quota 65,9, quindi sotto il livello di Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria.
Il Sud si ritrova oramai in concorrenza con i nuovi Stati membri dell’U.E. e con i Paesi europei “deboli” che hanno però saputo sfruttare meglio le risorse comunitarie a sostegno dello sviluppo delle aree più arretrate.
Nel periodo 2000-2006 il tasso di crescita dell’economia meridionale (1,4% medio all’anno) è stato inferiore di tre volte rispetto a quello della Spagna (4,4%), di quattro volte rispetto a quello dell’Irlanda (5,2%), di quasi cinque rispetto a quello della Grecia (6,2%).
Agli inizi degli anni Novanta il Sud presentava un livello di infrastrutturazione superiore a quello delle altre aree deboli dell’Unione Europea, ma in poco più di cinque anni si è assottigliato il vantaggio nei confronti di Spagna, Grecia e Irlanda capaci di attivare politiche di investimenti ben più consistenti.
Il Sud si è lasciato scavalcare sia dai nuovi membri dell’Est, sia dalle aree Obiettivo 1 dell’UE a 15, incluse tutte le regioni in ritardo della Spagna e quelle della Germania, con il gravissimo risultato di essere l’unica grande area, nel 2006, dove si è registrato un livello del prodotto pro capite inferiore al 75% della media europea.

CONFRONTO CON L’EUROPA
Tassi di crescita (% ) medi annui del Pil pro-capite 2000-2004

UE 25 3,0
Regioni Obiettivo 1 4,3
Regioni non Obiettivo 1 2,9
SUD 0,4
Nuovi Stati membri 5,3
Regioni Obiettivo 1 5,2
Regioni non Obiettivo 1 6,6

Il Sud resta purtroppo perennemente ancorato a un modello basato sul mero trasferimento di redditi attivati dalla Pubblica Amministrazione, redditi che sono appena sufficienti per mantenere in essere uno standard minimo di consumi delle famiglie.
Il Sud invece avrebbe bisogno di imprese, di produzioni, di terziario moderno e soprattutto di tutte le condizioni indispensabili per attirare risorse ovvero la legalità e di una scuola moderna.
Un ruolo fondamentale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo è senz’altro quello svolto dalla politica.
La politica, infatti, può incidere notevolmente sulla capacità di un territorio di essere attrattivo verso gli operatori stranieri; questa capacità si manifesta in termini di possibilità di convogliare l’interesse estero a trasferire risorse e competenze necessarie alla sostenibilità e alla creazione dello sviluppo.
Da analisi effettuate emerge con chiarezza come il principale input che spinge gli operatori esteri a investire in Italia sia legato essenzialmente alle condizioni e alle dotazioni del territorio.
E notevole è il ruolo che in questo contesto deve svolgere la politica per attivare i processi di creazione di strumenti e condizioni necessarie per rendere attrattivi anche quei territori attualmente svantaggiati.
Una delle necessità più sentite per promuovere lo sviluppo nelle nostre aree è quella di rendere più leggero il sistema della burocrazia, un’altra è quella relativa agli incentivi per l’insediamento delle imprese che potrebbero ovviare, nella percezione degli operatori stranieri, alla mancanza di specifiche dotazioni e alla scarsa qualità sia delle reti infrastrutturali che delle reti telematiche.
Quale scenario può percorrere il Sud per uscire fuori dal tunnel nel quale si ritrova da 147 anni a questa parte?
La risposta è, mio parere, AUTONOMIA ECONOMICA tramite la Macroregione.
L’attuazione del Titolo V della Costituzione infatti garantirà maggiori poteri agli Enti locali, nel contempo il federalismo fiscale provvederà maggiori risorse per gestire questi poteri ampliati.
La Macroregione Due Sicilie potrebbe rappresentare le 7 Regioni del Sud, 20 milioni di residenti e sarebbe la sesta Area per importanza dopo Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Polonia.
Dovrebbe poter disporre, inoltre, così come il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna, la stessa Sicilia, il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo uno statuto speciale adottato con legge costituzionale.
Un Ente che rappresenterebbe, come popolazione, la sesta Area geografica in Europa ha tutto il diritto di far valere le proprie ragioni sia in ambito italiano che in ambito europeo.
E’ oramai assodato che è inutile considerare, almeno dal punto di vista economico, l’Italia come una sola Nazione in quanto si tratta in effetti della composizione di due Aree con caratteristiche socioeconomiche differenti e soprattutto molto distanti fra loro, come detto poc’anzi.
L’Unione Europea deve convincersi che non può trattare il Sud Italia alla stessa stregua del Centro-Nord perché tutti i parametri, a partire dal reddito pro-capite, lo evidenziano con estrema chiarezza.
Il Sud deve poter disporre di una fiscalità di vantaggio, non di semplici zone franche, ma di una vera tassazione sul reddito delle imprese non superiore al 20%.
Solo così sarà capace di attrarre investimenti dall’estero che gli consentiranno il decollo della propria economia.
Nel 1856 le Due Sicilie erano il terzo Paese al mondo per sviluppo industriale dopo Inghilterra e Francia; dobbiamo tornare a recitare un ruolo da protagonisti e visti i risultati di altre economie europee, vedi Spagna, Irlanda, Grecia, ne abbiamo tutte le capacità 150 anni fa come oggi.
Dobbiamo solo reclamare maggiore autonomia e la Macroregione ed il federalismo fiscale possono solo aiutarci ad emanciparci dallo stato di colonizzazione attuale.
Dobbiamo pertanto prendere il destino nelle nostre mani e non farci più imporre scelte che vengono da lontano e che sono state decise solo per privilegiare interessi diversi dai nostri.

Luca Longo

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