>NICOLA ZITARA – IL CROLLO

>Nicola Zitara regala momenti di riflessione importanti traendo spunti dalla recente emergenza incendi che ha devastato vasti territori dell’ Italia meridionale.

tratto da

http://www.eleaml.altervista.org/

Gli incendi? E’ ridicolo girarla a questione morale, come hanno fatto in questa settimana gli editorialisti di quotidiani grandi e piccoli. Negli Stati occidentali la morale nazionale è dettata dalle classi dirigenti del capitalismo ‘nazionale’.

Di regola essa è trascritta nel codice civile e nel codice penale (o simili). La particolarità nata con la Rivoluzione francese è che anche i componenti della classe dirigente sono tenuti a osservare le norme giuridiche. “La legge è uguale per tutti”, si dice. Ma mentre la legge vige, il capitalismo cambia.

In Italia e in quasi tutti i paesi dell’Occidente la legislazione è in ritardo rispetto all’evoluzione del sistema capitalistico, che si è spinto e si spinge avanti, trascinato dalla sua stessa potenza. Nessuno aveva concepito progetti organici a proposito.

Il cambiamento è arrivato con le gambe della caduta o dell’abbassamento delle barriere doganali, delle scoperte scientifiche e dell’innovazione tecnologica. La produzione, il commercio e i consumi mondiali sono esplosi.

Su un simile fenomeno, gli antichi greci favoleggiavano dicendo che era stato scoperchiato il Vaso di Pandora, Goethe l’ha metaforizzato nel Faust, i giuristi parlerebbero d’aberratio ictus.

Quel che si vede è che il capitalismo, da nazionale qual era prevalentemente fino al 1970, va rapidamente assumendo dimensioni supernazionali. E lo fa innescando duri conflitti tra produzioni mature e prodotti nuovi, scassando i confini politici, travolgendo le socialdemocrazie postbelliche e le classi del lavoro dipendente, mandando in malora l’interclassismo dei grandi paesi europei e gli stessi Stati nazionali.

In Italia, Burlusconi ha cercato di cambiare le regole antiche a favore di un capitalismo nuovo, in cui la legge non fosse uguale per tutti, ma si è impigliato in beceri personalismi. Gli unici risultati raggiunti sono stati quello di dilatare l’esentasse a favore del lavoro autonomo e quello di favorire gli imbroglioni a cui vengono appaltati i servizi pubblici.

In realtà, come capitalista, Berlusca è nazionale e non internazionale, produce per l’Italia e non per il mondo. Resta nazionale, paesano, milanese del contado, anche se viaggia fisicamente in jet supersonici e anche se sposta fuori del paese le sue risorse finanziarie con procedure virtuali.

Molto più mondialisti e brache calate risultano ai fatti Prodi e, anche se non si capisce perché, D’Alema, Veltroni e Frafessino, con il seguito di qualche scendiletto e quel sinistrorso amante perduto del proletariato nordista, che si chiama Bertinotti. Merito (o forse demerito) di Ciampi, di Amato, di Dini, di Prodi, di Tremonti, dei grandi banchieri che hanno vinto il Superenalotto delle privatizzazioni, la nuova morale capitalistica è andata oltre. Di conseguenza è cambiata la morale di ciascun italiano.

Adesso, i codici contano solo per i fessi, il furto dilaga, il ricatto del privato verso il pubblico è divenuta una regola generale. Vi si esercitano persino i sacerdoti di Cristo e i vecchi adepti di Marx. Al tempo in cui il capitalismo ‘nazionale’ italiano era nelle mani di Enrico Cuccia, il diritto di rubare impunemente l’avevano soltanto gli Agnelli, i Pirelli, i padroni della Montecatini, dell’Edison, e pochi altri. Il ladro che non apparteneva alla parrocchia veniva suicidato.

Oggi tutti i capitalisti rubano a man bassa, ma non ci sono suicidi. Rubano non solo le imprese monopolistiche, ma lo fanno anche i piccoli importatori di derrate e i grandi raffinatori di petrolio che non avrebbero alcun bisogno di farlo in barba al codice penale, perché la loro attività è già un furto di per sé. Rubano coloro che ricevono un finanziamento pubblico e persino i rivenditori di prezzemolo.

Rubano i ragazzi del prestito d’onore, gli idraulici, i riparatori di biciclette, ma più di tutti i politici, e fra loro, e con gran distacco su tutti gli altri, i consiglieri regionali. Quanto alla sanità, il 50 per cento della spesa è un furto. Rubano i cittadini che, pur non avendo un diritto, affermano d’averlo, complici professionisti e burocrati.

Caso esemplare, in Calabria, i danni dell’alluvione del 2000. I vecchi del mio natio borgo selvaggio direbbero che, in materia di furto, vige la democrazia. Chi perde finisce in galera per quindici giorni. Rimane poi nelle matasse di un interminabile giudizio per il resto dei suoi giorni, ma, se è ricco, salva quanto basta per passare il resto dei suoi anni tra la Svizzera e Montecarlo, e se tanto ricco non è, avrà comunque quanto basta per comprare un appartamento a Bologna per il figlio che va all’università..

Gli incendi dei giorni scorsi s’inquadrano nella stessa morale in forza della quale un chilo di pomodori sta 20 centesimi alla produzione e due euro al consumatore, o per cui le banche trattengono in cassaforte i titoli che salgono in borsa e fanno fessi i clienti appioppando loro i titoli che viaggiano al ribasso.

Non sto certamente dalla parte degli incendiari. Dico soltanto che i pontificali dei politici, della tv e dei giornalisti non sono credibili. I vigili del fuoco faranno ancora il loro dovere e continueranno a essere l’unico settore del pubblico impiego a funzionare e a sacrificarsi; il bravo, rispettabile e lodevole ingegner Bertolaso continuerà a offrire efficienza, competenza e intelligenza.

Lo faranno perché gli incendi continueranno finché la la morale della nuova classe capitalistica non troverà un inquadramento (un codice civile e un codice penale globali, un ordinamento giuridico) mondiale, salvo che non crolli prima e finalmente il malefico capitalismo sotto i cocci del coperchio del Vaso di Pandora andato in frantumi nel corso dell’operazione di scoperchiamento.

Il disfacimento del capitalismo ‘nazionale’ all’Enrico Cuccia ha portato con sé il naturale e inevitabile crollo dell’unità italiana. L’ufficio studi degli Artigiani di Mestre, che è una specie di contraltare dell’Istat in versione Triveneto, e gli economisti che lo supportano, parlano di “Tre Società” italiane: quella del “qui si lavora e si produce”, quella dell’industria apertamente o sotterraneamente protetta da destra e da sinistra (Piemonte, Liguria, Emilia, Toscana), quella del capitalismo a mano armata (il Meridione e la Sicilia). Nordest e Nordovest non s’intendono.

Il conflitto allarga gli spazi del capitalismo a mano armata, sia perché la politica, preoccupata d’arraffare voti, allenta l’attenzione e diluisce gli investimenti pubblici al Sud, sia perché le mafie possono diventare alleate preziose sia per l’Est che per l’Ovest.

Nel caso che sia l’Est a vincere il braccio di ferro con l’Ovest, l’ignominiosa cacciata del Sud dallo Stato italiano è un dato su cui è inutile farsi pietose illusioni. Gli esperti del Pentagono prevedono la separazione per il 2012, qui in Italia la si prospetta per una data più vicina.

Quando uno Stato crolla, lo si sente nell’aria. Personalmente ricordo i mesi che precedettero lo sbarco degli angloamericani in Sicilia e la caduta di Mussolini, e quelli che li seguirono: il governo Badoglio, l’armistizio e lo sbandamento dell’esercito. In quei mesi, se volevi comprare un fucile militare, bastava che avessi 100 lire da spendere.

Se ti veniva il gusto di suonare le campane a morto, potevi provarci impunemente, se volevi ammazzare un rivale in amore, sicuramente non sarebbero arrivati i carabinieri. Qualcosa di nuovo c’è oggi nell’aria, forse d’antico. Personalmente il vizio delle sigarette mi ha indebolito l’olfatto, ma quella puzza la risento.

Oggi, la gestione dell’arretratezza e del sottosviluppo meridionali appartiene in parte al vecchio Stato di diritto impersonato dai carabinieri; in parte alla classe elettiva notabilare e clientelare che, nel dopoguerra, ha associato a sé la mafia. In apparenza il potere è contorto. E tuttavia dà luogo a una gestione scorrevole ai fini del colonialismo interno italiano, perché riesce a tenere i sudditi meridionali incatenati alla cuccia.

Per tal motivo, il tipo di gestione in atto (incendi compresi) si profila come duraturo anche per il momento in cui il Sud si ritroverà scacciato dallo Stato italiano e in mano ai corsari che hanno abbordato la nave indifesa. Non ci sono altre forze in campo.

C’è solo una speranza: che fra le generazioni più giovani maturi un personale politico dotato di patriottismo italiota e di un alto senso della collettività, in modo che l’Ytalìa (sgradevolmente detta Sud) si liberi da sé dalla condizione coloniale e, divenuto un paese civile, entri con la sua autonomia e con il suo nome e cognome nell’ordinamento giuridico globale.

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