>LE SOLITE STUPIDE SOTTOVALUTAZIONI ISTITUZIONALI

>

di

PAOLO POLLICHIENI (direttore di CALABRIA ORA)

da Calabriaora del 17 agosto 2007

Le faide in Calabria hanno sempre una parvenza banale ma nascondono, sempre, uno scontro per la supremazia mafiosa capace di tramandarsi di generazione in generazione fino alla totale estinzione del clan rivale.
La stessa ‘ndrangheta, che da sempre ama il basso profilo a tutela dell’alto potere esercitato, ha sempre “aiutato” una lettura minimale delle faide, in questo soccorsa da un certo modo di fare giornalismo, più vicino alla soap opera che alla realtà criminale rappresentata dalla mafia calabrese.
E magari è anche vero che all’origine c’è una “ragazzata”, ma il fuoco covava già da tempo sotto le ceneri ed è stupido attardarsi sul fatto scatenante perdendo di vista le ragioni pregresse dello scontro armato.
Una “ragazzata”, dissero all’indomani di quel tragico carnevale del 1991: un lancio di uova marce tra gruppi di giovinastri avvinazzati. Ma, poche ore dopo, alle uova seguirono i kalashnikov un “botta e risposta” che lasciò sul terreno due morti ed altrettanti feriti.
Inizia così la faida di San Luca.
Iniziò pressocchè allo stesso modo quella di Ciminà (un quarantina di morti negli anni Settanta). Tutto partì da un capretto rubato dall’ovile sbagliato. Ed è un mezzo bicchiere di vino che accese la miccia allo scontro tra i Facchineri ed i Raso-Albanese nella faida di Cittanova (i morti furono oltre cento e dopo trent’anni ancora c’è chi teme che lo scontro non si sia definitivamente concluso.
Un furto di fucili in casa di un boss della famiglia Commisso, invece, aprì la faida di Siderno tra i Costa ed i Commisso, ed anche lì la cronaca di questi giorni ammonisce che lo scontro è tutt’altro che concluso. Ad Africo-Motticella, invece, fu un sequestro non autorizzato a far scender in campo i Palamara-Scriva contro i Morabito-Gligora. Oltre sessanta morti ammazzati ed ancora non può scriversi la parola fine.
Una camionata di sigarette, invece, era all’origine della “strage di piazza Marcato”, a Locri, che nel 1967 diede origine alla faida tra i Cordì ed i Cataldo: trent’anni più tardi lo scontro resta attuale.
In verità le faide non hanno nulla di etnico: sono “semplicemente” lo strumento attraverso il quale avviene la selezione della classe dirigente della ‘ndrangheta.
Le faide sono anche il prezzo che l’organizzazione mafiosa calabrese paga sull’altare della sua “orizzontalità”. Non c’è una struttura verticistica e piramidale come per Cosa Nostra siciliana. Qui contano i patti federativi tra le cosche ma a casa sua ogni ‘ndrina è autonoma. E quando una faida locale degenera e coinvolge altre famiglie di altri locali ecco che si passa alla “guerra di mafia” ed in riva allo Stretto ne sono state combattute tre in questo dopoguerra. L’ultima, quella tra Destefaniani e Condelliani ha contato oltre settecento morti ammazzati e si è conclusa davanti ad un cadavere eccellente, quello del procuratore generale della Cassazione Antonino Scopelliti.
E’ questa la brutale verità sulle faide di ‘ndrangheta. Attorno alle quali, purtroppo, spesso trionfano le inesattezze ed il dilettantismo istituzionale.
Quante corbellerie sono state dette e scritte in queste ore che seguono la faida di Duisburg. Una fra tutte viene sottoscritta da vertici istituzionali e giudiziari uniti nel sostenere che “è la prima volta in assoluto che una faida si consuma fuori dai confini della Calabria e fuori dai confini nazionali”.
Rileggessero i polverosi archivi prima di avventurarsi in simili siocchezze: il più abile dei killer della famiglia Commisso (Vincenzo Napoli) venne ucciso a Toronto (Canada) e sempre in Canada venne ucciso uno dei fratelli Costa. Sicari in trasferta a Perugia per ammazzare uno dei Facchineri mentre è a Milano che trovano la morte due affiliati al clan Gligora di Botticella. E citiamo solo alcuni casi e forse neppure i più eclatanti.
E’ per questo che viene da restare allibiti davanti ai proclami di queste ore secondo le quali è con Duisburg che la ‘ndrangheta avrebbe effettuato un “salto di qualità”. Quasi che le sanguinose cronache degli ultimi trent’anni; i centotredici sequestri di persona portati a compimento in ogni parte d’Italia ed anche all’estero (Paul Getty III); i traffici di diamanti intrattenuti con i libici di Gheddafi; la partecipazione (mai esplorata compiutamente) al sequestro di Aldo Moro; il controllo di grandi opere di livello europeo (come il traforo del Frejus); il ruolo esercitato nello smaltimento clandestino di rifiuti nucleari e via dicendo fossero noccioline.
Se solo si provasse, tra una intervista e l’altra, a dare un’occhiata alle requisitorie di pubblici ministeri di ieri e di oggi si scoprirebbe che è da almeno cinque lustri che puntualmente la ‘ndrangheta compie un salto di qualità al giorno senza che nessuno, a Roma, se ne preoccupi più di tanto.
Quando a Locri c’era ancora la Procura della Repubblica, ad esempio, capitò che i principi Pontello, la migliore aristocrazia fiorentina, finirono in manette perché riciclavano soldi dei clan platiesi sull’asse Australia-Italia. Se si rileggessero i rapporti che dall’Australia inviava (anni Ottanta) l’allora commissario Nicola Calidari, scoprirebbero che si scriveva di come la ‘ndrangheta di Platì avesse decretato ed eseguito l’eliminazione del capo della polizia di Griffith e di un parlamentare australiano che presiedeva la commissione sul narcotraffico.
Cari predicatori del nulla, se andate all’ultimo libro di Giancarlo De Cataldo (“Nelle mani giuste”, saldamente in testa alla classifica della narrativa italiana) troverete che si parla del Siderno Group, come dell’organizzazione che oltre oceano tira le fila degli accordi transoceanici tra massoneria- servizi segreti deviati e narcotraffico. Se poi vi prendete la briga di dare un’occhiata alle richieste firmate dai pubblici ministeri di Catanzaro (Salvatore Curcio) e di Reggio Calabria (Nicola Gratteri) sul narcotraffico, troverete che i vertici del crimine mondiale si inchinano davanti alla supremazia degli Strangio e dei Pelle, dei Mancuso e dei Palamara, dei Trimboli e dei Violi.
Ma tutta questa “letteratura” non trova evidentemente spazio tra i vertici istituzionali del nostro Paese. I sei ammazzati di Duisburg, invece, costringono a fare i conti con la realtà transnazionale della ‘ndrangheta e spingono ad ammettere che questa “ha fatto un salto di qualità”.
Come dire che se i sicari in trasferta non avessero firmato quella strage tutto il quotidiano grido d’allarme degli inquirenti calabresi non era stato sufficiente a squarciare il tranquillizzante velo che copre le gesta della ‘ndrangheta.
Ben per questo i capibastone hanno sempre preferito il basso profilo. Ben per questo le faide vengono dipinte come scontri tra famiglie per futili motivi. Dovute più alla rozzezza degli uomini che non agli interessi transnazionali del casato.
Davanti a questa sconfortante realtà non sappiamo se invocare la protezione del Padreterno più dalle gesta della ‘ndrangheta o dalle criminali sottovalutazioni dello Stato.

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