>GARIBALDI AL SERVIZIO DI SUA MAESTA- (5-FINE-)

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Francesco Mario AGNOLI

tratto da: Studi cattolici, n. 560, ottobre 2007, p. 702-705.

Scarso successi ma ottimo credito

Quando nel 1841 Garibaldi, abbandonate le ormai periclitanti sorti della Repubblica del Rio Grande do Sul, giunse a Montevideo, capitale della Repubblica orientale dell’Uruguay, questo Paese, tacitamente sostenuto da Francia e Inghilterra, una volta tanto resi concordi dai comuni interessi economici, si trovava in guerra contro l’Argentina. Il nizzardo, che pure aveva avuto qualche inconveniente con l’Uruguay per episodi considerati di pirateria (nel 1838 era stato spiccato nei suoi confronti un ordine di arresto), poteva, grazie alla fama acquisita, riuscire utile a una causa che con un po’ di buona volontà veniva presentata come la lotta di un piccolo Paese per la propria indipendenza nazionale minacciata da un potente vicino. Tuttavia, le sue precedenti imprese antibrasiliane riuscivano pregiudizievoli in un momento in cui l’impero di Don Pedro II era corteggiato affinché si pronunciasse contro l’Argentina (come poi avvenne, in cambio di ingrandimenti territoriali ai danni dell’Uruguay nell’ultimo anno di guerra). Diplomazia britannica, emigrazione e massoneria si misero, quindi, all’opera per ottenergli la concessione di un atto di clemenza da parte del Brasile, dietro suo impegno scritto di rinunciare, anche per il futuro, a ogni iniziativa bellica contro il Paese (impegno non mantenuto, perché, nel corso degli scontri navali per rompere il blocco argentino attorno a Montevideo, Garibaldi non seppe resistere alla tentazione di attaccare anche navi mercantili brasiliane).

Così, sistemato con generale soddisfazione il passato, il diplomatico inglese William Gore Ouseley si adoperò con successo, evidentemente non senza l’approvazione di Londra, perché il governo uruguayano affidasse ufficialmente a Garibaldi il comando prima della corvetta Costitucion (alla quale si aggiunsero poi la Pereira e la Procida), quindi dell’intera marina uruguayana (nomina revocata o rinunciata quando la sua presenza a Montevideo divenne sgradita al governo, improvvisamente ansioso di liberarsi di lui e delle sue camicie rosse) (1).

Tirando le somme, le imprese di Garibaldi nel Nuovo Mondo, ideologicamente insignificanti, sul piano politico-militare non furono coronate dal successo. Il Rio Grande do Sul continuò a far parte del Brasile. L’Uruguay mantenne la propria indipendenza contro le mire argentine, ma esclusivamente grazie all’intervento diretto della Francia e dell’Inghilterra e, soprattutto, del primo e principale nemico di Garibaldi, il Brasile, al quale dovette cedere, per riconoscenza, una vasta porzione del suo territorio.

Tuttavia il governo di Sua Maestà britannica, avendo conseguito i propri fini, ne rimase abbastanza soddisfatto per pensare a lui, oltretutto divenuto beniamino del popolo inglese per la sua fama di eroe antipapista e i suoi romantici abbigliamenti, e suggerirlo a Cavour o accettarlo come l’uomo adatto a dare la copertura di un personaggio immagine al progetto per la distruzione delle Due Sicilie.

(1) Nel suo volume «L’iperitaliano – Eroe o cialtrone?» (Il Cerchio, Rimini 2006, p. 34, n. 4) Gilberto Oneto ricorda che la prima prova documentale (più esattamente si tratta della testimonianza scritta di un protagonista) dei rapporti fra l’Inghilterra e Garibaldi è costituita dalle Memorie dell’Ouseley, che vi riferisce di essere stato con lui per due anni «in costante contatto».

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