>CARLO ALIANELLO

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di Mario Santoro

Carlo Alianello, dal carattere riservato e schivo, era figlio di un ufficiale di artiglieria e, a causa del lavoro del padre ha dovuto cambiare spesso residenza maturando diverse esperienze ambientali: ha frequentato le scuole elementari alla Maddalena, le scuole medie a Firenze, il ginnasio e il liceo a Roma. Laureato in lettere giovanissimo fu vincitore di concorso ed ha insegnato nei licei di Rieti, di Camerino e poi di Roma ed ha chiuso la sua carriera facendo l’ispettore centrale al Ministero della Pubblica Istruzione.
Era un uomo, non solo capace di sfuggire alle mode e alle tentazioni, ma anche orgogliosamente legato al suo porsi al di fuori e al suo ricercare l’isola di Robinson, con le implicite conseguenze.
La voglia di isolamento, il bisogno di ritrovarsi solo con se stesso, la ricerca anche insistenza di allontanamento dal chiasso e dal rumore gli facevano spesso dire:

“…della sua isola deserta, chi ha coscienza di scrittore non può farne a meno, mai, dove possa comporre in pace il mondo col proprio silenzio e riscoprirselo pian piano, a modo suo. Che è poi l’innocenza attiva dell’arte”.

E questo serve anche a farci capire meglio la sua condizione di scrittore diverso per cui diventa difficile inquadrarlo entro certi parametri e cercare di farlo rientrare in qualche scuola del dopoguerra.
Certamente appare finanche scontato sostenere che è un erede del romanzo ottocentesco, quello di tipo tradizionale, inteso nella accezione migliore. Ma va precisato subito che Carlo Alianello si pone in posizione scomoda nel suo sforzo di contribuire alla revisione del nostro Risorgimento con riferimento al Sud. E’ quanto si può notare nei suoi romanzi e soprattutto ne “L’alfiere” che è considerato, in qualche modo, il capolavoro dell’autore. Fu pubblicato nel 1943 e diede subito una certa notorietà.
Infatti l’autore ricevette sinceri consensi da alcuni critici ma alcuni, ancora legati al fascismo che pure era in declinio, si schierarono apertamente contro di lui.
Lo accusarono addirittura di disfattismo e, per questa ragione, egli fu condannato al confino, ma, per sua fortuna, la caduta del fascismo consentiva di veder sospeso il provvedimento e addirittura il commissario repubblichino dell’Einaudi giudicò il libro utile alla causa perché esaltava il senso dell’onore dei soldati borbonici.
Come si può facilmente comprendere, la condizione del regno di Napoli era abbastanza simile a quella della repubblica di Salò.
Alianello è sinceramente convinto che la storia non debba essere tutta scritta dai vincitori e che quindi una guerra civile, come può considerarsi quelle combattuta al Sud durante e dopo l’unità d’Italia, non può essere intesa in maniera faziosa come purtroppo appare ai suoi occhi di studioso, ma deve saper guardare ai fatti con distacco ed obiettività. Di conseguenza non accetta l’idea che tutte le virtù siano da una parte, quella dei vincitori, e tutti i difetti dall’altra.
E, a sua difesa, ammesso che ce ne sia bisogno, va detto che l’autore si pone sempre con atteggiamento di analisi attenta e distaccata, e dedica a questo aspetto storico importante ben quattro romanzi: ”L’alfiere” che copre gli ultimi mesi del Regno delle Due Sicilie; “Soldati del re che riguarda il 1848 a Napoli; “L’eredità della priora” che ha per oggetto il brigantaggio; “L’inghippo” che sfiora di riflesso la tematica perché pone in evidenza la divisione fra italiani che si perpetua ancora negli anni Novanta.
Certamente c’è nell’autore molta simpatia per il regno borbonico anche per il legame di affetto e di stima per il nonno ufficiale borbonico, fedele al re di Napoli Francesco II, per l’ammirazione per lo stesso e per i racconti, carichi di forti suggestioni e le storie che nel suo ambiente familiare dovevano circolare. Questo, forse, può aver condizionato la sua scelta di parteggiare per i Borboni, per i vinti, ma da sola non basta perché risulterebbe troppo sbrigativa e del resto sono in molti a non condividerla.
Fausto Gianfranceschi, nella prefazione al volume “L’alfiere” sostiene, e con convinzione, esattamente il contrario:
“Bisogna subito eludere un possibile equivoco: Alianello non ha mai voluto identificarsi con il legittimismo borbonico. In lui prevalgono soltanto il risentimento morale per l’oblio di virtù e di momenti eroici, che pure furono vissuti da italiani, e l’aspirazione ideale e poetica che lo convince a pesare il valore degli uomini indipendentemente dalle loro ‘scelte storiche’, contro ogni discriminazione. Qualcosa di simile sentì Lincoln all’indomani della guerra tra nordisti e sudisti, inducendolo a promuovere la riconciliazione”.
Certo è che il romanzo che ancora oggi appare controcorrente quando usci per la prima volta nel 1943, cioè in pieno fascismo, dovette porsi immediatamente come anticonformista se si considera che il regime aveva sposato in piena la causa risorgimentale che indicava nei piemontesi e nei garibaldini gli eroi e vedeva nel sud, briganti, delinquenti, ignoranti e vigliacchi.
Protagonista è l’alfiere Pino Lancia che dalla Sicilia a Gaeta combatte gli invasori. Egli combatte sin dall’inizio, con spirito di avventura e con convinzione, contro i garibaldini ed è certo della vittoria perché le truppe di cui dispongono i borbonici sono di gran lunga superiori a quelle degli avversari.
Dopo la prima vittoria egli può sposare una fanciulla romantica e bella e intanto prosegue la sua carriera e tutto sembra dover andare per il meglio anche se negli scontri i borbonici sistematicamente subiscono gravi perdite e vengono battuti dagli avversari. Egli sente che non è giusto che le cose vadano così ed avverte che forse la colpa non è delle truppe che si battono con valore ma piuttosto dei capi che non solo all’altezza del loro compito.
Ed è così che gradualmente e fatalmente Pino Lancia cade in una sorta di solitudine che lo tormenta anche perché la fidanzata lo abbandona nell’assurda convinzione che un vero eroe romantico deve battersi per l’unità d’Italia; di conseguenza, non sopporta l’idea che egli sia solo un ufficiale legittimista.
Le sorti delle battaglie sono poi favorevoli quasi sempre ai garibaldini e ciò determina nel protagonista un ulteriore senso di frustrazione.
Arriva inevitabilmente l’ultimo scontro e Pino è consapevole del fatto che la storia gli darà torto perché molta gente della sua parte ha tradito e chi non è passato apertamente con il nemico, spesso ha dimostrato debolezza, incapacità, passività, e ciò lo angustia.
Un nuova amore dolcissimo lo potrebbe davvero consolare e una ferita da guerra consiglierebbero al giovane di rientrare a Napoli. Egli è sinceramente tentato e raggiunge la città ma, quando la resa finale si fa vicina, preso dal desiderio del dovere e dal giuramento di fedeltà, lascia la città e si porta a Gaeta dove incontrerà la morte non prima di aver di aver lanciato una parola di affetto finanche verso i piemontesi e verso lo stesso Garibaldi.
Il romanzo presenta una scrittura sostenuta, anche se lineare e chiara, attraverso un periodare dall’andamento morbido e, per certi versi, addolcito. Non mancano elementi dialettali che vengono presentati per bocca dei personaggi più umili e vi sono ricche e dotte descrizioni condotte con gusto e linearità come si può notare sin dalle prime pagine:

“Il caldo era atroce e pioveva giù dal cielo bianco, abbacinato, saliva su dalla sassaie roventi; d’afa, d’ansito, di lezzo, di fumo era impastata l’aria che pesava fra le due schiere.
Erano a trenta passi e pareva si soffiassero, bocca a bocca, ventate d’odio bollente.
L’alfiere se lo sentiva sulle gote, sul collo, quell’ansito, quell’affanno, quell’odio corporeo senza parole, quel balbettio rauco di maledizioni scagliate da una parte all’atra del ripiano, col tanfo del cuoio impregnato di sudore, della lana bruciacchiata, dell’arsura.
E ogni tanto qualcuno cadeva, vicino, lontano, con uno sbatter di ferraglie. Il suono ribolliva nel suo cervello, liquido, senza rapprendersi, ché troppo ce ne voleva entrare. Il fragore, ora che avevan cominciato a sparare i due cannoni dalla cima del poggio era immenso. Pure nei radi momenti di tregua si udivano strepitare pe’ campi attorno le cicale”

L’autore sa raccontare riportando alla luce anche particolari e minuzie soprattutto quando si riferisce alle divise così come sa indicare elementi specifici del regolamento militare che hanno lo scopo di spingere il lettore a proiettarsi indietro nel tempo e a ricreare situazioni.
La ricerca storica è sempre in primo piano e suggerisce, dettando, pagine di realismo condotte sempre con modulazione ordinata e convincente e anche i personaggi si caricano di elementi connotativi che li pongono al di sopra e al di fuori da riferimenti limitati e chiusi.
I fatti non si svolgono quasi mai in maniera lineare perché coinvolgono sempre i sentimenti e quindi evidenziano dubbi, profonde crisi di coscienze, contrasti forti, posizioni anche di comodo e conseguentemente forme di compromessi che danno al romanzo consistenza e problematicità e lo rendono per questo anche più interessante come sottolinea Dino Satriano che scrive:
“Probabilmente, il carattere migliore del romanzo sta proprio nelle profonde contraddizioni in cui si trovano ad agire molti personaggi, a cominciare dallo stesso protagonista, l’alfiere Pino Lancia, che nell’animo è un liberale, ma una volta diventato ‘soldato del re’, il suo re borbonico, per scelta paterna impossibile da discutere, sente l’obbligo morale di restare al suo servizio fino alla fine.
Ci sono contrasti intimi, e altri ne creano le circostanze: padre Carmelo, che regge il filo religioso della storia (cui Alianello dà molto rilievo) ed è un frate siciliano del convento di Calatafimi, medita di mettersi al seguito di Garibaldi, ma si ritrova dopo varie peripezie sul continente e arruolato nei pressi di Latina come cappellano borbonico del reparto dei peggiori, cioè volontari ex galeotti, ex sbirri,sbandati e derelitti di ogni risma”.
Altre scelte saranno dettate da convenienze politiche come testimonia Tore Lo Russo che in Sicilia era agli ordini di Pino Lancia e combatte contro i garibaldini e poi diserta, quando il ministro degli interni scioglie l’apparato poliziesco, perché continuamente assaltato e messo in estrema difficoltà, e al suo posto offre il comando alla camorra.
In tal modo anche Lo Russo, che una volta era nel giro della malavita, diventa commissario come altri capi camorristi e dirige tranquillamente il rione di Montecalvario.
Ma accanto a situazioni fortemente contrastanti o furbescamente scelte per il proprio tornaconto, non mancano atti di eroismo autentici, e soprattutto il senso del rispetto per gli altri e l’attaccamento al proprio dovere e difesa ad oltranza come testimonia la chiusa del libro con la solitudine pensierosa di pino e con le parole di Franco:

“Solo era e solo sarebbe rimasto sempre… E il padre Carmelo non veniva!
Con quell’universo che gli dissolveva attorno anche le sue amicizie, i suoi affetti, se ne andavano, ché via glieli portava la separazione, la morte, l’ignoto.
Invocò Titina dal fondo dell’animo, ma neppure lei gli rispose, fantasma labile, dissolto in ricordo verso il cumulo di tanta angoscia. Era solo.
E allora ricordò le parole di fra Carmelo:’…ognuno ha dentro di sé Cristo e il proprio dovere e col Cristo dovrà vincere, e solo con Lui, il peccato del mondo.
Cos’era finito? Un governo, un regno, un’idea…Ma non il male del mondo, né la sua anima.
Balzò in piedi e s’appoggiò alla feritoia respirando forte. Dentro la casamatta era già tenebra fitta, ma fuori il giorno non era ancora tutto spento. E Cristo c’è. La sua anima gli restava e Dio e la sua lotta.
Con un guizzo il sole sprofondò nel mare e quell’aureola dorata stretta in un fascio di luce, salì sull’orizzonte e si diffuse sperdendosi nel cielo già pallido.
Nella sua branda Franco si scosse, si rigirò, annaspò un poco respirando forte e ripeté ancora:’Io non ho capitolato”.

Altro romanzo, ugualmente molto importante è: “L’eredità della priora”. Esce nel 1963 in un momento storico particolare per l’Italia, divisa fortemente tra un nord ricco e ancora sotto gli effetti del miracolo economico ed il mito della realizzazione di una società opulenta o almeno capace di consentire la conquista delle tre M (mestiere, moglie, macchina) e un sud sempre più abbandonato a se stesso e costretto dalle necessità più urgenti a ricorrere all’emigrazione di massa, all’abbandono delle campagne e allo spopolamento dei paesi.
La corsa affannosa verso il triangolo industriale e la mitizzazione di un benessere che al nord sembrava inarrestabile grazie alle fabbriche che promettevano un lavoro assai più leggero di quello dei campi, per certi versi riproponeva temi e questioni legati alla differenziazione e alla separazione netta del Paese e consentiva all’autore, in qualche modo, di risperimentare la storia dell’Ottocento e di rivivere, col romanzo in questione, i primi due anni dell’unità d’Italia con le contraddizioni e gli scontri, ma anche con una visione di partecipazione umana e religiosa e con una sorta di filo conduttore che tende al superamento delle difficoltà e delle barriere e ad una visione di vera e propria comunione.

Non c’è più in Alianello spirito polemico, rabbiosa voglia di far emergere le
ragioni del sud e di confermare la prepotenza dello stato piemontese nella guerra di conquista e non di liberazione, non c’è più il tono che è presente, per esempio nel lavoro “La conquista del sud” che evidenzia, anche troppo chiaramente il suo attacco al Nord, non c’è nulla di tutto questo, ma il tono tende a farsi placato se non tranquillo.
Il clima è totalmente diverso come le atmosfere che si vengono a creare. Lo scrittore fa filtrare i suoi sentimenti e sa tener conto della sua storia individuale.
Non va dimenticato che, se il nonno era stato ufficiale borbonico che aveva rifiutato di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele II, per la qual cosa si era ridotto, praticamente, in miseria, il padre era un ufficiale del nuovo stato, del regno d’Italia ed egli stesso non era riuscito a coronare il suo sogno, che era quello di indossare la divisa, a causa di una forte miopia che lo aveva visto escluso da un mondo che in qualche modo sentiva suo.
Ma non va nemmeno dimenticato che egli era scrittore cattolico tradizionale, ossia intimamente religioso e fornito di fede sicura, e libero da schematismi ideologici.
E mi pare abbia ragione Fausto Gianfranceschi quando scrive:
“Per un cattolico che si rivolge al mondo,vale innanzitutto l’esistenza individuale, qui e subito,per come la si accetta e la si vive. Pertanto, nell’atto di scrivere, Alianello definisce i ruoli guardando a come ognuno li impersona, vedendo ovunque, senza preconcetti, sia la virtù, sia la corruzione. Il principio di selezione etica trascende il calcolo del successo storico: gli uomini debbono svolgere il ruolo assegnato ad essi dal destino, anche se è contro la Storia, perché giudice è Dio e non la Storia”.
E a Gianfranceschi sembra far eco Giovanni Caserta quando scrive:
“Proprio questa amorosa comprensione per vinti e vincitori, e questa capacità di sentirli ugualmente uomini, cioè grumo di sogni e aspirazioni, è quel che segna la rievocazione degli eventi che si svilupparono nell’Italia meridionale, e in gran parte della terra di Basilicata, tra la primavera del 1861 e la primavera del 1962. Il romanzo, movendosi tra l’epico e l’elegiaco, segna il trionfo della migliore poesia cattolica, che raccoglie i suoi frutti più interessanti, quando sa collocarsi da un punto di vista superiore, affettuoso e comprensivo, risolvendo tutte le divisioni e le rivalità”.
Il senso della pietà presente dovunque e tocca in alcuni punti momenti significativi come in occasione della morte di Maria Palumba, la vedova contadina che si sacrifica per Ugo Navarra, l’intellettuale che impara dalla contadina il valore della fede e il significato della religione fino al punto che mentre i carabinieri sparano su di lui, egli recita ad alta voce l’Ave Maria:

“Subito gli ritornò addosso Dio. E’ naturale che chi è stato per tanti anni buon cristiano si rivolga nel pericolo a Dio. Presto! Presto, Gesù! Perché forse non ha più tempo davanti a sé… Bisogna riconciliarsi con Dio, ché gli permetta di portare con sé un’altra Maria Palumba, quella vera, quella pietosa, amata d’amore…
S’inginocchiò per sé e per Maria Palumba che ancora ha bisogno,bisogno di vita, dove sta, e lui gliene può dare un poco nell’animo suo, solo sela rivede ancora una volta dentro la mente, com’era quando si chinava su di lui e gli porgeva da bere e gli posava le mani fresche sulla fronte. Solo pregando spera che quella donna peccatrice sia viva ancora, fuori dai desideri della carne… Allora si levò in piedi e giunse le mani; la preghiera gli venne naturale, come una polla di sorgente. Pregò a voce alta:’Ave o Maria, piena di grazia, il Signore è conte.Benedetta fra le donne…’
Sentì ruzzolare un sasso proprio dietro di sé e un virgulto spezzarsi:’e benedetto il frutto del tuo ventre, Gesù…’
Subito gli arrivò lo scatto di un moschetto che s’armava. Non volle voltarsi; ormai per lui non c’era più scampo e però alzò ancora la voce:’Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori…’
Gli spararono in tre o quattro insieme, ed erano carabinieri”.

I personaggi, quasi senza distinzione alcuna, pur nelle peculiarità di ciascuno, sono calati nel dato reale ma al tempo stesso sembrano fuori dal tempo, per il loro essere sognatori e romantici e per l’inevitabile e prevedibile sconfitta.
In un modo o nell’altro i sogni di tutti crollano e questo vale per il barone Andrea Guarna, per l’intellettuale Ugo Navarra, per la contadina Maria Palumba e finanche per la serva di una casa di nobili. Il crollo dei sogni e delle ideologie sembra l’elemento dominante e comune a tutti e indipendentemente dalle aspettative di ciascuno.
Va detto poi che quasi tutti i personaggi provengono dalla Basilicata, terra che assurge a livello di purezza e di incontaminazione.
Il romanzo si avvale di un linguaggio robusto e sostenuto capace di piegarsi, tuttavia, alle situazioni ed ai personaggi e quindi di riproporre in forma dialettale i dialoghi con resa piacevole oltre che credibile e con efficacia per la rapidità delle parti dialogative e conversative. Si tratta di un mescolamento,non confusionario ma voluto di forme dialettali nelle quali non mancano elementi di napoletanità, qualche termine piemontese e francese su una sorta di base meridionale e lucana:

“Don Ciccio era prosaico; mentre diluviava, senza alzare il capo dal piatto, chiese:’E dopo che ci sta?’
‘Salsicce,’ annunziò il gobbo, con una nocetta di grillo trionfante.
‘E appresso?’
‘Caciocavallo,butirri, nocelle, mandorle…’
‘E niente chiù?? E allora… che mangiata e mangiata è chesta!’ protesto don Ciccio, amatore famoso della buona tavola. ‘Tu chiamalo spuntino, merendella! Nu saucicchio e bona sera!’
Don Totonno mazza s’era fatto scuro. S’aderse in tutta la sua statura così che venne ad occupare con l’onere della pancia buona parte del tavolo, protestando: ‘Commendatò, vui pazziate? Avete assaggiate mai le salcicce mie? Ve ne siete mai reso conto? Quelle sono il biggiù delle salcicce! Lu saucicchio con la cerasela e l’oliva è la base di tutte cose…Ma che ci sta attorno! Si ve mangiate nu saucicchio r’o mio, vi tenete la pancia piena, comoda, riposata… Na panza signora…Ma mò stu miracolo l’avita veré cu l’uocchie vuoste…’”

Come si può notare il linguaggio muta repentinamente e sale di tono e di qualità quando a parlare è lo scrittore che punta ad una sorta di sogno globale nel quale gli uomini possono eliminare rivalità e fazioni per porsi sul un piano di sostanziale rispetto ed uguaglianza.
Altro libro importante è “Soldati del re”.
Il quadro di fondo è ancora una volta costituito dai fatti straordinari della rivoluzione napoletana liberale del 1848.
I protagonisti sono: una ballerina, un ufficiale dei lancieri, un’attrice drammatica, uno studente in legge e un povero cafone. Essi, curiosamente si ritrovano insieme a vivere nella confusione del momento, tra spari e scontri tra le opposte barricate, una sorta di piccola epopea. Si tratta di gente semplice e al di fuori dei circuiti della grande storia. Ciascuno a suo modo, per volontà dello scrittore è alfiere dei propri ideali e tutti, a modo loro sono con i re.
Son tutti personaggi trattati con molta delicatezza dall’autore che nutre verso gli stessi un atteggiamento di indulgenza e di affetto e per tutti basterebbe considerarne uno, anche scelto a caso, che in qualche modo diventa emblematico della situazione e del clima nel quale è calato.
Val la pena di ricordare la figura di Rocco Sminuzzo che compare nella terza parte del libro. E’un fuciliere ma ancora matricola e quindi deve imparare il regolamento che il caporale gli ripete in maniera monotona e quasi canzonandolo. E il fuciliere fa il suo dovere nel modo più semplice e più scrupoloso possibile. Incontra tre giovani e diventa oggetto del loro gratuito scherno. Egli sopporta pazientemente ma è anche deciso a far rispettare le regole e dopo averli messi in guardia ed ordinato loro di andare via ed aver tergiversato a lungo in mezzo ad una piccola folla di curiosi, messo alle strette è costretto suo malgrado a sparare, prima di stramazzare a terra egli stesso, colpito a sua volta:

“Rocco non capì, ma intese che insultava la Vergine, la mamma sua grande. E allora irrigidì le spalle, gonfiò il petto. Tutto nella mente sua si discioglieva, tutto mutava; via il prevosto, via il caporale, via persino al ragazza dalla bocca rossa e lo studente.Ma uno sfavillare potente di luci, uno squillare di trombe. Una fiamma, e un trono; quasi la macchina dove al suo paese portano quella bella Vergine, il giorno della festa. E in cima ci sta Lei, mite e possente, in una cerchia di raggi d’oro e d’angeli. E poi tamburi, pifferi e stendardi. Sotto l’insulto l’anima reagiva inebriandosi.
Comandò alto:’Scioglietevi o sparo!’.
Dalla folla – già empivano la strada adesso, e le donne e i bambini erano spariti – esplose un turbine d’insulti:’Boia! Venduto! Camorrista!’ Lo studente si fece sotto, petto a petto:’Non li vuoi i tre ducati? Allora tiè! Tre ducati e mezzo sigaro!’ e gli gettò in faccia quel mozzone che aveva tenuto sino allora in bocca lui, maciullandolo fra i denti.
Rocco Sminuzzo chiuse gli occhi un istante, ma neppure torse il viso. Invece con quanto fiato aveva in corpo gridò:’Alla guardia!’. E fu un grido potente e sicuro. Poi fece un passo indietro e sparò.
Mentre lo studente cadeva girando su se stesso, s’udì un altro colpo, poi un altro ancora. E anche il fuciliere cascò. Dalla tunica aperta sul petto gli usciva lo scapolare della Madonna del Carmine e un po’ di sangue lo teneva incollato su quella P, quasi un braccio di traverso, come una croce. Intanto accorrevano i soldati della guardia vociando”.

L’episodio si chiude così, con la stessa naturalezza con la quale ha preso avvio e l’autore non interviene assolutamente né per esprimere giudizi, né per tentare una qualche forma di giustificazione. Lascia che sia il lettore a farsi una sua convinzione personale tanto relativamente al singolo episodio quanto a tutta la storia che alla fine vede lo scontro tra persone al di la dei segni dell’appartenenza.

Storia completamente diversa è il romanzo “Nascita di Eva”. Dello stesso si può leggere in seconda di copertina:

“La Bibbia prima e la pittura poi ci hanno consegnato l’immagine di un a Eva-simbolo, di un personaggio che pronunzia le poche parole e compie soltanto i gesti in virtù dei quali diverrà uno dei cardini della storia dell’uomo. Una protagonista di eventi unici, lontana tuttavia da nostro sentire, affidato com’è sempre e soltanto al mistero della sete di conoscenza, alla ‘caduta’, al primo peccato. Ecco adesso che questa figura simbolica si muove, prende vita sotto i nostri occhi, diventa una creatura di sangue e di carne: una donna audace e timida, crudele e amorosa, intelligente, avida di vita e folgorata dal dramma del vivere.
L’Eva delle prime pagine del romanzo è appena uscita dall’Eden: è adulta d’ingegno e di corpo, ma finora non ha conosciuto che l’assoluto, il Bene o il Peccato. Soffrirà dolori fisici e patimenti morali, vivrà il peccato di saziare nuovi appetiti e affronterà le tremende privazioni, la sua mente sarà travagliata dai dubbi”.

Il romanzo risulta scritto in forma decisamente chiara ed è godibile perché immediatamente genera nel lettore il senso della curiosità, proiettandolo in un tempo lontanissimo e non ben definibile e conducendolo gradualmente alla scoperta che la nostra progenitrice sarà costretta a fare.
Fin dall’inizio sulla donna e sul suo uomo incombe il senso della punizione divina ma non come terribile conseguenza.
Il libro si apre con il girovagare apparentemente senza senso e senza meta dei due che scoprono i fenomeni della natura nella loro potenza e prepotenza ma anche negli aspetti più belli; accade di tutto o quasi e, con grande meraviglia Eva scopre sensazioni nuove, non tutte piacevoli, anzi. Ma quello che la sorprende e un po’ la sgomenta e la sua capacità di sperimentare su se stessa e nel suo animo impressioni che risultando solo sue e che non corrispondono sempre a quelle di Adamo.
Esce fuori così il senso della originale incomunicabilità che caratterizza l’identità dell’uomo. E si può cogliere l’emozione di Eva:

“Da un pezzo lui pensava alle bestie, da quando s’erano sciolti dal bene e s’erano messi a camminare.
Eva s’azzittì, ma subito quel po’ di bosco le parve pieno d’artigli e di denti, di tonfi, di scricchiolii, di ansiti; lo svolazzare di un pipistrello che rientrava al suo buco le strappò un grido acuto che spaventò la bestia; quelle ali frangiate che si staccavano nette contro la chiarità d’una luna incerta, s’agitarono frenetiche e si persero d’improvviso nel buio… Lei non voleva sapere quello che avevano fatto, ché anzi la sua mente negava a se medesima di saperlo. E’ accaduta una cosa che è come uno strappo nel tempo, un buco nero dove non c’è nulla e nulla ci deve essere. Perché il suo uomo voleva ricordarla? Allora nel pensiero quel senso di desolazione vaga si raggrumò e le parole una appresso all’altra le si condensarono in fila: dunque lei e lui non pensano le cose nel medesimo modo, dunque c’è una scissione nella mente. Rabbrividì: intanto le nuvole avevano ricoperto ancora quel barlume di luna”

Ma Carlo Alianello è anche autore di altri lavori tra i quali dobbiamo sicuramente ricordare il romanzo “Maria e i suoi fratelli” del 1955, “Il mago deluso” del 1947 e ancorale due commedie dal titolo “Teatro codino” del 1965. Pure valido risulta il racconto per ragazzi “Il galletto rosso” e certamente non all’altezza dei migliori lavori è “L’inghippo” che pure ricevette il premio “Lo Specchio”.
Capace di aprirsi ad altre esperienze culturali e letterarie, Carlo Alianello si impone per il suo modo di narrare estremamente ordinato, nel solco della buona tradizione e diventa un punto di riferimento per quanto vogliono interrogare la storia in controluce e cioè contro gli automatismi e il riferimento scontato che vede sempre la condanna dei perdenti e forse, in questa prospettiva andrebbe ancora riletto e rimeditato per una valorizzazione piena della sua opera.

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