>L’ UNITA’ TRUFFALDINA (2)

>

di

NICOLA ZITARA

1.2 L’argomento che mi accingo a trattare credo sia ostico per il comune lettore. Io invece vorrei farmi capire da tutti. Perciò, in aiuto a chi incontra per la prima volta l’argomento, inserisco qui di seguito qualche annotazione di storia economica. L’informato può tranquillamente saltare le genericità.

Dopo i secoli bui delle scorrerie barbariche e dello scontro tra bizantini e barbari, la colonizzazione araba della Sicilia riportò sui territori regrediti dell’Italia peninsulare gli elementi della tecnologia, della cultura e dello scambio mercantile elaborati nell’età classica. A partire da Palermo e passando per Napoli, Amalfi, Salerno, la penisola cominciò il suo faticoso ma brillante ri-nascimento. Già nel XII secolo Milano, Venezia, Genova, Firenze, Roma erano di nuovo al centro delle nazioni europee ab antiquo civilizzate da Roma, le quali, nonostante avessero cambiato il nome nel corso del Medioevo, conservano elementi della loro antica condizione. Nell’Europa feudale, che andava assumendo un suo proprio volto, di nuovi inseriti ci furono soltanto quei Germani responsabili di aver portato indietro l’Occidente mediterraneo di tremila anni, e il piccolo gruppo nazionale dei Normanni.

Agli albori della rinascita italiana, la Chiesa Romana, al fine di conservare la propria indipendenza, impose la divisione della Penisola in due aree politiche: un’area frantumata in signorie regionali e municipi al nord di Roma; al Sud un regno unitario destinato a far da dado militare, a volte francese a volte spagnolo, da giocare contro l’eventuale emergere di una potenza nazionale italiana. Roma e le province adiacenti, lo Stato di San Pietro, saranno implicitamente difese dalla non convergenza politica tra Sud e Nord.

Intorno al 1000, il contadino occidentale a stento riusce a produrre il minimo necessario per sopravvivere. Il rapporto percentuale tra chi può non lavorare la terra e il numero dei contadini impegnati nella produzione di alimenti sta sotto l’un per cento. Solo in Sicilia e in qualche altro luogo del Sud – e solo fino all’arrivo degli angioini – detto rapporto potrebbe essere stato migliore; cosa attestata dalla presenza di realtà urbane – Palermo in testa – che fanno da parametro civile per l’Europa barbarica. Nei secoli successivi, i paesi occidentali transitarono dalla servitù della gleba, dal tributo signorile allo scambio monetario, alla libertà greco-romana di vendere le eccedenze agricole e il tempo di lavoro, alla proprietà piena ed esclusiva dei beni mobili, compreso il danaro, e dei beni immobili; facoltà tipiche del diritto quiritario, le quali indirettamente attestano che, nel rapporto statistico tra contadini e non contadini, il dividendo si andava abbassando e la produttività del lavoro innalzando. L’esperienza storica insegna che questo risultato va assegnato a pari merito alle migliorie colturali e alla produzione di manufatti; progressi che a noi sembrano appartenere alla preistoria, ma che, poi, tanto lontani non sono.

La maggior produttività del lavoro ci dovrebbe mostrare un significativo cambiamento nell’esistenza materiale e morale del contadino, ma ciò non avvenne nei fatti. Infatti, se il potere del re-Stato va sottomettendo il feudatario-dux nell’esercizio del potere politico e militare, in compenso i signori terrieri resuscitano un’altra e più antica legittimazione, quella del restaurato diritto romano di proprietà e da questa cattedra rincarano l’esazione delle rendite. E ciò mantenne il contadino in una condizione di crudele povertà. Tecnicamente, l’erario statale e i padroni estraevano surplus da astinenza dai produttori agricoli. Detto surplus passava dalle mani del re e dei redditieri a quelle dei mercanti, che lo trasformavano in accumulazione primaria. I loro affari ri-nascimentavano divenendo sempre più moderni e proficui.

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