>PALESTINA – LA PACE VISTA DAL CARCERE

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Importante intervista per capire qualcosa in più e andare oltre
quello che dicono i nostri telegiornali formato “novella 2002”

di
Gigi Riva.

Intervista intervista con Marwan Barghouti realizzata dal
settimanale L’Espresso del 10 gennaio.

Niente. Israele non fa niente per incoraggiare il processo di pace. E
un simile atteggiamento può annullare gli effetti del “passettino” che
si è compiuto con la Conferenza di Annapolis. Marwan Barghouti, il
leader palestinese di gran lunga più popolare tra la sua gente, lancia
l’allarme sul possibile, ennesimo fallimento dell’ennesimo piano di
pace. Le parole escono dal carcere israeliano dove è detenuto e
vogliono arrivare, idealmente, alle orecchie di George Bush, l’uomo
che ha speso il proprio prestigio per riavviare le trattative e che in
questi giorni è impegnato nel suo viaggio in Medio Oriente, il primo
in Israele e in Palestina. In questa intervista a ‘L’espresso’,
Barghouti disegna, punto per punto, quelle che per lui sono le
condizioni minime per arrivare a un accordo. Invita Hamas a
riconsegnare il potere a Gaza nelle mani di Abu Mazen. Racconta, nei
dettagli, anche la sua giornata in galera. E confida la speranza che
la sua detenzione finisca presto.

Marwan Barghouti, crede davvero possibile la pace entro il 2008 come
ha auspicato alla Conferenza di Annapolis il presidente Bush?
“Mi dispiace constatare che Israele non abbia avviato alcuna procedura
che dia sostegno e fiducia ai palestinesi, che li incoraggi ad
appoggiare la conferenza di Annapolis. Non è stato rimosso alcuno dei
623 sbarramenti che interessano oltre seimila chilometri quadrati di
territorio. Una cosa simile non esiste in nessun altra parte della
Terra. Tutto questo porta a sofferenza, tortura ed umiliazione.
Israele non ha rilasciato un numero consistente di prigionieri, ma
soltanto 400 persone che avevano terminato di scontare la pena o a cui
mancavano pochi mesi. Nelle carceri israeliane vi sono undicimila
prigionieri. Inoltre Israele ogni giorno cattura 300-400 palestinesi.
Comunque ad Annapolis un passo, anche se piccolissimo, è stato fatto e
questo dà rilevanza internazionale alla causa palestinese. Ma questa
strada è lunga, difficile e piena di ostacoli. L’accordo entro il 2008
sarebbe possibile se il governo israeliano riuscisse a prendere delle
decisioni coraggiose, come porre fine all’occupazione. Sembra però che
l’atteggiamento del governo israeliano non vada verso questa
direzione. Ad ogni modo i palestinesi faranno tutto il possibile
affinché le trattative abbiano successo, anche se deboli sono le loro
speranze”.

Svisceriamo i nodi del contendere. Qual è la soluzione accettabile per
Gerusalemme?
“C’è solo un’unica soluzione: il ritiro da Gerusalemme orientale,
occupata da Israele nel 1967, perché diventi la capitale di uno Stato
palestinese indipendente e democratico. Dopo il ritiro di Israele,
Gerusalemme diverrà la capitale dello Stato palestinese, sarà simbolo
di pace. Lo Stato sarà garante dei diritti delle tre religioni
monoteiste”.

Ritorno dei profughi. Secondo le stime sono 4 milioni. È pensabile
possano tornare tutti, alterando in modo irrevocabile la composizione
etnica dello Stato ebraico?
“Israele, al momento della proclamazione del suo Stato, ha espulso
centinaia di migliaia di abitanti dal proprio paese, ha distrutto
centinaia di villaggi e città, ha costretto i palestinesi a vivere in
uno dei più grandi accampamenti di profughi e per un tempo così lungo
che non vi è pari nella storia moderna. Noi tutti continuiamo a
chiedere l’applicazione della Risoluzione 194 dell’Onu, relativa ai
profughi palestinesi, ai loro diritti di tornare nelle loro case ed al
risarcimento dei danni”.

Accettereste l’ipotesi di scambi territoriali per garantire
l’omogeneità etnica nei due Stati, Israele e Palestina?
“I territori occupati nel 1967 rappresentano solo il 22 per cento
della Palestina storica. Nonostante questo, abbiamo accettato di
fondare lo Stato in quell’esiguo territorio, vicino allo Stato di
Israele. Quando Israele deciderà il ritiro completo e riconoscerà i
diritti del popolo palestinese allora si potrà trattare su
qualsivoglia idea e progetto”.

Come si può dividere un bene come l’acqua?
“Dall’inizio dell’occupazione Israele ha avuto il controllo completo
di tutte le risorse idriche in Cisgiordania e a Gaza. Ha destinato ai
palestinesi una quantità di acqua pari ad un decimo di quella che
ricevono gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi. La
carenza di acqua, comporta naturalmente un forte danno sia per l’uso
comune sia per l’uso industriale. Per poter scavare un pozzo è
necessario richiedere un permesso alle autorità israeliane. In città
come Betlemme, l’acqua arriva ogni dieci giorni. Israele deve lasciare
le fonti, le sorgenti principali ed i bacini presenti in Cisgiordania
ai legittimi proprietari, i palestinesi, i quali potranno cooperare
riguardo le risorse idriche sulla base delle norme internazionali”.

Pensa che Abu Mazen e Olmert siano in grado di trovare quel
compromesso che non riuscì a personaggi come Sharon e Arafat?
“Olmert è sostenuto da una grande maggioranza, cosa che nessuno tra i
leader che lo hanno preceduto ha avuto mai; se prendesse una decisione
storica, riguardo la pace e la fine dell’occupazione, senza dubbio
riceverebbe il consenso di una vasta parte del popolo israeliano. Ha
davanti una grande occasione, ma se si lasciasse prendere dalla paura
e dal dubbio non arriverebbe ad alcun risultato. Riguardo ad Abu
Mazen, egli è il Presidente eletto dal popolo palestinese. Inoltre,
sulla base di un atto firmato da tutte le fazioni, ha il diritto di
trattare sui prigionieri in Israele. Dovrà trovare una soluzione
definitiva a questo problema. Qualunque accordo raggiunto verrà poi
sottoposto ad un referendum popolare. Ad ogni modo, Abu Mazen, ha la
fiducia dei palestinesi su questo punto”.

Qual è il ruolo della Siria nei negoziati?
“La Siria, le cui alture del Golan sono state occupate nel 1967, ha un
ruolo fondamentale nella lotta arabo-israeliana. È ritenuta importante
per la regione la sua partecipazione alla conferenza di Annapolis, ed
ancora prima alla conferenza di Madrid. Il suo impegno è sincero. Non
si può ignorare il suo appello per la pace in Medio Oriente. Il suo è
un forte appoggio alla causa palestinese”.

Se i negoziati falliranno cosa succederà? La fine della speranza
produrrà lo scoppio di una Terza Intifada? In quel caso, che Intifada
sarà?
“Nel caso le trattative dovessero fallire, si prolungherebbero la
conflittualità, il dolore e la sofferenza dei due popoli. In
particolare il popolo palestinese, non rinuncerà mai ai suoi diritti
inalienabili, malgrado la forte sofferenza. Ripartiranno i movimenti e
le lotte popolari su larga scala contro l’occupante”.

Stando ai sondaggi, il Likud di Netanyahu vincerà le prossime elezioni
in Israele. Sarà possibile fare la pace anche con lui?
“Abu Mazen ha annunciato che dialogherà con il governo israeliano
eletto dal popolo. Ogni governo israeliano, indipendentemente da chi
lo guidi, non avrà sicurezza e pace mantenendo l’occupazione e gli
insediamenti. Netanyahu si è ritirato dalla Galilea firmando l’accordo
di Way River. Prima o poi, qualunque governo israeliano sentirà
l’obbligo di riconoscere i diritti dei palestinesi. Lo stesso Sharon,
che con le sue azioni di odio è stato molto ostile nei confronti dei
palestinesi, è stato obbligato a ritirarsi da Gaza e diminuire gli
insediamenti, grazie alla lotta dura dei palestinesi”.

Passiamo alla parte palestinese. Qual è la sua soluzione per il
problema di Gaza?
“Hamas, col controllo militare su Gaza, ha commesso un errore
strategico, si è messo in trappola e ha trascinato il movimento
palestinese in una crisi senza precedenti. Tutto questo va a favore di
Israele e indebolisce i palestinesi. Hamas deve lasciare il controllo
di Gaza e consegnare il potere ad Abu Mazen, restituire tutti i beni
ai legittimi proprietari e avviare le procedure per le elezioni
politiche e presidenziali affinché si possano eleggere i membri del
Consiglio Nazionale Palestinese nel 2008. L’augurio è che Hamas si
impegni assieme a tutti i partiti e le fazioni a rispettare la
costituzione provvisoria, rinunci alla violenza per risolvere i
problemi interni e rispetti il principio democratico. Solo se
rispetterà queste condzioni, si potrà poi avviare un dialogo
strategico a largo raggio”.

Quali sono i rapporti, in carcere, tra detenuti di Fatah e di Hamas?
“La maggior parte dei prigionieri, circa 5.000, appartengono a Fatah.
Dei restanti circa 2.500 appartengono ad Hamas, 1.300 ai movimenti
della Jihad Islamica, 700 alla Sinistra palestinese e oltre 1.000 sono
funzionari pubblici. Questi prigionieri si trovano in diversi campi, e
tra di loro hanno stabilito buoni rapporti sotto tutti gli aspetti. Si
discute, si dialoga e si esprimono pensieri sulla via da seguire per
conseguire l’unità del nostro popolo”.

Perché Fatah non è in grado di organizzare il congresso molte volte
annunciato e mai alla fine celebrato?
“Dispiace che i vertici di Fatah non abbiano fatto molto per convocare
la conferenza generale del movimento, che non viene convocata da venti
anni. I vertici fanno finta di non sentire, dal momento che il
movimento ha subito due scosse forti, la perdita delle elezioni ed il
crollo del potere a Gaza. È iniziata solo ora la preparazione in varie
regioni per la convocazione di una conferenza di Fatah. Ieri è stata
la volta di Jenin, poi si proseguirà in altre regioni per arrivare, ci
si augura, alla convocazione della conferenza nel 2008. Ci sarà senza
dubbio l’elezione di un nuovo leader. Tutto questo deve avvenire prima
delle elezioni del Consiglio nazionale all’Olp”.

Come sono le sue condizioni in prigione? Come trascorre le giornate?
“Dopo la mia cattura, avvenuta in modo duro e violento, sono stato
sottoposto per mesi ad interrogatori in condizioni molto pesanti e per
me umilianti. Ho trascorso tre anni da solo in una piccola cella di
isolamento dove mancavano i requisiti minimi per condurre una degna
vita umana. Attualmente vivo in una piccola cella assieme a due
prigionieri. I colloqui con i parenti sono proibiti. Non voglio poi
parlare della situazione igienico-sanitaria. Nel 2007, sono morti 5
prigionieri. Ogni giorno la sveglia è alle ore 6,15, l’orario scandito
dai carcerieri; alle ore 7,30 usciamo su un piccolo corridoio
sovrastato da tubi di ferro e con muri di cemento molto alti. Sembra
di camminare all’interno di un pozzo profondo. In questo modo facciamo
un po’ di ginnastica. Si rientra in cella alle ore 10.00. Alle ore
10,30 si ricomincia la conta. Ogni giorno acquisto e leggo tre
giornali in lingua ebraica. Nel pomeriggio si esce nel cortile dove
incontro altri prigionieri. Nel complesso leggo sei ore al giorno.
Storie arabe e internazionali, libri di cultura, di politica ed altro,
anche libri di affari israeliani. Seguo le notizie del telegiornale e
i programmi tv”.

Di tanto in tanto si parla della sua liberazione? Ci crede?
“Da quando sono stato arrestato sento parlare, attraverso gli organi
di informazione, del mio rilascio ma, fino ad ora, sono ancora dentro.
Sono certo che tutti i prigionieri usciranno dalle carceri di Israele
e che il tentativo di Israele di piegare la nostra volontà è fallito.
Mi auguro di essere liberato presto”.

Come vede il suo futuro personale e quello del suo popolo? È ottimista
o pessimista?
“Il mio futuro è legato al futuro del mio popolo. Ho combattuto per
questo. Sono orgoglioso di appartenere a questo popolo, che ha
dimostrato di avere grande pazienza e che, malgrado le umiliazioni e
le sofferenze, continuerà il sacrificio per arrivare ad ottenere i
suoi diritti. A me interessa la libertà del mio popolo che è la stessa
mia libertà. Io sono ottimista. Credo che la fine dell’occupazione,
oggi in fase di tramonto, avverrà presto, in quanto non ha più la
forza per continuare dopo quaranta anni. La nostra fermezza viene
appoggiata dalla solidarietà internazionale e dai popoli liberi. Alla
fine avremo il nostro Stato con libertà di opinione, vari partiti e
una società con pari diritti fra uomini e donne. Io credo che l’ultimo
giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace tra i due
popoli, israeliano e palestinese. Gli israeliani, non avranno mai pace
e sicurezza se c’è l’occupazione”.

Traduzione di S. L. Gawhary
(10 gennaio 2008)

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2 commenti su “>PALESTINA – LA PACE VISTA DAL CARCERE”


  1. >Ciao, sono Andrea del blog Civitaweb.Ho creato un nuovo blog che unisce la mia passione fotografica con quella di scrivere temi d’attualità con il mio punto di vista…ti volevo chiedere se accetti uno scambio link anche con il nuovo blog!Terra Mariquewww.terra-marique.netgrazie e buona giornata


  2. >PARCO DELLA PACE VENT’ANNI DOPO: LA MANIFESTAZIONE DI RILANCIOMartedì 17 Giugno 2008, nel 13° anniversario della disfatta dei nemici dell’umanità, in commemorazione del più importante evento culturale della storia umana tenutosi in Piazza Irnerio a Milano il 17 Giugno 1995, si terrà una manifestazione in Via delle Forze Armate per rioccupare vent’anni dopo il Parco della Pace.Con calma, spieghiamo tutto bene come al solito altrimenti si fa casino.Per sapere di più sulla dinamica dei giardinetti per l’infanzia di Piazza Irnerio clicca su giardinetti.Dietro la caserma Perrucchetti a Baggio in Viale Forze Armate c’è un vasto poligono militare in piena città, senza alberi, lasciato in balia del degrado e di presunte esercitazioni militari che non vengono mai fatte e che comunque in città sono vietate da precisi accordi internazionali.Vent’anni fa, nella primavera del 1988, con un gruppo di miei amici occupai un’area militare operativa, il poligono di Baggio. Per la prima volta in Italia venne occupata un’area militare operativa… ( Continua con foto….)comitati-autonomi.blogspot.com/2008/06/parco-della-pace-ventanni-dopo-la.html


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