>LIBERATE BARGHOUTI

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Un altro importante tassello per capire qualcosa di più
dal corriere della sera del 17/01/2008

Le mappe nel piccolo ufficio disegnano le aree dove ha manovrato per vent’anni, battaglie e raid militari. Adesso i rossi e i blu illustrano missioni umanitarie, villaggi dove si potrebbe eliminare qualche posto di blocco. Sono le stesse barriere che Ilan Paz ha voluto, prima di andarsene in pensione. Generale della riserva suona strano per un uomo di 47 anni, che si alza in piedi e sembra un cavo d’acciaio, appena uscito dall’addestramento nella Shayetet 13, i commando della Marina, dove ha cominciato nel 1978.
Una vita da militare, una pensione da pacifista. I palestinesi lo hanno chiamato «Mr Occupazione», dal 2002 al 2005 ha guidato l’Amministrazione civile in Cisgiordania, prima è stato il comandante della brigata più grande nei Territori, quella di Ramallah. «Uno che sa un paio di cose su come si combattono i terroristi », scrive il quotidiano liberal
Haaretz. Uno che ora vuole far liberare gli uomini che ha arrestato, «perché senza risolvere la questione dei prigionieri non ci può essere un accordo di pace».
La voce resta tranquilla anche quando nomina la cattura più importante, quella di Marwan Barghouti nell’aprile del 2002. «Ci avevamo provato per mesi. Quando ho ricevuto l’ordine con la posizione del covo, non mi sono fermato a pensare, la decisione di arrestarlo non era una mia responsabilità ».
I cecchini sono piazzati sui tetti e i soldati della brigata Binyamin posizionati attorno al nascondiglio di Ramallah. Ilan Paz usa il megafono per allontanare donne, vecchi e bambini. La seconda chiamata è per Barghouti. Dalla casa viene fuori a mani in alto il nipote Ahmed, tenta una bugia diversiva: «Marwan era con me, è fuggito. E’ inutile che andiate dentro: c’è solo un’anziana che non può muoversi». Dentro ci va Paz in persona, esce con il ricercato numero uno e dice «abbiamo preso il micione ».
«Ho cercato di tranquillizzarlo, di spiegarli che non l’avremmo ucciso», racconta. «Gli ho dato dell’acqua e gli ho detto: “Sappiamo che capisci l’ebraico, bevi e stai calmo”. Da allora non ci siamo più visti o parlati». Nell’ultimo anno ha parlato con altri leader palestinesi, capi delle fazioni che come Barghouti — condannato a cinque ergastoli — in carcere hanno guadagnato potere. Assieme a Hisham Abdel Razeq (54 anni, un terzo passati in prigione) e Ibraim Salameh, ex consigliere del ministro degli Interni, il generale della riserva ha preparato un piano per il rilascio graduale dei prigionieri, da far procedere in parallelo con un cessate il fuoco e i negoziati di pace.
Le sedici sezioni del documento sono state presentate a Ehud Olmert, premier israeliano, e ad Abu Mazen, presidente palestinese. Olmert ha voluto una commissione, guidata dal fedelissimo Haim Ramon, per provare a ridiscutere la definizione di detenuti «con il sangue sulle mani» e per prepararsi a uno scambio di prigionieri con Hamas. «Se non includono questi carcerati — spiega Paz — non è possibile pensare di arrivare a un accordo per la liberazione di Gilad Shalit (il caporale dell’esercito israeliano rapito nel giugno del 2006, ndr). L’espressione «con il sangue sulle mani» non gli piace. «E’ irrilevante. Sono stati condannati dai giudici, che hanno preso in considerazione tutti gli elementi. Perché dobbiamo aggiungere nuovi criteri o parole? Ci sono molte emozioni coinvolte. E’ difficile per le famiglie i cui bambini sono stati uccisi accettare una decisione che lasci andare gli assassini. Ma abbiamo la responsabilità di evitare nuovo sangue».
Barghouti, il leader palestinese più popolare, è il simbolo del suo piano. Ilan Paz è convinto che da solo non possa bastare («vanno scarcerati anche gli altri»). «La leadership dei prigionieri è accettata da tutti i palestinesi. Non esiste un'” istituzione”, ufficiale o meno, che abbia la stessa influenza. Va coinvolta nelle trattative». Il progetto fa gli esempi di Jibril Rajoub, Mohammed Dahlan, Fares Qadura: «In cella assorbono i valori della democrazia, studiano la storia e imparano l’ebraico. Una volta fuori, spingono per il cambiamento nella società palestinese».
Abdel-Razeq è pronto a scommettere che Abu Mazen non accetterà mai un trattato di pace senza il rilascio dei prigionieri. Ricorda un incontro a Gaza con Yasser Arafat, dopo gli accordi di Oslo. «Gli chiedemmo: “Come puoi firmare un documento che lascia indietro i tuoi soldati feriti sul campo?” ».

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