>LA STORIA DI UN UOMO GIUSTO.

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di Simona Casalini

Questa è la storia di un Uomo Giusto; nel marzo ´55 l´Unione delle Comunità israelitiche italiane così gli scriveva in una lettera: «La ringraziamo perché col suo fermo atteggiamento riuscì a salvare centinaia di ebrei, interpretando le inique disposizioni razziali con nobile e umana sensibilità, collaborando con le organizzazioni ebraiche, noncurante delle conseguenze che tale atteggiamento addensava sulla sua posizione e sulla sua stessa vita». Questa è la storia ancora poco conosciuta, o forse poco ricordata, di un signore non qualunque che si chiamava Angelo De Fiore, funzionario di polizia per una vita, morto nel ´69, tra i primissimi in Italia ad ottenere nel 1966 (pratica n° 0334) il riconoscimento dei Giusti di Israele, il suo nome scolpito nelle stele della collina degli ulivi, nel più grande monumento dedicato alla Shoa.

Era romano di origini calabresi(nato a Rota Greca CS), personaggio schivo, curato nel vestire, uno dei pochissimi funzionari della questura non epurato dopo la caduta del fascismo. Altra fine fece l´allora questore di Roma, Pietro Caruso, processato e giustiziato nel ´44 a Forte Bravetta. Lui, De Fiore, nel ´55 è questore di Forlì.

Solo una volta il “dottor Angelo” disse a suo figlio Gaspare perché, dopo la guerra, nei vicoli intorno al Ghetto tanta gente lo salutava e lo abbracciava: «Perché credo di averne salvati almeno 350». Come riuscì a farlo? Lo raccontò così: «Non facevo altro che dare l´impressione di non sapere niente», salvo poi «aver creato un gran confusione negli archivi».

Molti ebrei stranieri ebbero i nomi camuffati, e decine di ebrei italiani furono regolarizzati come profughi dell´Africa settentrionale. Carte false, incluse le tessere annonarie, elaborate con un tal “signor Charrier”, che poi nell´ufficio dell´inappuntabile “dottor Angelo” ottenevano i timbri ufficiali e poi i permessi di soggiorno. Si legge poi nel libro “Il ghetto sul Tevere” che «quel De Fiore si dimostrò un campione di solerzia nel mettere a disposizione degli instancabili investigatori tedeschi i suoi schedari, quelli che decideva lui, facendone sparire molti altri, quelli che per la Gestapo non dovevano esistere».

Racconta oggi il figlio Gaspare, settantenne prof universitario in pensione e presidente Uid, Unione Italiana per il disegno, nella sua casa in via Orti della Farnesina tappezzata di suoi quadri: «Quando uscì il film su Schindler e più tardi su Perlasca, noi fratelli li andammo subito a vedere: persone meravigliose, davvero, però, pensammo, anche papà aveva lavorato bene.

Ancora Gaspare: «Avevo 18 anni, mi accorgevo poco del dramma immenso che stavamo vivendo, mio padre era sempre sereno, a casa non una parola sul suo lavoro. Vivevamo in via Clitumno, al quartiere Coppedè, io ero preso dall´esame di maturità, frequentavo la terza C al Giulio Cesare col professore di italiano che il sabato indossava la camicia nera. Poi entrano gli alleati a Roma, mio padre sempre lì, sempre preciso negli orari d´ufficio, io iscritto al primo anno di architettura. Si sparge la voce che un generale americano si era innamorato della fontana delle Tartarughe di piazza Mattei, che pensava di smontarla per portarsela a Miami. In facoltà i professori pensarono che, nell´eventualità, sarebbe stato utile averne un rilievo, farne almeno una copia. Andai anche io, disegnavo bene.

Con papà eravamo rimasti d´accordo che sarebbe passato a prendermi all´uscita dell´ufficio. Lo vedo sbucare da un vicolo, con suo abito color panna, cappello a larghe tese e sigaretta in bocca. Gli sto per andare incontro e vedo un uomo apparire da non so dove che urla qualcosa in ebraico. Ho paura, ma poi gli si butta ai piedi, gli abbraccia le gambe. Dai negozi, dai magazzini, dai portoni escono due, tre, dieci persone quasi tutte donne vestite a lutto, che si fanno attorno. Parlano a voce alta, concitati. Uno di loro dice, in italiano «È tornato il nostro Angelo salvatore». E un altro: «Gli devo la vita, gli devo la vita». E un altro ancora, un giovane, racconta a tutti: “Ero stato preso in una retata e portato alla pensione Jaccarino di via Tasso, avevo nome e documenti falsi, ma i tedeschi insistevano. Volevano che dicessi di essere ebreo, che qualcuno aveva fatto la spia, mi interrogavano, mi davano botte. Poi entra lui, mi dà uno schiaffo e mi grida: “Ti hanno preso eh? Cos´hai rubato stavolta? Lo conosco bene questo qua, un ladruncolo da poco. Mandatemelo in questura” I tedeschi mi fecero uscire a calci”».

Anche Enza, l´altra figlia del “dottor Angelo”, ora ottantenne, non capì allora che uomo fosse realmente suo padre. Se ne accorse di più finita la guerra, quando dietro largo Chigi comprò un paio di guanti di pelle e andò alla cassa per pagare. “Quanto devo?” “Niente, signorina De Fiore”. “Come niente? E come sa il mio nome?”. “Lei non mi conosce ma io sono venuto tante volte a casa vostra per ringraziare suo padre. Diciamo così, questo regalo è pelle contro pelle». Enza De Fiore quei guanti li conserva ancora e Gaspare non vuole che finisca qui: «Più vado avanti con l´età e più ripenso a lui. Vorrei ritrovare qualcuno che lo ha conosciuto, che sappia qualcos´altro della sua vita. È ancora vivo qualcuno che può rispondere al mio appello?».

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