>CALABRIA PERIFERIA. SEMPRE!

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Nella storia della Calabria, dal 1860 ad oggi, appare evidente solo una cosa: il suo essere periferia rispetto ad un potere centrale lontano, distratto e assente e una pletora di politicanti autoctoni dedita a rimpinguare il proprio personale tornaconto.

La bonifica integrale

di Antonio Tagarelli, Anna Piro, Giuseppe Tagarelli

La malaria è stata per molti secoli uno dei fattori determinanti la realtà ambientale, demografica ed economica del meridione d’Italia agendo, specialmente in Calabria, come fattore preminente del suo sottosviluppo. Fino all’ultima guerra ogni manifestazione di diffusione del morbo provocava grandi migrazioni interne dalle zone di pianura a quelle di montagna dando origine, in questi ultimi, a sfruttamento delle terre e disboscamento e nella valle al più completo disordine pedoidrogeologico instaurando uno stato di degrado ambientale, economico e sociale. A questo proposito, una descrizione che ben correla il meridione d’Italia preunitario a quello stesso meridione dei primi anni di questo secolo è contenuta nelle parole di Ciasca

tutto il Regno … è cinto da una zona di acque stagnanti, che la incuria dei governi ha resa sempre più larga. Dalle foci del Volturno alla contrada di Colonnella, di Giulianova, di Pescara, la malaria ha reso inabitabile le città e le campagne; da Napoli ad Ariano c’è il deserto; squallide e deserte le vallate del Principato Citeriore; disabitate la estesa pianura di Salerno ed Agropoli, in zona maledettamente paludosa, non un villaggio nè un gruppo di alberi; coperta per la maggior parte di stagni, da boscaglie, da macchie, da spineti la messapia (la penisola salentina); se Lecce giace in un territorio discretamente popolato Brindisi è un deserto, Taranto una cloaca” … …. È una visione di squallore e di miseria che riempie l’animo di tristezza ! … … Catanzaro, non paragonabile neppure ad una città di terzo ordine delle Puglie e dell’Abruzzo, Reggio non ancora rifatta dalle rovine del 1783; Cosenza un ghetto di giudei”.

L’Italia meridionale viveva, dunque, in un vero stato di abbandono territoriale. Infatti, le opere pubbliche riguardanti le bonifiche durante il governo borbonico non furono incisive anche perché quelle poche leggi decretate risultarono inefficienti. La legge borbonica da considerare vera pietra miliare fu quella dell’11 maggio 1855 che seguiva le norme dettate da Afan de Rivera, allora tecnico del Ministero dei Lavori Pubblici. Con essa il governo borbonico anticipò quella che sarà poi la legge sulla bonifica integrale che, come descriverà Celli

… essere l’opera nè del solo idraulico nè del solo agricoltore nè del solo igienista, ma di tutti e tre insieme alleati e concordi…

Questa legge, però, non ebbe un supporto economico tale da consentire un’adeguata attuazione e così fino al 1926 la Calabria non vide alcuna bonifica in corso, nè bonifiche con progetti in avanzato svolgimento, ma solo 11 bonifiche di “prossima esecuzione” riguardanti più di 400.000 ettari di superficie, ma solo il 40% di esse vide opere pubbliche ultimate. Si dovrà attendere la legge n. 3124 del 24 dicembre 1928 o “legge Mussolini” sulla bonifica integrale per vedere stanziate grosse cifre. L’attuazione di tale legge e la costituzione delle opere non fu scevra di errori. Infatti, se le oscillazioni del flusso dei finanziamenti devoluti alle opere di bonifica in Calabria furono nel tempo notevoli videro, però, i maggiori importi destinati solo a quattro comprensori: la piana di S. Eufemia, quella di Rosarno, quella di Sibari e la bassa valle del Neto poichè erano queste le zone calabresi considerate più “bisognevoli di bonifica”. In che misura questi lavori vennero compiuti? Praticamente nessuna delle 17 opere di bonifica, di differente specialità tecnica, vennero portate a compimento. Così, per esempio, la bonifica delle zone montane non si accompagnò a quella della pianura, ma neanche quella serie di opere che rientravano nelle cosiddette “piccole bonifiche” (soppressione degli acquitrini, costruzioni di strade, rimboschimenti ecc.) videro completa luce. Faceva, infatti, notare Rossi Doria

… le opere infrastrutturali erano concepite molto spesso senza tenere in alcun conto l’imponente interdipendenza tra il piano ed il monte… …ci si trovava di fronte ad un intreccio di cose fatte e non fatte, avviate ed abbandonate, grandiose e meschine, sempre troppo costose… …ed alla fine percorrendo i luoghi calabresi spesso si aveva l’impressione di visitare un accampamento abbandonato da imprese frettolose, scappate non appena si era arrestato… …il flusso del pubblico denaro…

Il vero fallimento dell’intera operazione di risanamento del territorio calabrese stava nel fatto che nè si attivarono seri processi di trasformazione fondiaria nè di modifica della struttura della proprietà che avrebbero dovuto permettere l’insediamento degli agricoltori nelle campagne, essenziale ed ultimo scopo per raggiungere la bonifica integrale nel Mezzogiorno. Questo non avvenne sia per la persistente presenza della malaria che per la mancanza di servizi ed attrezzature nei piccoli villaggi agricoli. Nonostante le contradditorietà e le gravi limitazioni il concetto di bonifica integrale, come intervento organico da attuare, restava comunque valido e anche se la sua piena attuazione si ebbe solo intorno agli anni ’50 determinò in Calabria un relativo sviluppo economico, demografico e sociale.

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