>DUE ITALIE IN EUROPA:UNA IN TESTA, L’ALTRA IN CODA

>

di
Mario Pirani (nella foto)

Volevo segnalare un articolo apparso sul giornale “Repubblica” di oggi.
Lo considero illuminante , specie per chi al Meridione continua a ballare allegramente mentre la nave affonda!

Ha ragione Zapatero di compiacersi (Repubblica del 30/6 us) per i tanti successi conseguiti dalla repubblica iberica, esaltati dal paragone tra Roma e Madrid: “Per la prima volta – afferma infatti il sorridente premier – il nostro pil pro capite è in testa alla media europea. È ormai dimostrato che abbiamo superato l’Italia e accorciato le distanze rispetto a Germania, Francia e Inghilterra”. Una constatazione basata su dati nazionali, che, peraltro, non hanno quasi più senso per l’Italia.

Premetto che non voglio affatto – sarebbe stupidissimo – contestare le medie internazionali, ma avanzare qualche riflessione sulla percezione distorta che queste finiscono per indurre sulla situazione reale del nostro singolare Paese.

Resta il fatto che nell’immaginario collettivo, nei mass-media, nei discorsi politici si parla di un Paese inesistente e non vediamo – e, quindi, non facciamo nulla per porvi rimedio – che l’Italia si è spezzata in due e che al vecchio divario tra Nord e Sud, temperato dalle politiche di intervento, dall’ampiezza delle Partecipazioni statali, dalla capacità di assorbimento della PA è subentrato un abisso, tra due realtà sempre più lontane.

La Fondazione Edison, che sotto la guida dell’economista Marco Fortis dedica documentati studi agli squilibri economico – territoriali, giudica che “nei prossimi anni il principale freno alla crescita del nostro Paese potrebbe venire proprio dal sempre più alto divario tra Nord-Centro e Sud che presenta ormai evidenze allarmanti. “Infatti, secondo recenti dati Eurostat, l’Italia del Nord vanta un pil pro capite superiore a quello del Regno Unito, mentre l’Italia centrale sorpassa quello di Paesi come la Svezia, la Germania o la Francia.

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Per contro “il Mezzogiorno, con i suoi 20,7 milioni di abitanti costituisce in Europa la più gigantesca area di basso reddito, comparabile a quella rappresentata da Grecia e Portogallo presi assieme, con una popolazione di 21,6 milioni di abitanti, che hanno, peraltro un reddito medio pro capite più alto che nel nostro Sud.

“Non possiamo non chiederci quale unità esista più in uno Stato che comprende in sé un’ampia parte con la popolazione regionale a ricchezza diffusa più numerosa dell’Unione europea (i 24 milioni di italiani residenti nelle sette regioni del Nord e del Centro, con un reddito pro capite superiore del 25% a quello medio dell’Ue) e un’altra zona, tutte le 8 regioni del Mezzogiorno, con un reddito pro capite inferiore a quello Ue, di cui 4, con ben 17 milioni di abitanti, con un reddito pro capite inferiore al 75% di quello medio europeo. Certo, sempre nell’ottica di un recupero della realtà, non si può ignorare che il sommerso, soprattutto nel Sud, è ampiamente sottostimato nella contabilità nazionale. Così come non è valutato il flusso dell’economia criminale che indubbiamente genera ricchezza. Due dati invisibili, che se possono dare qualche conforto sul piano del reddito medio, comportano anche una negatività intrinseca per infiniti altri aspetti.

All’evidenza non percepita delle due Italie va allegata la verifica di un’altra verità profondamente rimossa: quella del peso decisivo dell’economia industriale manifatturiera nel successo consolidato del Nord Centro.

Dopo anni di stoltezze sul prevalere del terziario e sul tramonto dell’era metalmeccanica ci troviamo con alcuni dati strabilianti (sempre di fonte Edison): nel 2007 il surplus esportativo dei prodotti manifatturieri si è attestato a ben 51,2 miliardi di euro, un risultato inferiore solo al record assoluto del 1996 (54,4 miliardi di euro equivalenti) che però fruiva della svalutazione competitiva della lira e dell’ancor debole aggressività asiatica, Ma quel che più colpisce è la classifica europea per valore aggiunto manifatturiero (la differenza fra il ricavo dei prodotti e servizi venduti e il costo di quelli acquisiti per produrli): in testa figura la Lombardia e il Nordest (6,6 miliardi), seconda la Germania (5,5), terzo il Nord-Centro Italia, seguono l’Italia nel suo assieme, la Gran Bretagna, la Francia, Spagna, Grecia e Portogallo. Ultimo il Mezzogiorno (1,5).

Invito i lettori a discutere su questi fatti, su cosa ha significato la modifica del Titolo V della Costituzione e la rottura di una tradizione politica e storica basata sulla difesa dell’Unità d’Italia, della solidarietà tra Nord e Sud, di un Welfare unico dalle Alpi alla Sicilia. E ancora cosa ha comportato negare la centralità del lavoro operaio per sostituirla col precariato dei servizi come archetipo attuale di riferimento. Infine dove porta dipingere una Italia in declino, quando le Italie sono ormai due, una in testa, l’altra in coda all’Ue.

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