>Reggio Calabria, la dura verità sulla sua economia

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Giusva Branca, direttore responsabile del giornale on line strill.it, ha scritto un editoriale di fuoco traendo spunto da una delle ultime operazioni messe a segno dalla procura di Reggio contro la Ndrangheta (operazione Meta). Ritengo sia meritevole di una attenta lettura poichè propone un confronto tra etica ed economia, nel senso quanto si sarebbe disposti a sacrificare del proprio benesere economico in nome della pulizia morale e della legalità dei comportamenti?

REGGIO IL GRANDE IMBROGLIO 
di
GIUSVA BRANCA


E’ venuto il tempo di interrogarsi, di dirsi le cose, di argomentare mettendo alle spalle pudori e remore. E’ venuto il tempo di lasciarsi alle spalle le cose condivisibili ma che non si possono dire. Non si possono dire perché sconvenienti, perché

 probabilmente indimostrate ex ante e che però potrebbero esserlo ex post, ma ormai troppo tardi, a buoi scappati.
Gli arresti ed i sequestri di beni realizzati nell’ambito dell’operazione Meta hanno appena sfiorato il coperchio della pentola e però, per bocca dello stesso Pignatone, rappresentano solo un piccolo antipasto rispetto alla ricostruzione della tela economica cittadina della criminalità.
E però c’è un problema, anzi una conseguenza, gravissima, per la città: siamo certi che la crescita economica evidente, evidentissima, del territorio negli ultimi 30 anni sia avulsa dalle attività della ‘ndrangheta?
Qui, su questo snodo è facilissimo imboccare il bivio sbagliato ed inficiare irrimediabilmente l’intero ragionamento ed allora bisogna procedere con i piedi di piombo.
Andiamo per gradi: l’economia di Reggio, storicamente, è stata rappresentata da uno zoccolo impiegatizio e da piccoli commercianti. Non è mai esistita (tranne rari casi) industria, men che meno turismo.
Da qualche anno si è sviluppato e non poco il settore imprenditoriale che però, si badi bene perché è un passaggio importante, si rivolge per lo più al mercato interno.
Ora, l’errore più grossolano ed imperdonabile sarebbe pensare che quasi tutto il mondo imprenditoriale calabrese sia nelle mani della ‘ndrangheta. Naturalmente non è così, ma nessuno in città si sorprende più di tanto nel vedere sottoposta a sequestro questa o quell’attività. Ed ha ragione a non sorprendersi, visto che, su scala generazionale, ci si conosce un po’ tutti ed il “peso” di ciascuno è ben conosciuto, sia o no improvvisamente salito alla ribalta imprenditoriale.
Ma accanto a questa fetta imprenditoriale che Pignatone ha – a più riprese – fatto capire essere nel mirino e che presto potrebbe, quindi, finire in ginocchio, c’è un altro aspetto, pressocchè automatico, da considerare:  un sistema quasi del tutto chiuso e che fa impresa addosso a sé stesso rappresentando al tempo stesso domanda ed offerta, l’esatto contrario della globalizzazione, sta in piedi fintanto che nel circuito vengono immesse quantità di denaro tali da reggerne il peso.
In poche parole l’imprenditore, ma anche il commerciante pulito, si giova, in maniera perfettamente lecita, dei flussi di denaro sporco di cui la criminalità dispone e che spende sul territorio.
E’ ovvio, lapalissiano, che aggredire con costante pervicacia la criminalità significhi, di conseguenza, minare dalle fondamenta le disponibilità economiche dei gruppi e dei singoli e, quindi, alla lunga, togliere flussi economici dal circuito che, come tutti i circuiti chiusi, può funzionare solo a “pieno carico”, come un tubo d’acqua.
Insomma, mettere mano da un lato alle attività fittizie (e Dio solo sa quante sono) e dall’altro  togliere disponibilità finanziarie a chi spende e spande in un sistema economico come Reggio equivale a mandarlo in frantumi.
Bisogna avere il coraggio di accettare questo possibile scenario, potrebbe essere il prezzo da pagare per scardinare legami antichi e, fin qui, indissolubili.
C’è, però, un aspetto di poco conto da non trascurare: quanto la città, la gente per bene è disposta a sacrificare della propria esistenza quotidiana? In quanti oggi (parliamo ovviamente di esercenti ed imprenditori onesti, non accoscati, collusi o prestanome) si chiedono a fine giornata la genesi dei soldi che hanno onestamente guadagnato? Quanti macchinoni le nostre concessionarie vendono a persone apparentemente senza nè arte né parte?
L’operazione Meta rischia di essere il prodromo di un percorso più volte anticipato dal procuratore Pignatone e che potrebbe, alla fine,  smascherare il grande imbroglio dell’economia reggina, lasciarla in braghe di tela, ma finalmente riposizionata su canoni di economia reale, non drogata.
Siamo pronti e disposti ad accettare tutto ciò in nome dell’avvio di un percorso di pulizia? Dobbiamo porci con franchezza questa domanda e darci una risposta con altrettanta franchezza.
Se non siamo pronti a far questo, naturalmente, non è neanche ipotizzabile pensare alla seconda fase, all’applicazione concreta di quanto sopra detto, ed ecco che l’operato di Pignatone & colleghi rischia di risultare addirittura sgradito a tanti, come sgradite, probabilmente, risulteranno queste valutazioni.
Reggio, in buona sostanza, dovrà dimostrare di essere dalla parte della legalità, costi quel che costi. Ci riuscirà nel suo complesso? I principi base di etica e moralità non ci lasciano alcuna via di uscita: rispetto al contrasto alla criminalità niente e nessun atteggiamento “di comodo” può essere tollerato.
Naturalmente il clima da “giù la maschera” fin qui evocato e riguardante l’economia e l’imprenditoria non può che estendersi quasi immediatamente alla politica. Alla luce di numerose intercettazioni ambientali e telefoniche venute a galla con l’operazione Meta, alcuni nomi della politica reggina hanno di che preoccuparsi e sono fondati gli elementi che portano a ritenere corretta l’interpretazione che vuole esistente uno stralcio di questa e di altre inchieste che riguarda il settore. E però, in questa fase, sarebbe opportuno ed auspicabile che i diretti interessati, sia pure non formalmente coinvolti in indagini, dessero la loro versione dei fatti, in qualche modo spiegassero alla città il senso di alcune situazioni ed alcuni dialoghi che definire imbarazzanti è solo una pietosa bugia. Il silenzio tombale che è seguito all’operazione rappresenta un viatico per nulla incoraggiante.
Il perverso abbraccio tra politica e ‘ndrangheta, alimentato e gestito, unitamente a quello con altri gangli della società cittadina, in alcuni salotti di Reggio è roba che risale agli anni ’70, quando, per intenderci, erano i De Stefano di quel periodo a fare e disfare, a comandare ed a indirizzare anche il futuro politico ed economico della città.
Dell’altro succederà, un po’ di tappi salteranno ed alcuni saranno clamorosi, non serve la palla di cristallo per saperlo, lo ha già detto più volte Pignatone; sarà una specie di corsa ad eliminazione dalla quale capire chi resterà in piedi è esercizio davvero complicato…
fonte 
strill.it

  

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